Indagando nell'incubo, quarant'anni dopo

Cristiano Brignola e Francesco Cascione hanno scambiato ricordi, impressioni e speranze su Dylan Dog in occasione dei suoi primi quarant'anni

Quando due lettori Audaci dialogano tra loro su Dylan Dog, può accadere di tutto. E di tutto leggerete in questo pezzo a quattro mani che ripercorre la vita, editoriale e non, di uno dei personaggi più iconici del fumetto italiano.

Che quarant’anni siano una vita non è solo un modo di dire ma un fatto. Quarant’anni di vita editoriale sono probabilmente molti di più, sono un treno lungo oltre settecento albi, settecento storie, settecento vagoni che hanno intercettato giovani lettori ormai diventati adulti, adulti tornati ragazzi e qualcuno che dopo qualche stazione ha deciso che quel viaggio non faceva per loro. In Gran Bretagna, dopotutto, in questi casi la frase d’elezione è Not my cup of tea, che ironicamente è l'unica bevanda bevuta da Dylan Dog.

Impossibile, con una scadenza del genere e di fronte a un personaggio tanto importante per la cultura del nostro Paese, non fermarsi per guardare da dove si sia partiti, che Paese e che persone fossimo nel 1986, anno di grazie (nel senso proprio di grazie) per i lettori di fumetti, e di confrontarlo con che lettori e che persone siamo oggi.

Per non limitarsi a un bilancio, Cristiano Brignola e Francesco Cascione hanno deciso di dedicarsi a un dialogo, uno scambio di vedute che rimanda al leopardiano venditore di almanacchi. Giusto per parlare di un compagno di viaggio incontrato da ragazzi, e capire se ancora oggi valga la pena fare un po’ di strada assieme. Come canta Antonello Venditti: 

Tu come stai?
Ragazzo dell'ottantasei
Coraggio di quei giorni miei
Coscienza, voglia e malattia di una canzone ancora miaaaa, yeh…

Cristiano Brignola: Ok, cominciamo! Per te, in questi anni, com'è invecchiato Dylan e come siamo invecchiati noi lettori?

Francesco Cascione: Quando inizi un qualunque tipo di rapporto da adolescente credo sia inevitabile che ci siano cambiamenti importanti.

Quando Dylan è diventato parte del patrimonio culturale di una generazione è stato rivoluzionario: si trattava di un personaggio che parlava senza paternalismi, ma condividendo un modo di essere.

Parlo per me. Da lettore distratto di fumetti quando è arrivato Dylan non dico mi sentissi capito, ma vedevo nel suo mondo aspetti che somigliavano al mio.

Si trattava di un personaggio presente al mio momento (il mio primo contatto è avvenuto con il numero 34 della serie regolare, Il Buio) e presente rispetto a una generazione che fino ad allora, quando andava in edicola, si sentiva poco rappresentata.

Se è vero che in quegli anni Topolino era per i neo-lettori e Tex per i lettori più anziani, Dylan arrivò, tra gli Ottanta e i Novanta, per gli adolescenti. Quegli individui che si trovavano in quella zona d'ombra tra due generazioni e che non avevano un fratello più grande che mostrasse loro Paz o Corto Maltese, presentandosi come un coscritto.

Dylan era un personaggio incerto, perennemente innamorato che viveva di cultura pop, dal cinema alla letteratura - Dylan presentava i libri di Stephen King! - passando per la musica. E aveva accanto una spalla surreale che faceva quello che negli horror non era per niente comune: faceva ridere.

Francesco Cascione: come è cambiato Dylan e come siamo cambiati noi?

Da un lato credo che la nostra generazione, quella che quando è nato DYD adolesceva, sia stata la prima generazione tradita, in qualche modo più consapevole dei compromessi che ha dovuto accettare. Dylan, da parte sua, è cambiato principalmente perché sono cresciuti gli autori che hanno avuto a che fare con lui, forse secolarizzandolo in modo più o meno consapevole. Poi, ha smesso di crescere e come Dorian Gray è rimasto uguale mentre il mondo attorno a lui cambiava. È passato prima a nostalgico e, infine, la sua figura è cambiata al punto da essere percepito come moralista, che credo sia il peccato peggiore che possa essere commesso da un amico.

Chi all’inizio si sentiva accolto, improvvisamente veniva giudicato. A quel punto ci sono stati lettori meno affezionati e lettori che a loro volta sono diventati nostalgici, mentre Dylan è passato dall’essere un personaggio anticonformista a un personaggio con la necessità di trattenere adulti fidelizzati, che alla fine ne hanno snaturato l’anima.

Cristiano Brignola: Sì, credo che la percezione del moralismo sia stata una delle cose che purtroppo si sono sentite parecchio negli anni. Il punto è che Dylan è sempre stato un eroe imperfetto e con mille dubbi. Quando è scritto bene, continua a non avere risposte a niente, anzi, si apre a mille domande. Spesso viene corretto, cambia, e gli incontri che fa - con la fidanzata del mese una volta, con altri personaggi ora - servono di volta in volta a riassestare una bussola morale sempre molto fluida.

Francesco Cascione: Quale è stato il tuo approccio con DYD e in che modo ti ha cambiato?

Cristiano Brignola: Io ho cominciato da Diabolo il grande, che non mi aveva convinto molto, ma il secondo incontro fu Partita con la morte. E lì mi innamorai.

All'epoca, nei fumetti italiani, ci si districava tra Topolino, Tex e Il Giornalino. Tra tutti questi, Dylan aveva l'idea di essere qualcosa di proibito, un segreto da condividere con chi lo leggeva con te, qualcosa di cui forse non potevi parlare ai tuoi genitori. Anche la stampa lo trattava con preoccupazione e curiosità, i due poli che si hanno sempre nelle opere che portano qualcosa di nuovo.

Francesco Cascione: Il mio primo approccio, come dicevo, fu Il Buio. La filastrocca di Mana Cerace la ricordo ancora adesso come l'avessi appena letta.

Ricordo pure che Dylan ti spingeva ad andare a cercare altro. Per me, dopo il primo approccio (prima volta in colonia da solo, nell'estate ‘89) seguirono letture distratte fino al momento in cui decisi di iniziare e completare la serie, nell'estate del 1992.

È verissimo: era affascinante un po' perché effettivamente non tutti gli adulti ne comprendevano il valore e si fermavano ad apparenze (le nudità erano prerogativa di altro genere di fumetto), e questo renderlo proibito in realtà lo trasformava in qualcosa di intimo e capace di aprire porte, indirizzare verso altri mondi; da Terminator a Blade Runner, da Alien a La cosa, da King a Pirandello, da Faber all'hard rock.

Cristiano Brignola: Soprattutto all'epoca, era lo splatter la pietra dello scandalo. Su quello Dylan ci spingeva parecchio. 

Come dicevi prima, diverse persone, spesso ragazzi molto giovani, sono arrivati tramite Dylan a opere come Spoon River o L'Inquilino del Terzo Piano. Nel tempo il gusto per i riferimenti è diventato diffuso con Nathan Never e Martin Mystère, ma in Dylan si avvertiva l’urgenza di Sclavi o Chiaverotti di condividere opere che li avessero emozionati usando il fumetto come veicolo.

Francesco Cascione: La capacità di Sclavi era proprio quella di parlare delle opere che amava senza mai essere didascalico.

A ripensarci, a me fa sorridere il pensiero che, ad esempio, il monologo di Roy Batty, il replicante di Blade Runner, mi ha emozionato prima nella sua declinazione a fumetti (Alfa e Omega, il primo Corrado Roi) che attraverso Blade Runner stesso. Quando dico che apriva mondi, intendo proprio quello.

Lo splatter, alcune tematiche e il modo che aveva di usare quegli elementi per denunciare le ipocrisie degli anni della 'Milano da bere’ furono deflagranti.

Chi leggeva Dylan si sentiva non padrone di verità, ma coinvolto e raccontato sul piano emotivo; imparava che potere avesse l’ironia, mentre chi veniva chiamato in causa come antagonista invece si sentiva minacciato... alla fine, come avviene per certa musica oggi, spaventa e scandalizza quello che i testi dicono, senza che chi giudica si interroghi su quello che raccontano.

Una società materialista ha prodotto materialisti, ma guai a raccontarlo.

Il racconto fa la società, oppure la racconta e basta? Con Dylan era più facile scandalizzarsi che fare domande a una generazione che non aspettava altro.

Cristiano Brignola: Del resto la cosa che ha sempre caratterizzato Dylan era l'essere "dalla parte dei mostri". E questo ha influito moltissimo su un pubblico adolescente. Adesso, il binomio adolescenza/mostri è quasi banale, ma ci sono voluti Black Hole di Charles Burns e un certo tipo di horror anni Ottanta (penso a Ragazzi Perduti o Streghe). Dylan si è inserito perfettamente in questo filone, diventando empatico e non ostile verso gli incubi su cui indagava.

Una generazione di lettori che si sentiva imperfetta (e la cui imperfezione veniva in qualche modo rimarcata dalla società) si è sentita ascoltata, ha sentito di avere un interlocutore. 

Cristiano Brignola: Cosa ne pensi invece della decisione di abbandonare lo splatter, nel tempo?

Francesco Cascione: Domanda che tocca un nervo scoperto. Intanto ti giro la domanda mentre ti rispondo. Quanto lo splatter era parte della cifra del personaggio?

Cristiano Brignola: Per un periodo anche piuttosto lungo, credo fosse abbastanza rappresentativo. Intanto il suo uso era molto spesso ironico, volutamente surreale. Penso ai numeri migliori disegnati da Luigi Piccatto, Golconda! o Cagliostro!. Lì lo splatter era fortissimo e comico. Eravamo anche in un periodo in cui era una cifra di stile molto presente: il cosiddetto "elevated horror" del vedo/non vedo è qualcosa di molto più recente, mentre quello più sulfureo degli anni Settanta era già alle spalle. Nei primi anni di Dylan, siamo ancora in un periodo in cui Freddy Krueger e Jason macellavano gente con molto gusto.

Ha senso che con il cambio di linguaggio dell'horror, gli sbudellamenti siano stati visti via via come sempre più gratuiti. L'unico rammarico, forse, è che atmosfere evocative, come quelle di un Babadook o un Hereditary, viceversa, non siano state sempre raccolte.

Francesco Cascione: Per me lo splatter è parte della grammatica di un racconto, come le parolacce quando si parla e si scrive. Trovo ipocrita chi le nasconde, perché spesso esiste la necessità narrativa che solo certi termini hanno (per forza di rottura, impeto, suono, risultato) ma allo stesso tempo suona strano quando usate solo, come diceva mia nonna, per riempirsi la bocca, scandalizzare senza altro scopo che non sia lo scandalo.

Con lo splatter in Dylan la vedo allo stesso modo. Quando è una necessità narrativa non si dovrebbe avere paura di usarlo. Albi come Goblin o tutto il ciclo del crepuscolo senza lo splatter sarebbero stati un concerto rock senza il basso o la batteria. Nasconderlo per un improvviso pudore (o a causa di una interrogazione parlamentare in cui Dylan era solo marginale) è stato un tradimento verso i lettori che hanno riconosciuto in quell’adeguamento una nota stonata, una mancanza narrativa. Non per una semplice sete di sangue, ma perché proprio quel tipo di soluzione, per forza e rapidità, sapeva arrivare dritta al punto.

Di contro, ricorrervi solo perchèvafatto, rischia di non scandalizzare, ma solo di spostare l'attenzione sul dettaglio perdendo di vista il racconto. Credo che quando il tipo di equilibrio che l'uso dello splatter richiede sia venuto meno (pigrizia nella curatela, voglia di non avere rotture di coglioni), sia stato inevitabile metterlo da parte con il risultato, come hai appena detto, di lasciare indietro qualcosa.

Pure un concerto unplugged potrebbe essere rock, ma se lo fai solo per non svegliare i vicini alla fine ottieni quelle terribili cover chill out che scontentano tutti.

Cristiano Brignola: Una volta lo splatter era un modo di staccarsi dai fumetti in quanto concepiti solo come medium "per bambini". 

Adesso è un linguaggio molto sdoganato e non ha più la carica punk che aveva una volta. Se un tempo era un aspetto che era in grado di attirare l'attenzione degli "inquisitori", ora sarebbe abbastanza banale.

Francesco Cascione: Oggi un Dylan che s’innamora di un uomo otterrebbe lo stesso effetto dirompente che all'epoca ebbe un fumetto come Golconda! o Il Male...  ma, anche in quel caso, funzionerebbe solo se quella scelta non fosse solo la ricerca dello shock a tutti i costi, ma la forza del racconto che la sostiene

Cristiano Brignola: Beh, su una situazione del genere ci siamo andati molto vicini con il matrimonio tra Dylan e Groucho. Era un'idea molto interessante, ma per me a quel punto sarebbe stato bello spingere ancora di più con l'acceleratore, mentre l'impressione è che si sia tornati allo "status quo" dopo poche tavole. 

Cristiano Brignola: Questo però offre lo spunto per un altro discorso: in che modo Dylan era legato al mondo di allora e in che modo lo è adesso, se lo è?

Francesco Cascione: Il mondo dell'86 era un casino a ripensarci oggi. La Guerra Fredda non era solo nei film di 007, ma qualcosa con cui si faceva i conti quotidianamente. Chernobyl e tutte le paure legate all'atomica (malattie, mutazioni, fine del mondo), il Challenger che esplode in volo alla partenza proprio quando lo spazio sembrava davvero a portata di mano.

Oggi il presente è complicato per altre ragioni e un'opera che sappia elaborare le paure e le derive di questo momento storico non sarebbe solo utile, ma necessaria.

Torniamo al punto generazionale. Per farlo, occorre che un personaggio come Dylan abbia il coraggio delle origini, ma non in senso nostalgico (che di nostalgici c'è pieno il mondo), ma tornando a parlare a una Gen Z che di cose da raccontare ne ha e che non chiede altro che essere intercettata.

Cristiano Brignola: Per te, però, Dylan l'ha persa questa capacità di comunicare col presente? È un qualcosa che potrebbe essere rimesso in gioco? Come dicevamo a voce, la gestione Recchioni fece un tentativo, riuscito o meno che fosse, di andare di nuovo in questa direzione. Adesso come la vedi la situazione? Perché la mia paura è che si cerchi di andare verso storie rassicuranti, in cui c’è Dylan che indaga su qualche caso, Groucho fa le battute, Bloch si beve una birra mentre discute malinconicamente etc. 

Francesco Cascione: Oggi ci sono penne e pennelli straordinari ma il mondo ha cambiato velocità talmente in fretta che a un fumetto come Dylan si chiede altro. Un albo, che richiede un'ora di attenzione in mezzo a mille altri media, deve pure giustamente avere altre necessità narrative.

Io resto dell'idea che il ciclo di Roberto Recchioni, che quando ha preso Dylan non era più vecchio e meno incosciente di Sclavi delle origini, abbia provato ad andare proprio in quella direzione. Dopo un ciclo di storie secolarizzate Dylan tornava a dialogare col presente. Recchioni, assieme a Lorenzo Bartoli veniva dall'esperienza di John Doe, con le stimmate dell'iconoclastia. Di contro, un Dylan diventato quasi facile da intuire (e quindi anche da scrivere) aveva bisogno di essere ricollocato nel presente. Il tutto sempre visto attraverso la bussola morale di un personaggio perfettibile ma che ha sempre avuto chiaro da che parte stare: il suo cane è un randagio, i suoi amori più grandi sono una prostituta e una terrorista, la sua paura è tornare a essere schiavo della bottiglia e con soli due amici che rappresentano comunque due marginalità.

Mater Morbi, ad esempio, è un capolavoro perché prende una delle più grandi paure del presente, non la guerra, ma la malattia, per farne una storia personale su tre piani: quello narrativo di Dylan, quello del narratore e infine quello del lettore che si trova raccontato a sua volta.

Allo stesso modo credo che ancora oggi, e l'albo di Marco Nucci del giugno scorso ne è la prova (Harlech Asylum, n.d.r.), Dylan abbia ancora tanto da dire, o almeno cerchi ancora di farlo.

Francesco Cascione: A te cosa del ciclo di Recchioni ha convinto e cosa no, e cosa nel cambio sta funzionando e cosa no?

Cristiano Brignola: Un presupposto ottimo è stato togliere a Dylan ogni rete di sicurezza, privando così sia lui che noi delle nostre certezze. 

Con Mater Morbi, inoltre, l'autore ha raccontato molto di sé stesso, portandosi nella storia, accennando ai propri problemi di salute. Questo ha fatto percepire l'albo maggiormente "vero", come lo erano stati i numeri più celebri. Mi pare che l'autobiografismo, in Dylan, abbia sempre pagato. La drammatizzazione delle proprie debolezze diventa un rito di condivisione e Dylan torna a essere l’amico che riflette le tue fragilità.

Francesco Cascione: Credo che la volontà iniziale fosse quella di spingere verso quella direzione, ma anche che qualcosa si sia perso per strada. A un certo punto, e credo che qui c'entrino in parte i social, la ricerca dell'hype sia diventata improvvisamente, consapevole o meno, più importante del contenuto.

Penso anch'io che l'unicità di Dylan sia proprio di essere un ottimo alias per chi lo scrive, e funziona proprio quando usato come tale. Se il potere di un personaggio è l’empatia, è inevitabile che funzioni quando quel potere è utilizzato da ambo i lati del fumetto.

Cristiano Brignola: Riguardo le mancanze, invece, credo che il problema maggiore sia stato aver cercato di costruire un'architettura più grande di quella che si poteva gestire. E forse il fatto che tutti i comprimari acquistassero profondità narrativa, escluso lo stesso Dylan.

Però va detto che è stata una gestione che ha creato ottime occasioni di sperimentare: gli episodi di Alessandro Bilotta, di Luca Vanzella e alcuni strani esperimenti sul Color Fest (penso alla storia matta e bellissima di Ausonia e a quella di Akab!) sono stati interessantissimi.

Francesco Cascione: Di quel ciclo ho in mente Chiedilo alla polvere di Paola Barbato, che secondo me era davvero di grande intensità.

Cristiano Brignola: Vero! Comunque, credo che molti abbiano idea che la gestione Baraldi sia meno sperimentale, ma anche qui vorrei ricordare delle storie assolutamente fuori dalle righe: ho amato molto il lavoro sul Color Fest di Nicolò Pellizzon, che personalmente ritengo un autore complesso e affascinante, in grado di lavorare di suggestione e di creare una vera inquietudine sottopelle. Forse è presto per dirlo, ma mi sembra che Barbara Baraldi stia remando con successo nella difficilissima direzione di continuare a innovare Dylan, senza però inimicarsi o lasciare in alto mare la vecchia guardia.

Francesco Cascione: Credo anche io che Barbara stia facendo con Dylan un’operazione di recupero e rilancio mantenendo dritto il timone; si tratta di una di quelle lettrici che da ragazza si è sentita accolta da Dylan e credo voglia ritrovare quello spirito. E, allo stesso tempo, usare Dylan sia come veicolo sia come spazio in cui gli autori possano sentirsi fedeli al personaggio, eppure liberi di osare. In questo senso, anche l’intuizione dei Bis come “elseworlds” mi sembra andare in quella direzione.

Francesco Cascione: Se tu dovessi presentare Dylan a un lettore di oggi, quali albi gli daresti da leggere?

Cristiano Brignola: Ah, buona domanda. Sicuramente me ne verranno in mente milioni di altri dopo questa conversazione, ma provo a rispondere. 

L'alba dei morti viventi perché non puoi non conoscere l'inizio di tutto. Storia di nessuno, un numero che tuttora reputo geniale, con l'abbattimento della quarta parete e un colpo di scena nel rapporto Dylan/Xabaras che fa molto "Impero colpisce ancora". Qwertyngton, per mostrare che quel delirio alla Golconda! è ancora più che possibile nelle mani giuste. Il signore del silenzio perché mi pare una delle storie più dolenti e meglio scritte di Dylan.

I tuoi quali sono invece?

Francesco Cascione: Condivido gran parte del tuo elenco e cerco di aggiungere elementi nelle intercapedini.

Totetanz, credo sia una delle storie meglio scritte e disegnate della storia editoriale di Dylan. Storia corale in cui ogni personaggio ha dimensioni e struttura. Dylan che recita Edgar Lee Masters e canta De André restando Dylan. Il lungo addio, per l’età in cui l’ho letto, per il modo in cui racconta un grande amore, eterno come un’estate a 16 anni, ma soprattutto perché nulla atterrisce come un Groucho serio. I Vampiri, per il valore politico e la forza narrativa. Intenso e che coinvolge fin dalla copertina di Stano, visionario, profetico, presente. I due team-up con Martin Mystère per apprezzare Alfredo Castelli, per le tavole di Giovanni Freghieri e per vedere come si possa raccontare un’amicizia partendo delle dissonanze. Anna per sempre, del ciclo 666, perché omaggia senza citare e restituisce una storia crudele e bellissima. Johnny Freak, perché mi ha fatto scoprire che si può piangere leggendo un fumetto.

Francesco Cascione: Per chiudere, forse potremmo fare una riflessione sulla paura oggi e su quali siano le paure che un Dylan attuale  dovrebbe intercettare per essere contemporaneo.

Cristiano Brignola: Per certe cose, lo scenario non è cambiato molto: Dylan ha sempre avuto come mostri più terrificanti la disumanizzazione, gli orrori quotidiani della vita borghese, la routine senza uscita. Tutto questo è ancora un terreno molto fertile. 

Ma ci sono nuovi spunti a cui attingere: viviamo in un mondo in cui internet è diventato una sorta di TV anni Ottanta iperestetica, con pubblicità onnipresenti e modelli di vita irrealistici e irraggiungibili. Fuori ci sono guerre che stanno mietendo vittime su vittime, il genocidio in Palestina, la paranoia sempre più forte che i conflitti diventino globali.

La natura, altro grande tema di Dylan, è in uno stato drammatico, con il riscaldamento globale. Il COVID e il lockdown hanno lasciato ancora brutti ricordi e l'idea di una pandemia che ci riporti tutti a un isolamento forzato è ancora un trauma.

Il divario sociale è fuori scala, con ricchi miliardari che sembrano sempre più disumani e scollegati dalla realtà. Inoltre in Italia ci sono posizioni politiche apertamente razziste o con un linguaggio mutuato dal ventennio fascista.  Insomma, c'è materiale per anni! Se Dylan volesse tornare a essere una voce importante però, un personaggio in grado di lasciare di nuovo il segno, credo che dovrebbe prendere posizioni forti, a volte antipatiche. Gli sceneggiatori di Dylan non hanno mai avuto paura di mettere sul tavolo delle posizioni nette su cose su cui si può essere o non essere d'accordo.

Credo che quello che manchi non siano gli spunti (come dicevo, purtroppo ce ne sono molti), ma l'idea di parlarne in modo netto, con un Dylan meno spettatore.

Siamo in un periodo in cui la resistenza alla disumanità passa anche per i fumetti, e Dylan - che è sempre stato un personaggio di empatia più che machismo - potrebbe incarnare alla perfezione sia le paure di questi anni che i possibili rimedi.

Cristiano Brignola e Francesco Cascione

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