Dossier Tempi moderni - Lo stallo alla messicana del mondo del fumetto italiano (secondo tempo)
Prosegue la ricognizione sulla filiera del fumetto italiano e le sue contraddizioni, nella seconda e ultima parte del viaggio
Ecco che il nostro viaggio per il mondo lavorativo del fumetto continua. Nella prima parte di questo articolo abbiamo lasciato il nostro aspirante fumettista ideale alla sua prima pubblicazione. Ed è da qui che partiamo per la seconda parte di questa nostra ricognizione, provando ad esplorare tutto il percorso che un fumetto (e un fumettista) devono compiere, e compiono, ogni giorno all’interno del panorama italiano a fumetti.
Le fiere: quanto è profonda la tana del Bianconiglio
Eccoti qui allora. Il tuo fumetto è uscito, è stato tirato in trecento copie, sei stato buttato in un banchetto in fiera (immaginate la fiera più vicina al luongo in cui vivete, che sia a Napoli, Lucca o Roma), ma non c’era nessuno, erano tutti da Zerocalcare. Tu sei felice comunque, anche solo avere il pass di Lucca, il badge con scritto “artist” ti riempie di un senso di soddisfazione enorme (goditelo, te lo sei guadagnato!), ma stai attento, perché rischi di entrare in una strana condizione che attanaglia non solo i fumettisti, ma tutti gli scrittori, i cantanti, le persone che di lavoro raccontano in qualche modo storie ed entrano in contatto con il proprio mondo editoriale, immergendosi in esso.
La bolla è la cosa che deve farti più paura in questo momento. La bolla è il male, il mostro che porrà fine all’editoria italiana. Il rischio dell’immergersi in questo tipo di ambienti è che si rischia di smarrire la realtà, il polso delle cose che esistono nel mondo vero, della maggior parte, il mondo dei lettori insomma. È un vero morbo della cultura italiana, basta distrarsi un attimo per ritrovarsi ad essere la parodia di un qualunque Jep Gambardella, rivelare il fenomeno e da dove deriva meriterebbe un editoriale a parte (e forse ben più lungo di questo).
Jep Gambardella (Toni Servillo) in La grande bellezza.
Sei seduto al tuo tavolo, i rapidograph poggiati davanti, chiusi, e ti guardi intorno (oltre la coda enorme che attende Zerocalcare)... ma come sono fatte le fiere, oggi?
La fiera è una dimensione meravigliosa, la sua natura rende possibile l’incontro di realtà diverse e rappresenta soprattutto in determinate realtà un momento di vera liberazione per dei ragazzi che possono vivere una sorta di momento sicuro, di vita e confronto con persone di tutti i tipi.
Ma le fiere del fumetto esistono davvero?
Certo, nelle varie ferie si vendono tantissimi fumetti, altrimenti gli editori le diserterebbero, non ci sono dubbi. La fiera è in qualche modo sempre conveniente, si tratta di un momento di settore in cui si accede velocemente a un pubblico già targetizzato e che rende disponibile una grande iniezione di denaro in pochi giorni. Ma la fiera del fumetto non vende fumetti, vende plastica, e questo lo possiamo vedere nel grande cambio di scelta da parte degli standisti (a cui nulla può essere rimproverato, semplicemente si propone ciò che è più facile vendere) ed è proprio qui che il nostro cerchio si chiude. La fiera è la manifestazione effettiva di uno dei problemi principali del mercato e che è allo stesso tempo la linfa vitale di cui esso si nutre. L’estetica del nostro mondo supera il contenuto delle storie che amiamo. Leggiamo poco e compriamo tanto, questo ci porterà in futuro a comprare poco e leggere pochissimo. Spieghiamo meglio, la questione è piuttosto delicata e facilmente fraintendibile. Come dicevamo nel primo tempo di questo articolo il fumetto vive e sopravvive non tanto attraverso la sua stessa vendita, ma attraverso il suo culto e per via dei mondi e delle atmosfere che riesce a generare. Ecco allora che creiamo una grande confusione, e perdiamo il punto di contatto con la realtà: vedere le fiere piene ci fa credere che i fumetti siano amati da tantissime persone, ma molto spesso il medium non conta niente agli occhi dei spettatori e di chi le fiere le frequenta, per loro anime e manga sono la stessa cosa, senza distinzione, alla fine conta la storia, i personaggi che ci hanno fatto innamorare. Questo processo sembra essere innocuo e per certi versi romantico (e lo è!) ma nasconde anche una serie di concetti interessanti.
Guardiamo al fenomeno cosplay, ad esempio. Il cosplayer è concettualmente, e in principio, l’innamorato di un prodotto (non solo dei fumetti, ma di qualsiasi medium). L’innamoramento porta a un'opera sartoriale e costruttiva, a un flusso di creatività che conduce a travestirsi in modo da omaggiare ciò che si ama. Possiamo dire che questo è ciò che avviene in questo momento nel mondo cosplay? Oppure il fenomeno, così come molti altri, è divenuto fine a se stesso? Pur di travestirsi e far parte del meraviglioso baraccone colorato delle fiere si sceglie di interpretare qualsiasi cosa vada di moda in quel momento, di modo da fare quante più foto possibile. Signori cosplayers, vi prego di non venirmi a cercare armati di forconi e torce, perché personalmente, e ancora una volta, non credo ci sia nulla di male in questo. Utilizzo l’esempio del cosplay per parlare di un fenomeno ampio e che ha a che fare con tutto il mondo delle fiere e di chi le frequenta, ovvero: si andava alle fiere dei fumetti in quanto appassionati di fumetti; sembra invece che negli anni si sia creata una grande frangia di persone legate al mondo delle fiere ma non tanto ai fumetti, creando enormi parchi giochi, spesso anche molto divertenti, ma che non sono ciò che sembrano e che soprattutto rischiano di dilapidare un'opportunità non solo culturale, ma anche di mercato.
Contro chi puntare il dito? Contro nessuno. Gli organizzatori delle fiere devono fornire una risposta in base a una domanda, e lo stesso vale per gli standisti e gli editori.
Se i coprifronte di Naruto vendono più del fumetto di Naruto, non possiamo pretendere che il negoziante venda i secondi e non i primi.
Ti guardi intorno e ti senti un po' frastornato e solo, nel grande marasma che ti circonda. Poi qualcuno ti distrae dai tuoi pensieri: un ragazzo si è parato davanti a te già da un paio di minuti, a sfogliare il tuo fumetto. Ti chiede lo sketch, sei felice.
Chi compra fa parte della filiera
Poiché un mercato è fatto di domanda e offerta, se abbiamo parlato fino a questo momento di chi l’offerta la fa, non possiamo fare a meno di parlare di chi pone la domanda. Il lettore di fumetto è oggi una figura sfuggente, non solo perché i dati dell’editoria sono ben custoditi e non molto accessibili: altrettanto sfuggente è la domanda che egli porrebbe al mercato. Questo sembra essere un problema che ha a che fare con tutto il mondo della produzione dell’arte: gli editori non sanno cosa fare, il periodo è troppo confuso, il mondo è allo stesso tempo ultramassificato e frammentario, troppo veloce per essere fermato su carta o pellicola, le cose sembrano poter esistere solo su internet e per pochi giorni, e in questo marasma sembra quasi che il lettore non abbia una volontà, dei desideri, che sia un pazzo che reagisce a impulsi non meglio precisati o guidato da un hype incomprensibile.
In realtà è molto probabile che molti dei problemi legati a questa visione siano derivanti dal fatto che non esiste una proposta. Come detto, la produzione è gigantesca, e questo non vale soltanto per i fumetti ma per tutto il mondo dell’editoria: ciò che si è perso è la direzione editoriale.
In virtù del fatto che tutti dovevano stampare tutto, e quanto più possibile e quanto più velocemente possibile, tolte alcune realtà che hanno fatto una scelta ben precisa, assistiamo a una totale assenza di direzione delle varie collane, che in sostanza hanno ridotto l’idea di linea editoriale a un'area tematica. Il contenitore ha superato il contenuto, e quando questo succede, l’identità si perde.
Non nascondiamoci dietro a un dito
Manca qualcuno al conteggio? Abbiamo finito, giusto? No. Sarebbe disonesto dopo una così lunga chiacchierata far finta di non far parte di questo mondo in qualche maniera. Sarebbe semplice dire soltanto che ci sono dei problemi e sottintendere che noi non ne facciamo parte. Parliamo di critica del fumetto e giornalismo del fumetto. Il giornalismo del fumetto, in sostanza, quasi non esiste. Certo, ci sono pagine bellissime come quella che state leggendo, ma la figura del critico in sostanza non c’è, altrimenti non dovremmo essere audaci, saremmo soltanto professionisti del nostro mestiere. In sostanza il mondo della comunicazione del fumetto, a livello giornalistico, gira intorno alla forza di volontà di chi la fa. Spesso si trovano persone molto preparate in questo mondo, ma anche molte persone che parlano a casaccio. Il problema non è che succeda, succede per ogni cosa, purtroppo; il problema è non avere una vera e propria letteratura di riferimento.
L’arte è giovane, i saggi sono pochissimi rispetto a quelli che riguardano le altre materie, studiare fumetto dal punto di vista della comunicazione e della critica è davvero complesso. Ecco allora che, tolte le quattro grandi pagine che compongono il microcosmo del fumetto online, il resto del web è invaso da pagine a tema nerd, che parlano del fumetto senza parlare del fumetto (nel migliore dei casi), il che comporta un ulteriore abbassamento dell’asticella qualitativa dell’offerta informativa portata al lettore, per non parlare degli orribili articoli-titolo, dei flash sostanzialmente spacciati per articoli ma che sono sostanzialmente trafiletti da poche righe che non necessitavano di essere cliccati per trasmettere la loro informazione.
Cosa rimane?
I fumetti! Ecco cosa rimane, per fortuna, nonostante tutto, sempre e solo loro, rimangono. Lo sguardo gettato sul mondo del fumetto in questo nostro (lungo) viaggio potrebbe apparire mortificante, ma non possiamo ignorare una serie di fattori positivi che appartengono al nostro mondo. I fumetti sono ovunque, accessibili a tutti. Era impensabile fino a dieci anni fa. Abbiamo nuovi lettori, tanti, e appassionati. Le case editrici propongono un ventaglio vario e interessante, e a differenza di altri ambienti del mondo dell’arte anche persone totalmente sconosciute riescono a farsi largo a colpi di talento e capacità. È un mondo pieno di voci autoriali incredibili quasi in ogni disciplina che compone il mondo delle vignette. Il livello medio è piuttosto alto, e anche dalla casa editrice microscopica e fuori mano è legittimo aspettarsi opere di alto livello.
La cultura del fumetto e il suo immaginario si sono espansi, la distribuzione è divenuta capillare, di fumetto si parla, si discute, si dibatte. Anche chi era totalmente lontano da questo mondo si affaccia a vedere che succede, sospinto dal clamore generale. Siamo ancora in quel momento in cui stiamo vivendo una grande occasione. Lo sforzo da parte di tutte le componenti della filiera dev'essere quello di capitalizzarla e portare la cultura del fumetto ad un nuovo livello di coscienza pubblica. La missione è ardua, ma se c’è una cosa che ci hanno insegnato i fumetti, è quella di non perdere la speranza, di credere in un mondo migliore.
Trovate tutti i pezzi del Dossier Tempi moderni qui.



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