Non è una questione di genere – Fumettiste e attivismo: dialogo con Grazia La Padula, La Tram e Rita Petruccioli

Tre prospettive sul cambiamento dell’editoria, tra libertà creativa, disparità e trasformazione culturale 

Nel fumetto, parlare di attivismo presuppone l’interrogarsi sulle basi strutturali di un settore ancora segnato da precarietà, squilibri di potere, disparità professionali e stereotipi, che per lungo tempo hanno limitato l’accesso e il riconoscimento di molte autrici e professioniste.

Negli ultimi anni, il panorama si è ampliato: più voci, più linguaggi, più spazio per narrazioni capaci di uscire da modelli tradizionalmente maschili. Tuttavia, la conquista di una maggiore visibilità non coincide necessariamente con una trasformazione strutturale del mercato, ma può nascondere fenomeni come il tokenismo, il pinkwashing editoriale o diritti professionali ancora molto fragili. Per questo l’attivismo nel fumetto si configura oggi come uno strumento fondamentale per la tutela e il cambiamento collettivo.

Per affrontare l’argomento, abbiamo intervistato le autrici Grazia La Padula, La Tram e Rita Petruccioli (qui nominate in ordine alfabetico). Attraverso tre percorsi differenti, questo dialogo si pone l’obiettivo di esplorare il rapporto tra arte, professione e impegno sociale.

Giardino d'inverno (Le jardin d’hiver) di Renaud Dillies e Grazia La Padula.

Partiamo dall'inizio: come è iniziata la tua carriera nel mondo dell’editoria?

Grazia LP: Dopo la Scuola Internazionale di Comics mi ero iscritta all’Università, ma i fumetti restavano sempre l’obiettivo principale e ho continuato a lavorare a storie brevi per conto mio. A Scuola avevo conosciuto il fumetto franco-belga e mi ero orientata sempre di più verso quella direzione. Nel 2007 andai al Festival di Angoulême con il mio portfolio. Mi proponevo come disegnatrice, senza un progetto specifico. L’editore Pierre Paquet mi mise in contatto con Renaud Dillies, un autore con cui collaborava, trovando che avessimo una poetica affine. Renaud scrisse per me Le jardin d’hiver, ho mollato l’Università e mi sono tuffata a tempo pieno nel fumetto. Era proprio la storia che avrei voluto disegnare in quel momento, penso di aver cercato bene la nicchia editoriale adatta a me ma anche di aver avuto una bella dose di fortuna.

La Tram: Come molti colleghi, inizialmente ho girato per fiere cercando di parlare con gli editori e proporgli il mio portfolio personalmente. Prima ho iniziato a lavorare con case editrici piccole e indipendenti e poi, piano piano, i lavori sono diventati sempre più consistenti. Quando ho potuto iniziare a scegliere i progetti ho fatto attenzione a selezionarli in base all’interesse reale che avevo per i temi trattati: intendevo fin da subito crearmi una bibliografia coerente, che parlasse la lingua dell’impegno sociale e civile, in modo da innescare un circolo virtuoso in cui le case editrici mi avrebbero proposto lavori sempre più affini ai miei interessi.

Rita P: Ho cominciato a pubblicare libri circa 14 anni fa, ma non facevo fumetti, non sapevo nemmeno di volerli fare: il mio sogno era fare l’illustratrice.  Ho infatti cominciato come illustratrice di libri per ragazzi, principalmente libri di epica e mitologia per la fascia d'età 7-9 anni.

Avevo 30 anni quando è uscito il mio primo libro illustrato, un testo in tedesco sui Nibelunghi, un traguardo che mi sembrava incredibile, visto che erano anni che proponevo il mio lavoro agli editori senza ottenere grandi risultati. Da lì la mia carriera come illustratrice non si è più fermata.

Al fumetto ci sono arrivata anni dopo, nel 2016, pubblicando una storia breve su un'autoproduzione che si chiamava Crisma e poi subito dopo direttamente con una graphic novel di 120 pagine pubblicata da Bao Publishing e scritta da Giovanni Masi: Frantumi. Nel 2019 è uscito il mio primo libro come autrice unica: Ti chiamo domani. Da allora riconosco il fumetto come mio linguaggio e lo considero il mio mestiere.

Da Ti chiamo domani di Rita Petruccioli (Bao Publishing).

Se e quanto è cambiato il mondo del fumetto da quando ci lavori?

Grazia LP: In Italia si è ampliato molto. Quando ho iniziato, molte case editrici non esistevano ancora o erano nate da poco e l’epoca delle riviste d’avanguardia era finita da un pezzo. Il seriale aveva più fortuna, ma nelle librerie di varia il reparto fumetti era desolante. Mi sembra che anche le autoproduzioni siano più diffuse, anche grazie a mezzi produttivi e di comunicazione più immediati. Non mi illudo che la situazione sia florida, ma il ventaglio si è allargato, c’è una maggiore pluralità di temi e stili e quindi di lettori.

La Tram: Sono molto cambiate la fruizione e le piattaforme per promuovere il proprio lavoro. Quando ho iniziato c’erano webcomics ma i social media con visual storytelling come Instagram erano utilizzati solo per i selfie con filtro Super8 e foto di paesaggi indecifrabili. Adesso il profilo Instagram di un autore è tra le più potenti vetrine per il suo portfolio, rende molto più facile raggiungere gli editor e le case editrici ed è più immediato per comunicare un’immagine coerente della propria produzione. Inoltre, i social hanno reso più orizzontale l’accesso a un pubblico più ampio ma anche più generalista, persone che magari non sono solite leggere fumetti ma che si ritrovano nel feed un fumetto affine ai suoi gusti per il tema che tratta, ad esempio. Il rovescio della medaglia è che l’esigenza di carpire l’attenzione del pubblico nel tempo di uno scroll ha reso i contenuti più immediatamente comprensibili, più universali ma molto più banali, e questo mi annoia atrocemente e atrofizza la mia intelligenza. Ecco il carosello di vignette sui gatti padroni del mondo, sul senso di fallimento dei trentenni che non avranno mai una pensione, sui pensieri esistenziali guardando il tramonto dopo essere stati lasciati. Il linguaggio si è impoverito a discapito della curiosità e della sperimentazione, ed è triste che sia avvenuto perchè la tecnologia ha orientato il linguaggio stesso e perché la piccineria di una gratificazione immediata in termini di like e follower spegne ogni voglia di dire meglio cose più interessanti .

Sull’avvento dell’IA, che pure ha cambiato parecchio il modo di fare fumetto negli ultimi anni, dirò che mi raccapriccia. Credo che Nick Cave abbia sintetizzato il mio pensiero in merito rispondendo a un certo Mark che gli aveva mandato una canzone scritta da Chat GPT “con lo stile di Nick Cave”. Cave risponde: “Ciò che rende grande una grande canzone non è la sua somiglianza con un’opera riconoscibile. Scrivere una buona canzone non è imitazione, né replica, né pastiche: è l’opposto. È un atto di auto-annientamento che distrugge tutto ciò che si è cercato di produrre in passato. Sono quelle deviazioni pericolose, mozzafiato, che proiettano l’artista oltre i limiti di ciò che riconosce come il proprio io”, chiosando con: “Mark, grazie per la canzone, ma con tutto l’amore e il rispetto del mondo, questa canzone è una stronzata”.

La buona notizia è che studiando e praticando si ottengono inevitabilmente risultati, e per tutti i risultati che non si riescono a ottenere c’è sempre la curiosità e la capacità di pensare in modo creativo per usare i propri limiti come punti di forza, sempre che l’IA non ci abbia già resi agonizzanti pezzi di carne catatonici.

Rita P: In questi pochi anni l’ho visto espandersi e contrarsi varie volte, passare dalle edicole alle librerie fino agli schermi dei cellulari. Per quello che riguarda il mio tipo di lavoro, il dato più interessante è il numero di autrici attualmente all’attivo.

Sono cresciuta da lettrice con un numero esiguo di autrici italiane, come Vanna Vinci, Silvia Ziche, o Francesca Ghermandi, e ora c’è un panorama ricchissimo di talenti che si riconoscono nel genere femminile. Autrici che non hanno paura di trattare qualsiasi tipo di argomento, e non si sentono eccezioni in un mondo prevalentemente maschile.

Da La prima bomba di Marco Rizzo e La Tram (Feltrinelli Comics).

In particolare nel corso degli anni come credi si siano modificati gli sbocchi lavorativi per le donne? Credi ci sia più spazio oggi?

Grazia LP: La presenza femminile è diventata indiscutibilmente più forte. Credo che, con la diversificazione di cui parlavo, più donne si siano avvicinate a questo linguaggio, anche come lettrici, e che di conseguenza sia aumentato anche l’interesse nel farne una professione. Il moltiplicarsi di autrici ha incoraggiato man mano nuove leve di fumettiste, sdoganando l’idea che il fumetto, come qualsiasi altra arte, non abbia genere. Si sono abbattuti certi recinti che relegavano le donne a determinati ambiti narrativi, come se lo sguardo femminile fosse adatto al racconto per l’infanzia ma non a storie di pirati o supereroi. È un processo in evoluzione, ma il vero obiettivo per me è che si arrivi a una normalizzazione tale per cui questi temi non abbiano più motivo di essere sollevati. In questa fase rimane una questione su cui si sente ancora il bisogno di accendere un faro, come se fosse ancora un fenomeno eccezionale, insolito.

La Tram: Discorso complesso e che mi spiace sintetizzare in poche righe. Parlo del mercato italiano, perché in Francia e in America la situazione si è già evoluta in meglio.

La tendenza degli ultimi anni è stata quella di realizzare progetti, a volte intere collane, di “fumetto al femminile”. Ora, io vorrei essere più diplomatica ma è inutile fingere che la cosa mi si addica, dunque dirò semplicemente che “fumetto al femminile” è un’espressione che ritengo ripugnante e che ghettizza con spirito paternalistico e indulgente le autrici.

Io stessa ho partecipato ad antologie, curato, disegnato e scritto storie ascrivibili a questo filone, lo faccio ancora e ne sono molto fiera. Questo perchè ho sempre ritenuto che qualunque spazio si fosse aperto me lo sarei preso turandomi il naso, fosse stato pure un tentativo goffo di parità di genere, un’odiosa condiscendenza benevola, e lo penso ancora.

Sono contenta che rispetto al passato vengano scritte molte più storie con protagoniste femminili che non siano solo pulzelle da salvare? Sì.

Tuttavia.

Queste operazioni sono spesso solo di facciata, e le autrici rischiano di diventare un token per il pinkwashing delle case editrici, che esauriscono con un paio di titoli a tema femminile scritti e disegnati da nomi che finiscono in A la loro preoccupazione di contribuire pubblicamente alla perequazione relativa alla disparità di genere. Il corollario è il coinvolgimento di noi tutte in panel sul “femminile nel fumetto”, naturalmente. Come se fossimo dodo, come se vivessimo nel recinto delle femmine in cui possiamo dire tutto quello che ci va purché parliamo di femmine. Pat-pat, ora torna a disegnare le femmine, ciao carissima.

Femmine che fanno fumetti che parlano di femmine per femmine. Femmine che parlano in panel a tema femminile per un pubblico femminile. Avanguardia pura.

Che stanchezza e che mancanza di intelligenza in tutto questo. Che pigrizia mentale.

Ciò che mi aspetto è che questi spazi che si sono aperti non siano simbolici allineamenti delle case editrici a un’istanza pluralista, ma proprio che non si configurino più come “spazi che si aprono” -che implicano una magnanima concessione in uno spazio altrimenti occupato- ma come spazi effettivamente condivisi.

Rita P: Assolutamente sì. Il fumetto non è più un club esclusivo per soli uomini e anche tra chi legge si è creato lo spazio per argomenti nuovi e per narrazioni meno stereotipate e sessiste. Chiaramente parlo di un percorso in atto, c’è ancora un bel po’ di sessismo, ma direi che ci stiamo lavorando in tante e tanti per migliorare le cose e sono ottimista.

Ritengo però che come in molti altri ambiti lavorativi basati sul binomio libera professione e cultura, l’accessibilità dell’ambiente alle donne vada difesa con unghie e denti, e che non dipenda solo dal riconoscimento del loro talento da parte di pubblico e editori, ma che debba essere abbinato alla creazione di metodi di lavoro, retribuzione e assistenza e rispetto che rendano le autrici in grado di mantenere lo standard lavorativo acquisito.

Ad esempio, con un lavoro precario e con basse remunerazioni come quello nel fumetto, è possibile gestire una maternità? Lascio a voi la risposta.

O ancora, se io fossi un’autrice esordiente che si sente molestata o vittima di comportamenti sessisti nel mio contesto di lavoro, sarei tranquilla a cambiare colleghi, casa editrice o a denunciare la situazione, o tutto quello che mi circonda è così precario e a volte basato sull’amatorialità e le relazioni personali da non essere nemmeno in grado di prendere in carico le mie problematiche? Lascio sempre a voi la risposta.

Illustrazione di copertina per La Revue di Grazia La Padula.

Che ruolo ritieni debba avere l'attivismo oggi in quest'ambito? E dove secondo te si potrebbe davvero cambiare qualcosa?

Grazia LP: Serve a creare consapevolezza, dando spazio a voci che non si sentivano legittimate a portare alla luce esperienze problematiche. Aiuta a capire come si creano dinamiche di squilibrio e di potere che frenano la crescita di future professioniste. Il collettivo Moleste ha contribuito in questo senso, creando prima una rete tra donne per allargare poi il dibattito a tutto il settore. Il confronto diventa tanto più utile quando coinvolge tutti, anche gli uomini, e quando esce dai social. Quello che ancora può cambiare è l’equilibrio negli schemi di potere, con una maggiore presenza femminile nei ruoli decisionali e apicali.

La Tram: Credo sia importante che il cambiamento non venga delegato solo all’attivismo.

Come ho detto prima, sono in parte già visibili i risultati dell’attivismo: molte più storie che superano il Bechdel-Wallace test, per esempio. O il Collettivo Moleste che è stato determinante nel portare alla luce comportamenti tossici a danno delle autrici che poi si riflettevano (e si riflettono) sulla loro possibilità di accedere effettivamente al lavoro. L’attivismo fa quello che può, aiuta a spingere in avanti un tema, ma poi questo tema dev’essere condiviso, abbracciato da chi opera in quello specifico ambito lavorativo.

Si potrebbe davvero cambiare qualcosa se alle autrici venissero sottoposti progetti di ogni tipo, non solo storie “di genere” (mi ripeto, questo è un fenomeno prettamente italiano). Questo sarebbe il sintomo di una normalizzazione effettiva e non pretestuosa della presenza delle autrici in un contesto lavorativo storicamente maschile. Non c’è niente da fare: per operare il cambiamento è necessario che tutti lo vogliano perché lo sentono necessario.

Rita P: Per quanto io ami questo lavoro, penso che l’ambito del fumetto abbia tantissime cose da ripensare perché è un crogiolo di problemi che si intersecano tra loro.

Per me il problema del sessismo non può essere trattato separatamente dalla carenza di compensi adeguati in ambito editoriale, dalla scarsa consapevolezza da parte di autori e autrici dei propri diritti contrattuali, dalle prospettive di lavoro illusorie alimentate da scuole e accademie di fumetto (il che, ci tengo a precisarlo, è separato dalla qualità della formazione), dalla frustrazione che di conseguenza permea buona parte dell’ambiente. Tutto questo alimenta gli squilibri di potere e la percezione falsata di un ambiente di lavoro difficile e precario, dove i soggetti che già sono fragili nella società lo sono ancora di più.

Per questo penso che l’unico forma di attivismo che mi sembra costruttiva al momento è quella di considerare queste problematiche come interconnesse e adoperarci tutti per cercare di migliorare la qualità del lavoro e della consapevolezza di tutti gli operatori e le operatrici del settore per sbrogliare questa matassa.

Tavola tratta da Finché l’ultimo canta ancora di Francesca Torre e La Tram, realizzato in collaborazione con Emergency.

Guardando al tuo percorso, ci sono autrici o autori che ti hanno influenzata in modo decisivo? In che modo hanno inciso sul tuo modo di raccontare o disegnare?

Grazia LP: Fra i tantissimi, Nicolas De Crécy per il colore, le città vissute, fagocitanti. È stata importante poi la collaborazione con Tony Sandoval, con cui condividevo un background di atmosfere cupe, realismo magico, un racconto sospeso e misterioso. Gli acquerelli di David Sala. Ma a parte le influenze più evidenti, a folgorarmi è l’approccio: sopra tutti cito Jorge González e Dave McKean. Mi stimola la loro costante tensione verso la ricerca e l’evoluzione, il modo di spingere il fumetto ai confini con la pittura. Di McKean amo il segno, le deformazioni, certi silenzi narrativi. Di González guardo la composizione, l’astrazione di certe vignette, la sintesi delle figure. Ma soprattutto l’immediatezza nel disegno, libero da preoccupazioni e ostentazione. È l’obiettivo che vorrei raggiungere. Sono lì a rifinire dettagli ma sotto sotto non vedo l’ora di riuscire a fregarmene e distruggere tutto!

La Tram: Mi hanno influenzata tutti quelli che avevano un punto di vista eclettico e originale sul mondo.

Claire Wendling è stata il mio primo amore: mi sgomenta ancora la sua capacità di passare da uno stile a un altro con una fluidità e una personalità tanto forte ed elegante.

Mike Mignola l’ho amato per avermi fatto scoprire la spregiudicatezza nella sintesi, fino a che punto potevi spingere il grafismo senza che si riducesse a un esercizio di stile ma essendo funzionale e anzi determinante per la narrazione.

Frank Espinosa mi ha letteralmente fatto dono della passione e del linguaggio del colore, del suo potere subliminale.

David Sala è un’altra grande ispirazione: ricerco esattamente quella capacità sontuosa di sintesi di segno e colore.

Ancora, Sara Colaone, che icona. È così raffinata e così così geniali alcune sue scelte narrative e stilistiche che imparo qualcosa da lei ad ogni pagina di un suo libro che sfoglio. 

Jorge Gonzales è l’autore che ha tutto: la disinvoltura nel cambiare stile, registro, tecnica anche ad ogni sequenza. La spregiudicatezza dello sperimentare, sovrapporre, esagerare, rendere brutto il bello e bello il brutto. Stirare, infantilizzare le forme. È così libero che commuove.

Rita P: Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove si leggeva ogni tipo di fumetto. In casa c’era sempre Topolino, ma anche fumetti Bonelli e Marvel, si compravano Comix e Linus, e anche Lancio Story e l’Eternauta. I manga li ho portati io a casa, e quindi per molto tempo sono stati il linguaggio e il sistema di segni e narrazione che più mi hanno influenzata. Su tutti, Rumiko Takahashi, Mitsuru Adachi e Ai Yazawa. Poi mi hanno influenzato tantissimo Giorgio Cavazzano, da cui sicuramente ho imparato a far recitare i personaggi, e Lorenzo Mattotti, che per me ha sempre rappresentato il trait d’union tra fumetto e illustrazione e un esempio incredibile su tutto ciò che è composizione e equilibrio.

Da Medea di Rita Petruccioli (Bao Publishing).

Oggi senti di essere riconosciuta come autrice a tutto tondo, oppure capita ancora di dover “dimostrare” qualcosa in più rispetto ai colleghi?

Grazia LP: Non mi pongo troppo la questione. Sono felice dei riconoscimenti che arrivano, per il resto non mi interessa averne da chiunque. Ma sentire di voler sempre dimostrare qualcosa a me stessa, questo mi fa pensare. Ho l’impressione che fra le donne la “sindrome dell’impostore” sia più diffusa, che questo dover dimostrare qualcosa in più per essere prese sul serio, in vari contesti, è qualcosa che tante di noi hanno interiorizzato fin da piccole. Diventa complesso scindere nettamente questo tipo di fatica, comunque generata da un contesto culturale, da ostacoli più oggettivi. Così come non so se agli esordi certi atteggiamenti paternalistici fossero dovuti all’età o al genere. Una schermatura naïf e il rifiuto di considerare il mondo del fumetto come una “roba da maschi” da cui sentirmi esclusa mi rendevano piuttosto impermeabile. Diciamo pure che qualche fetta di prosciutto sugli occhi l’ho avuta. Con il tempo, avendo avuto più modo di confrontarmi con altre autrici, ho potuto guardare al di là delle esperienze personali. Ho preso consapevolezza di dinamiche e comportamenti che non avevo riconosciuto, che magari io non ho vissuto come dannosi, ma sull’esperienza di altre colleghe hanno inciso purtroppo in maniera negativa.

La Tram: Non mi interessa.

Rita P: Io penso sempre di dover dimostrare qualcosa. Non so dirti quanto questo faccia parte del mio carattere perennemente irrisolto, o quanto questo appartenga a una condizione di genere o addirittura alla condizione di frustrazione di un ambiente di lavoro che restituisce meno di quello che richiede in termini di energie fisiche e mentali.

Ho fiducia nel fatto di non essere percepita come una “donna del fumetto”, ma come una persona che sa raccontare bene a fumetti. E se anche non fosse così, credo che attualmente siamo talmente tante e stiamo raccontando storie importanti di ogni tipo, che è solo questione di tempo perché non si noti più il genere di appartenenza, ma solo il prodotto.

Quanto alla mia irresolutezza, cerco di usarla per cercare di fare sempre meglio e dirmi che la prossima opera sarà meglio della precedente.

Break/Breathe, illustrazione di Grazia La Padula (da un live drawing del 25 novembre 2023 nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donna).

Quanto pesa ancora lo stile nel modo in cui vieni letta e collocata nel mercato?

Grazia LP: Il mercato ha inevitabilmente i suoi meccanismi, chiaramente ogni opera o autore ha determinati spazi e target, più o meno ampi. Io mi curo di seguire le mie inclinazioni e di farlo al meglio delle mie possibilità, anche cercando gli editori interessati a quel tipo di espressione, certo. Ma la collocazione sul mercato è affare successivo di cui non mi occupo direttamente. Il mio interesse è comunicare nel modo che mi è congeniale. La conseguenza naturale è avvicinare un pubblico che si rispecchi in qualche modo in quello che è il mio mondo.

La Tram: Non sono certa di poter rispondere, probabilmente dovremmo chiedere a chi mi legge o a chi mi pubblica.

Probabilmente mi caratterizza più il colore che lo stile di disegno: su questo ho quasi difficoltà a restare riconoscibile, anzi, tanti sono i segni che mi piace usare.

Forse sono più i temi che prediligo che lo stile, a candidarmi naturalmente più per alcuni progetti che per altri. 

Rita P: Confesso di non essermi mai posta questo problema.

Per me lo stile è il modo in cui un'autrice o un autore, vede e interpreta il mondo. È la sua sintesi. Questa sintesi esattamente come il linguaggio può essere declinata a seconda del messaggio e a seconda a chi è diretto. Non c’è nulla di più prezioso che vedere evolvere e modulare questa visione nelle storie che si raccontano.

Mi rendo conto di essere privilegiata nel dire questo, perché facendo graphic novel mi muovo nell’ambito più autoriale e libero del fumetto, ma penso che nell’editoria esistono tante più possibilità di quelle che ci vengono raccontate.

Vent’anni fa uno stile come quello di Sio sarebbe stato impensabile per il mercato. O ancora immaginare gli X-Men disegnati da Peach Momoko un azzardo.

E invece…

Intervista a cura di Carlotta Bertola


Grazia La Padula

Grazia La Padula lavora come fumettista e illustratrice sia in Francia che in Italia. Ha esordito nel 2009 per l’editore francese Paquet con Le jardin d'hiver scritto da Renaud Dillies, arrivato poi in Italia con la casa editrice Tunué. Nel 2016 ha firmato il suo primo lavoro come autrice unica, l’albo illustrato Là où dort la lune per Marmaille & Compagnie. In Italia ha pubblicato con editori come Tunué, BeccoGiallo, Feltrinelli e Oblomov e ha realizzato illustrazioni per numerose riviste, tra cui Linus e La Revue. Docente di illustrazione allo IED, è tra le fondatrici del collettivo Moleste, nato per combattere la discriminazione di genere nel mondo del fumetto. 

Nella sua carriera ha collezionato numerosi riconoscimenti, come il Premio Coco come miglior autrice unica nel 2021, il Premio Toppi nel 2023, il Premio Micheluzzi nella categoria miglior disegno nel 2024 e il Premio “Elena Xausa” tra fumetto e illustrazione nel 2024.


La Tram

La Tram (Margherita Tramutoli) ha lavorato per anni come grafica per la cooperazione internazionale (Unesco, Ccivs France e altre Ong italiane e internazionali), per poi approdare all’illustrazione e al fumetto. Scrive e disegna storie a fumetti e realizza illustrazioni per l’editoria. Tra le sue collaborazioni Feltrinelli, Il Castoro, Salani, l’Espresso, Linus, Jacobin, La Revue. È tra le fondatrici del collettivo Moleste per la parità di genere nel fumetto. Il suo ultimo lavoro a fumetti, Finché l’ultimo canta ancora, scritto da Francesca Torre e realizzato in collaborazione con Emergency, racconta l’accesso alle cure della popolazione in Afghanistan dopo il 2021.


Rita Petruccioli

Rita Petruccioli, illustratrice e fumettista, ha realizzato quest’anno Medea, graphic novel edita da Bao Publishing, casa con cui nel 2019 aveva già pubblicato Ti chiamo domani e nel 2017 Frantumi, scritto da Giovanni Masi. Insieme a Lorenzo Ghetti è autrice di Isa vince tutto, webcomic e poi libro a fumetti pubblicato nel 2022 da Rulez, vincitore del premio come Miglior webcomic al TCBF e del Premio Giovani Letture al Comicon di Napoli 2023 a cui segue Isa vince ancora, premio Miglior fumetto per ragazzi a Romics 2024. Per Internazionale Kids ha disegnato la serie a fumetti Case Rosse scritta da Susanna Mattiangeli e pubblicata in libreria da Il Castoro. 

Nel campo dell’illustrazione per l’infanzia ha pubblicato la serie di Matita HB scritta da Susanna Mattiangeli per Il Castoro, Miti romani ed Eneide con Carola Susani (La Nuova Frontiera junior), Christine e la città delle dame scritto da Silvia Ballestra (Laterza).


Trovate tutti i pezzi del Dossier Non è una questione di genere qui.

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