Non è una questione di genere – Colorare il fumetto: Valeria De Sanctis, Fabiana Mascolo e Adele Matera

Tre coloriste a confronto sulla narrazione attraverso il colore e i vari mercati editoriali

Nel fumetto, il colore è spesso percepito come un elemento quasi invisibile, eppure è uno strumento fondamentale nella costruzione dell’atmosfera e dell’emozione: colorare, infatti, interviene profondamente sulla lettura della tavola, guidando lo sguardo e rafforzando, o talvolta ridefinendo, l’intenzione narrativa dell’opera.

Nonostante questo ruolo cruciale, la figura del* colorista è poco raccontata e spesso marginalizzata nel discorso critico e nel riconoscimento pubblico, soprattutto in Italia. 

Per questa nuova tappa del dossier Non è una questione di genere, abbiamo intervistato, in ordine alfabetico, Valeria De Sanctis, Fabiana Mascolo e Adele Matera, tre professioniste con percorsi differenti tra mercato italiano ed estero.

Attraverso le loro esperienze emergono riflessioni sul rapporto tra tecnica e storytelling, sulle disparità di riconoscimento, sulle differenze produttive tra mercati e sul peso che il genere può ancora avere in una professione dove le donne sono numerose, ma non sempre adeguatamente valorizzate.

Alcune storie colorate da Valeria De Sanctis: i volumi 3 e 4 della serie La Divina Congrega (Sergio Bonelli Editore) e Topolino e le nebbie di Meyrink.

Iniziamo. Come siete approdate al mondo della colorazione?

Valeria DS: Tramite il corso di colorazione digitale che ho fatto presso la Scuola Internazionale di Comics a Pescara. È stata una folgorazione! Merito soprattutto dell’insegnante, Silvio Speca, che mi ha trasmesso la sua passione.

Fabiana M: Ho iniziato subito dopo la scuola di fumetto. Un mio insegnante mi disse che Dago stava cercando coloristi e mi suggerì di candidarmi. Così mi sono ritrovata da subito a lavorare professionalmente, colorando albi da novanta pagine con cadenza bimestrale, che all’epoca, appena uscita da scuola, mi sembravano un’enormità. Oggi, guardandoci indietro, mi rendo conto che era un ritmo persino sostenibile rispetto a certi standard del settore.

Dopo il debutto in edicola, ho cominciato a dividermi tra colore e disegno, spostandomi progressivamente verso il mercato americano e francese. Questo mi ha permesso di vedere approcci molto diversi al fumetto e di crescere sia tecnicamente sia artisticamente.

Adele M:  Tocca tornare un bel po’ di anni addietro a quando frequentavo il liceo artistico e compravo la mia primissima tavoletta grafica da 35 euro. Nei pomeriggi a casa scaricavo i disegni da google per poi colorarli per divertimento. Qualche anno dopo frequentai la scuola internazionale di comics di Roma nell’indirizzo “fumetto”, per due anni, ma per quanto mi piacesse disegnare non ritenevo fosse il mio “strumento di comunicazione”. La scuola aveva un master di colorazione digitale e quindi cambiai indirizzo, chi lo avrebbe mai detto alla me 16enne che quello sarebbe diventato un giorno il nostro lavoro. *Lacrimuccia*

Quali opere e autori vi hanno influenzato?

Valeria DS: Ho imparato a leggere con i fumetti Disney e sono cresciuta leggendo Bonelli, ho amato le W.I.T.C.H., i fumetti di Asterix, tantissimi manga. Sicuramente mi hanno sempre affascinato il mistero e l’orrore, ad avermi influenzata maggiormente sono l’immaginario di Tim Burton e Guillermo del Toro. Molte mie palette colori le ho fatte partendo da ambientazioni specifiche dei videogiochi, su tutti Bloodborne e World of Warcraft. La lista dellз autorз di fumetti preferitз è lunghissima e in costante aggiornamento ma vorrei fare i nomi di coloristз attuali che apprezzo lavorativamente e studio per migliorarmi: Giovanna Niro, Matteo Vattani, Annalisa Leoni, Lorenzo De Felici, Naoko Kawano (Gurihiru), Tomeu Morey, Tamra Bonvillain, Jean-Francois Beaulieu.

Fabiana M: Per quanto riguarda il colore, le mie influenze arrivano soprattutto da ambienti esterni al fumetto. Prendo spesso ispirazione dal visual development per i film d’animazione - lavori come quelli di Tonko House, Nathan Fowkes o Angela Sung - ma anche film, anime, illustrazioni, advertisement e splash art.

Mi affascina il modo in cui questi linguaggi utilizzano luce, atmosfera e palette per costruire emozioni e guidare lo sguardo: sono aspetti che cerco sempre di riportare nel mio lavoro da colorista e fumettista.

Adele M: Oddio, che domandona. Forse una su tutte quella che mi ha ammaliata e influenzata di più, soprattutto all’inizio è Outcast (di Kirkman e Azaceta) con i meravigliosi colori di Elizabeth Breitweiser, credo che lei abbia fatto veramente un lavoro magistrale. Ancora oggi è la mia ispirazione principale per quel tipo di colorazione cupa, mistica e suggestiva che amo particolarmente sia leggere che fare.

Cyberpunk 2077: Blackout (colori di Fabiana Mascolo).

Quali sono le principali sfide della colorazione? Quanta libertà avete e quanto, invece, il vostro lavoro nasce dalla collaborazione con altre figure professionali? Avete notato differenza tra lavorare con team maschili e femminili?

Valeria DS: Così come il fumetto è un’arte sequenziale, lo è anche la catena di lavoro per lз autorз. Sembra scontato ma spesso ci si dimentica che un fumetto è il risultato di tante menti che devono collaborare per lo stesso obiettivo. È vero che ci sono vari ruoli, spesso ben distinti, ma la tavola finale è una sola ed è l’unione delle parti. Motivo per cui trovo imprescindibile la collaborazione attiva tra chi scrive-disegna-colora-lettera. Purtroppo nel work for hire spesso si lavora a “comparti stagni”, ci si relaziona magari con supervisorз o agenzie che forniscono la sceneggiatura, le tavole in bianco e nero, e ti augurano buon lavoro. In quei casi è tutta questione di mestieranza, perché non puoi parlare con lз altrз autorз e devi azzeccare da solǝ cosa avevano in mente. A volte nemmeno ti vengono detti i lori nomi e lo scopri quando il fumetto è bello che stampato.

Riguardo alla libertà devo dire che si sono sempre fidatз della mia competenza, c’è un confronto iniziale ma poi ho spesso carta bianca (considerando comunque sempre i vari paletti nel caso in cui si lavori su personaggi già esistenti).

All’ultima domanda vorrei tanto poter rispondere ma in 10 anni di lavoro mi è capitata solo una volta una sceneggiatura scritta da due donne e solo in due occasioni ho avuto modo di colorare due disegnatrici.

Fabiana M: Credo che la sfida più grande sia valorizzare la tavola al servizio dello storytelling. Il colore ha un incredibile impatto sulla narrazione, sul ritmo e sulla leggibilità della pagina, eppure spesso viene percepito come qualcosa di secondario. A mio avviso, esiste ancora poca consapevolezza di quanto un colorista possa influenzare la lettura di una storia; spesso manca persino un linguaggio critico adeguato per parlarne davvero.

Il colore aggiunge emozione, atmosfera, ritmo e soprattutto leggibilità. Guida l’occhio del lettore e contribuisce in maniera decisiva alla costruzione della narrazione.

C’è una grande differenza tra una tavola semplicemente “colorata bene” e una tavola che riesce davvero a colpire grazie al colore.

Proprio per questo il colore è anche molto delicato: se non lavora in armonia con il disegno può addirittura entrare in conflitto con la regia della pagina. Mi è capitato di vedere tavole in cui il colore creava punti focali diversi da quelli pensati dal disegnatore, finendo per alterare l’intenzione narrativa.

Allo stesso tempo, ho lavorato anche su progetti in cui veniva richiesto un trattamento estremamente realistico su tavole volutamente minimali, dove il colore doveva quasi costruire da zero texture, ambienti e dettagli non presenti nel disegno. Personalmente credo che, in alcuni casi, questo rischi di allontanarsi dalle intenzioni originali dell’autore e possa diventare un tentativo di altre figure nel progetto di modificare il prodotto finale.

Per quanto riguarda la collaborazione, cambia molto da progetto a progetto. Come colorista, soprattutto negli Stati Uniti, mi è capitato spesso di interfacciarmi quasi esclusivamente con l’editor. Quando invece lavoro anche come disegnatrice, ho avuto esperienze molto belle di confronto diretto con il colorista per costruire insieme una direzione artistica comune. Quando coloro i miei lavori, invece, mi viene generalmente lasciata totale libertà.

Non ho notato particolari differenze di genere nella comunicazione professionale.

Adele M: La sfida più grande credo sia trovare il proprio stile e la propria personalità che possa essere riconoscibile ed emergere anche in serie nelle quali ci si alterna gli albi con altr* colorist*. In generale è un lavoro che ti lascia abbastanza libero (eccetto rari casi nel quale devi attenerti a delle linee guida rigide), più che “dalla collaborazione” con altre figure professionali mi sentirei di dire “dal confronto”, in alcuni casi. Ma ogni serie, ogni casa editrice e ogni team lavora in modo diverso. Personalmente sono stata sempre molto libera di fare il mio lavoro in modo indipendente e di poter esprimere il mio stile. Per rispondere all’ultima parte della domanda: anche se, personalmente, non ho riscontrato enormi differenze, dirò probabilmente il segreto di Pulcinella ma nel lavorare con team femminili, di base, c’è più empatia verso l’altr*, più disponibilità e gentilezza verso le esigenze altrui (vi ho shockato, lo so).


Eternity (colori di Adele Matera).

Ci sono differenze tra lavorare per il mercato italiano e per quello estero?

Valeria DS: C’è questo mito per cui all’estero si venga pagatз molto di più. È vero. Ci sono tuttavia diversi fattori da tenere a mente per poter dire se questa cosa sia davvero così buona. Spesso i tempi di consegna sono molto più stringenti rispetto al mercato italiano ed è davvero frequente la necessità di ricorrere ad assistenti, il più delle volte da pagare a proprie spese. Capita anche che ci sia molto pressing, soprattutto se si lavora su delle serie con scadenza regolare. Devo ammettere che a volte i soldi guadagnati sono usciti dalle mie tasche per entrare in quelle della mia fisioterapista. È difficile, almeno per me, capire davvero cosa vuole una casa editrice estera (mi riferisco soprattutto a Francia e Stati Uniti), perché per i colori hanno un immaginario diverso. In generale, per il mercato francese i colori sono più tenui, per il mercato statunitense sono più saturi, bisogna entrare in una diversa ottica e spesso rimanerci per poter lavorare con loro. Spesso chi cambia mercato si tara per quello e resta lì.

Fabiana M: La libertà creativa dipende molto dal progetto e dal mercato. Nel fumetto francese ho trovato un controllo maggiore sulla resa del colore, soprattutto nei lavori storici, dove l’attenzione è rivolta alla plasticità e al realismo dell’immagine. Nel mercato americano, invece, mi capita più spesso di avere libertà espressiva, anche perché con l’esperienza cresce inevitabilmente anche la fiducia che editor e team ripongono nel tuo lavoro.

La differenza più evidente è probabilmente economica: il mercato italiano tende a pagare meno e il ruolo del colorista è spesso meno visibile.

Il mercato americano è molto più ampio e variegato: la qualità può oscillare enormemente, così come le retribuzioni, ma l’accesso è anche molto competitivo. Dal punto di vista stilistico, però, trovo che il tipo di colorazione dipenda più dal progetto e dal genere del fumetto che dal mercato in sé.

I tempi di produzione restano generalmente serrati ovunque. Una differenza che ho percepito è che negli Stati Uniti la comunicazione con gli editor tende a essere più diretta e fluida. Inoltre, sia negli USA sia in Francia, il lavoro del colorista - e spesso anche quello degli assistenti - viene accreditato con maggiore attenzione.

Adele M:  La più grande differenza che ho vissuto è il metodo organizzativo delle consegne, correzioni ecc. Sono consapevole che non tutti hanno la stessa esperienza ma per quanto mi riguarda la figura dell’editor che coordina tutto il team è un punto a favore delle case editrici americane. Hai una data precisa per ogni step che spesso ti viene comunicata anche mesi prima che il lavoro inizi. Questo ti dà la possibilità di gestire al meglio i tempi ed eventuali altri lavori.

Simulacri - Stagione 2 (colori di Valeria De Sanctis).

Oltre alla differenza tra colorare in tradizionale o colorare in digitale, si è aggiunta da poco l'AI. Qual è la vostra opinione al riguardo?

Valeria DS: L’AI è un servizio. I servizi sono messi a disposizione dalle aziende per i clienti. Non c’è nulla di artistico nell’AI, con buona pace di quelle persone che si definiscono “AI artist”. I principali software per disegnare/colorare in digitale come ad esempio PS o CSP sono strumenti dove i segni che produci derivano dallo stesso gesto e la stessa intenzione delle tecniche tradizionali. L’AI invece non necessita di alcun gesto e l’intenzione è irrimediabilmente condizionata dal programma. Le immagini prodotte dall’AI, a mio parere, sono tutte tristemente omologate e noiosamente oleografiche. Questo avvento non solo ha portato ad un appiattimento visivo generale ma ha leso la dignità e il lavoro delle persone creative che hanno visto le loro opere buttate in pasto all’AI per formarla. Per produrre lavori di qualità servono dati di qualità con cui addestrarle. Dati composti dai lavori di artistз presi senza il loro consenso, violando le leggi di copyright. A ciò si è aggiunto il noto sfruttamento elettrico ed idrico per farle funzionare. Non sono contraria all’avanzamento tecnologico e all’AI, ma attualmente non trovo ci siano le condizioni per poterne usufruire. Non finché non sarà normata nel rispetto delle persone creative e dell’ambiente.

Fabiana M: L’intelligenza artificiale è uno strumento e, come tutti gli strumenti, il suo valore dipende da chi la utilizza e dal modo in cui viene impiegata. Ed ovviamente, esistono questioni importanti che meritano attenzione, sia dal punto di vista ecologico - per il grande consumo energetico - sia dal punto di vista etico, soprattutto per quanto riguarda il training su opere protette da copyright.

Detto questo, al momento non ho trovato un utilizzo concreto dell’AI che rappresenti un reale beneficio nel mio lavoro di colorista.

Adele M: La mia opinione sull’IA è probabilmente la stessa che ha la maggioranza degli artisti. Inutile contrastare lo strumento, che ormai troviamo ovunque, ma c’è necessità di regolamentazione, trasparenza dei dati utilizzati per il training, consenso informato e preventivo degli autori e titolari di diritti tutelati da copyright. Per non parlare della parte etica e ambientale, di tutte le risorse che questo strumento utilizza. É devastante. Spero ci sia presto una controtendenza almeno nell’uso quotidiano che se ne fa. Ci sarebbero veramente troppe cose da dire…


Com’è lo stato di salute del lavoro da colorista? È cambiata la situazione lavorativa da quando avete iniziato questa professione?

Valeria DS: È un fenomeno che ho notato ma devo dire che almeno personalmente non ho avuto cambiamenti nella mia situazione lavorativa. Verrebbe da pensare che se unǝ disegnatorǝ colora da solǝ le proprie tavole possa “sottrarre” lavoro a chi colora, ma c’è da considerare che chi ha questo approccio trova un metodo di colorazione valido solo per il proprio tratto. La differenza è tutta qui. Chi colora per professione cambia il proprio stile in base al disegno che ha davanti. Siccome l’adattabilità è la base fondante di questo mestiere sono propensa a pensare sia un campo dove si troverà sempre più facilmente lavoro rispetto ad altri, senza contare che anche chi disegna e si colora potrà aver bisogno di assistenti (basistз e/o ghost artist) per stare dietro ai tempi editoriali.

Adele M: La situazione lavorativa è cambiata molto. Quando ho iniziato io, in Italia, era appena uscita Orfani della Sergio Bonelli Editore, la loro primissima serie a colori che ha segnato un confine netto tra prima e dopo. C’è stato un boom iniziale di serie nuove in uscita a colori e quindi automaticamente c’era più richiesta di colorist* e poch* che lo facessero. Ora c’è il problema opposto. Purtroppo lo stato di salute non proprio positivo credo sia di tutto il settore e non nello specifico del* colorista, in questo periodo storico.

A Panda piace presenta: Ansia la mia migliore amica (colori di Fabiana Mascolo).

Il mestiere del colorista non riceve sempre il giusto riconoscimento. È mai capitato che il vostro lavoro venisse sminuito o non preso sul serio? Se sì, pensate che ciò sia legato al vostro genere o ad altri fattori?

Valeria DS: Ci sono diverse motivazioni storiche da tenere a mente per fare questo discorso. In Italia l’unico fumetto popolare che presentava l’uso del colore fin dalla sua nascita era Topolino, tutti gli altri erano in bianco e nero. Dagli anni ’90 con l’avvento del colore digitale ci sono state le prime sperimentazioni e solo nel 2013 la Bonelli ha dato il via alle serie a colori con Orfani. Il colore nel fumetto italiano è quindi piuttosto recente e c’è ancora la credenza che il colore renda il fumetto più “infantile”. A questo si aggiunge che le persone non addette ai lavori (ma anche molte delle addette) non capiscono davvero dove finisca il lavoro di chi disegna e cominci quello di chi colora. Spesso sui social si vedono tavole pubblicate in b/n e poi a colori per far capire la differenza e quanto lavoro c’è dietro.

Una considerazione che mi sento di fare è che quando c’è una donna nel team di lavoro dove gli altri ruoli sono ricoperti da uomini questa sarà con molta probabilità la colorista. Questo perché persiste, soprattutto nel fumetto popolare, un altro pregiudizio, e cioè che il colore sia “roba da donne”.

Se prendiamo l’indagine pubblica del 2020 fatta dal MEFU sulla condizione economica e professionale di chi fa fumetto in Italia, scopriamo infatti che la presenza delle donne nel settore della colorazione è superiore del doppio rispetto a quella maschile. Porto un esempio su tutti: se prendiamo Topolino, chi lo legge di frequente avrà notato come alla dicitura (introdotta solo dal 2022) “colore di” ci sia una netta maggioranza di nomi femminili mentre c’è la loro quasi totale assenza nei campi “storia di” e “disegni di”.

Siccome i settori di scrittura e disegno sono resi più difficili da raggiungere per le donne, verrebbe da pensare che almeno in quello del colore abbiano un qualche riconoscimento, ad esempio essere invitate quando ci sono eventi dove si parla di colorazione. Senza troppo stupore scopriamo che invece sono presenti come evidente “quota rosa”. Le donne diventano minoranza anche nel settore dove, volenti o nolenti, sono la maggioranza. Quando ci sono evidenze di questo tipo, a parer mio, non si può non pensare ad una discriminazione di genere.

Adele M: Credo che il problema alla base sia della categoria, poi sicuramente ci sono casi specifici nel quale potrebbe incidere il genere ma, personalmente, penso che sia proprio la categoria del* colorista a non essere abbastanza riconosciuta. Mi è capitato di venire “ignorata”, come se il lavoro fatto da me fosse stato fatto da altri o merito di un team. Vedo proprio una difficoltà generale nel dare i crediti a chi fa i colori, dagli annunci sui social, ai cataloghi, alle copertine e nelle interviste fatte alle altre parti. Sono poche e recenti le realtà che mettono il colorista in copertina insieme allo sceneggiatore e il disegnatore, come se i colori non fossero importanti tanto quanto la sceneggiatura e i disegni. Questa è una peculiarità tutta nostrana che mi auguro possa cambiare presto.

Zagor. Le origini - La palude maledetta (colori di Adele Matera).

Se poteste dare un consiglio a una ragazza che vuole intraprendere la carriera di colorista, quale sarebbe?

Valeria DS: Non aspettarti che il mondo del fumetto sia esente da tutte le problematiche che puoi trovare negli altri settori lavorativi, comprese quelle di genere. Ancora oggi c’è una forte prevalenza maschile e potresti faticare a far sentire la tua voce.

Ricordati che stai facendo un mestiere bellissimo e che hai tra le mani un potere enorme, quello di decidere come chi legge debba sentirsi. Il colore è lo strumento narrativo che influenza le emozioni. Per arrivare ad essere una brava colorista avrai bisogno di ottime basi sia nelle fasi di lavoro precedenti che in quelle successive alla tua. Con buone probabilità sarai una delle persone più competenti nella stanza. Quando qualcuno ti sminuirà faglielo notare, e soprattutto, ricordalo sempre a te stessa!

Fabiana M: Direi prima di tutto di studiare molto, ma non limitandosi al fumetto. È importante guardare anche cinema, animazione, illustrazione e fotografia.

Allenare l’osservazione della luce e del colore è fondamentale, così come sviluppare velocità e disciplina, perché il lavoro richiede ritmi produttivi molto intensi.

Consiglierei anche di costruire un portfolio solido, fare networking e pubblicare online: oggi la visibilità passa molto anche da lì, ed è uno strumento importante per creare contatti e opportunità professionali.

Adele M: Sicuramente il consiglio migliore che mi sento di dare è di non smettere mai di avere fame di conoscenza e di voglia di crescere. Continuare a studiare e migliorarsi anche quando ci si sente, erroneamente, “arrivati”. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno se non a noi stess*.

Intervista a cura di Carlotta Bertola


Valeria De Sanctis

Valeria De Sanctis è una colorista e fumettista italiana attiva tra mercato nazionale e internazionale. Dal 2020 collabora con Arancia Studio per la Disney, lavorando anche alla serie Daisy e i misteri di Parigi per Panini Comics.

Nel 2023 realizza i colori per quattro variant cover di The Amazing Spider-Man, mentre per Sergio Bonelli Editore firma i colori dei volumi 3 e 4 de La Divina Congrega. A gennaio 2024 colora la storia Le nebbie di Meyrink su Topolino, lavoro che, insieme ai progetti bonelliani, le vale una nomination come Miglior Colorista al Premio Boscarato del Treviso Comic Book Festival 2024.

Attualmente è al lavoro sulla seconda stagione di Simulacri, edita da Sergio Bonelli Editore.


Fabiana Mascolo

Fabiana Mascolo è colorista e fumettista attiva tra mercato italiano, americano e francese. Tra i progetti a cui è maggiormente legata figurano Cyberpunk 2077: Blackout, in collaborazione con Roberto Ricci, dove ha utilizzato palette e soluzioni visive molto particolari e An Unkindness of Ravens, in collaborazione con Marianna Ignazi. Questa serie le ha permesso di ottenere riconoscimenti come il Premio Coco nel 2021.

Come disegnatrice, nel 2019 ha pubblicato Ruggine, graphic novel che le è valsa una nomination ai Micheluzzi e ai Boscarato dell’anno seguente. Tra i lavori più recenti si annoverano gli interni del rilancio di Catwoman (incluso il nuovo costume), The Witcher, in uscita quest’anno, Magic: The Gathering e Firefly.


Adele Matera

Adele Matera è una colorista italiana distintasi nel panorama Bonelli per il lavoro su serie come Eternity, Zagor e Nero. Il suo approccio cromatico le è valso importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Coco nel 2023 e il Premio Boscarato nello stesso anno. Collabora come colorista con alcune delle più importanti case editrici americane, come la Dark Horse Comics, dove colora la serie di Avatar The Last Airbender, in Italia edito da Tunué.


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