Dossier Tempi moderni - Lo stallo alla messicana del mondo del fumetto italiano (primo tempo)
Dalla redazione audace, Luca ti manda un messaggio, mentre tu stai facendo una delle cose della tua vita, sei seduto da qualche parte, a fare qualcosa, come tutti. E un momento prima sei un lettore di fumetti che prova a trasmettere la sua passione, un momento dopo ti trovi tuffato in un'avventura più grande di te. Ti propongono dalla redazione di raccontare l'ambito dell’editoria, di dare vita a un'analisi per immortalare il momento che vive il nostro Paese per quanto riguarda il mondo delle nuvole parlanti. Smetti di fare quello che stavi facendo, che adesso non importa più, perché d’istinto (maledetto l’istinto, maledetta la passione) hai detto sì, e adesso sei nei guai. I dati, quelli disponibili, quelli che sei riuscito a leggere, ti si affollano nella testa, si attorcigliano in una matassa indistricabile, e il problema immediatamente diventa uno e uno soltanto: da dove cominciare?
La risposta a questa domanda, tanto, ti devi rassegnare, non esiste mai, soprattutto quando si parla di scrivere. Conviene quindi iniziare da qualche parte, e vedere come la matassa si muove. Bisogna iniziare a tirare un filo.
Stato generale del fumetto italiano
Come sta il fumetto italiano? Bene, grazie! Ma subito ecco che ci troviamo costretti a fare delle distinzioni, perché se dovessimo semplicemente parlare di fumetti, di prodotto finale, non potremmo lamentarci: il mondo del fumetto italiano offre centinaia di letture interessanti, gli artisti italiani sono ovunque nel mondo e quindi capita, e non di rado, di leggere un fumetto italiano, completamente italiano, prodotto per una casa editrice americana (ma anche da altri marchi sparsi in giro per il mondo) per non parlare della grande fusione che ormai la nostra manodopera artistica vive con il mondo franco-belga. Ecco! Trovato il primo filo, per fortuna.
Infatti se dovessimo parlare dello stato dell’arte italiana nel mondo del fumetto non potremmo che essere contenti: i nostri artisti sono ovunque, e coprono ogni settore nella nona arte a livello internazionale, che si tratti di disegnatori, sceneggiatori, coloristi, editor o altro. Le cose da questo punto di vista vanno piuttosto bene, e su questo torneremo nel momento in cui fra qualche rigo andremo a interessarci del mondo delle scuole del fumetto, che merita un capitolo a sé stante.
Ma allora una delle prime domande che potremmo porci è: come mai se abbiamo così tanta manodopera di qualità, che dimostra di poter produrre grande arte (e relativo grande fatturato) in altri Paesi, questi fumettisti non lavorano quasi mai in Italia, oppure sono costretti ad alternare i loro lavori fra l’estero e il bel paese?
Mi è successo molto spesso di porre questa domanda a tanti professionisti del settore, e loro, guardandomi, con lo sguardo un po' triste di chi si dispiace ma non può far niente per cambiare una risposta necessaria, non hanno fatto altro che sfregare il loro dito indice contro il pollice. Soldi. Sono la risposta più banale, e allo stesso tempo necessaria. Molto spesso noi lettori, ed è giusto che sia così, ci dimentichiamo che quella del fumetto è un'industria, che quello del fumettista è un lavoro.
La commistione nata con la Francia, infatti, non è una collaborazione nata all’insegna di un rapporto semplicemente creativo, ma una vera e propria migrazione di autori che non possono garantirsi di vivere con la propria arte in Italia. In sostanza, detto in modo brutale: i francesi pagano meglio. Chiariamoci, nella maggior parte dei casi si tratta di cifre dignitose, non astronomiche, semplicemente cifre che corrispondano all’orario di lavoro che è stato necessario alla lavorazione delle tavole, lo stipendio necessario a un libero professionista (spesso, questo sono i fumettisti che non sono legati a una singola casa editrice) per sopravvivere.
Ma quali sono le case editrici italiane, che producono fumetto italiano, di autori italiani? Insomma, sì, chi sono i "colpevoli", contro chi dovremmo puntare il dito?
Teniamo le mani in tasca e restiamo freddi, invece. Uno dei problemi più grandi per quanto riguarda il nostro mondo è che in pochi durante la sua giovane vita (in cent'anni un medium è a mala pena un bebè) si sono fermati a studiare, soppesare e analizzare. Guardiamoci negli occhi e diciamoci anche che una buona parte dei problemi che coinvolgono questo nostro meraviglioso mondo sono colpa della nostra mancanza di studio della materia attraverso un filtro che non sia il gusto, l’amore, il sentimento.
Ok, proviamoci allora, inizia il viaggio.
Vuoi diventare un fumettista, allora ti iscrivi alla scuola del fumetto. Aspetta, ma sei proprio sicuro che vorresti diventare un fumettista? Non è che invece per caso hai bisogno di un corso che ti insegni le tecniche del disegno di base, ma non hai la possibilità né il tempo di passare per un'Accademia di Belle Arti? Non è che per caso il tuo sogno è quello di diventare animatore, o grafico pubblicitario magari, o occuparti di game design? D’altronde, per certi versi conviene, no? In Italia esistono ormai decine di queste scuole, grandi e piccole, una potrebbe essere proprio vicina a te in questo momento, e il livello medio, sia degli insegnanti che dei risultati portati a casa dagli alunni, è piuttosto alto, molti ragazzi venuti dalle scuole riescono a pubblicare dei bei lavori, si fanno conoscere. Insomma, sembra una strada molto allettante.
Usiamo questo tipo di approccio alle scuole del fumetto per provare a renderci conto di un fenomeno che sempre di più sembra prender piede ovvero: noi del fumetto siamo davvero quanti crediamo di essere? Viviamo in un mondo in cui i protagonisti dei fumetti sembrano essere diventati centrali, finalmente tutti sembrano accorgersi del motivo di questa nostra passione, anche gli anziani sanno cos’è un manga, eppure ad uno sguardo più attento possiamo concludere che la situazione è ben più complessa. Infatti sembra che il mondo si sia appassionato del mondo dei fumetti, non dei fumetti, e qui la questione si complica. Spesso ci troviamo a sottovalutare quanto questo fenomeno possa influenzare il mercato in tutta la sua filiera, dal disegnatore al rivenditore, dall’espositore all’organizzatore di festival. La nostra visione è spesso falsata dal fenomeno: vediamo fiere molto frequentate, sembra che l’internet intero parli del nostro argomento preferito, le pagine di fumetto sfornano decine di articoli, e l’interesse sembra essere piuttosto alto, ma è davvero così? Il fumetto è un medium che di per sé ha una grande capacità di attrarre molti artisti giovani che sono appassionati di arti adiacenti, ma con una sostanziale differenza: soprattutto dopo l’avvento del digitale, produrre un fumetto, per quanto riguarda il lato artistico, non ha un costo. È gratis, il tuo investimento iniziale è quello di un tablet di media qualità, e con quello e molta forza di volontà puoi iniziare a creare qualcosa.
Non c’è niente di male, chiariamoci, ma non possiamo nemmeno ignorare quanto questo abbia un impatto sulla nostra percezione. Ad esempio non possiamo ignorare quanto spesso accada di credere di essere circondati da amanti dei fumetti senza accorgersi, invece, di essere circondati da amanti dei cartoni animati.
Quello dell’animazione è un mondo meraviglioso che, inutile prendersi in giro, per anni ha foraggiato anche il mondo del fumetto, soprattutto se facciamo riferimento al mondo manga, che lega a doppio filo le sue vendite cartacee all’esistenza di una controparte anime.
Non possiamo evitare di tener conto di questo fenomeno quando parliamo del mondo del fumetto, troppo forte è l’influenza del fenomeno sulla schizofrenia del mercato.
Se c’è una critica generale da muovere ai vari corsi di fumetto è quanto poco (e con quanto poco amore) si studi la storia del medium. Soprattutto nelle scuole medio-piccole, si dedica molto poco tempo allo studio della storia del fumetto. Anche in questo caso, è naturale: imparare a fare fumetti richiede così tanto tempo che dedicare uno spazio troppo ampio alla storia del medium toglie spesso tempo a cose ben più urgenti, come anatomia, storytelling, colorazione, panneggio e tutte le materie che compongono la difficile arte di fare fumetto e che richiedono una vita per essere imparate. Una scuola ha sempre un limite fisico, quello del tempo, che deve essere programmato in modo da rendere efficace il percorso di studi e professionale di studenti che pagano per diventare disegnatori, sceneggiatori e così via, non storici dell’arte.
Eppure, questo ha un'eco. Molto spesso capita di vedere autori che non sono in grado di contestualizzare al meglio il loro mezzo espressivo, che non sono capaci magari di rispondere alle domande di un intervistatore in modo efficace, che non sanno insomma quali sono le proprie coordinate nello spazio-tempo editoriale, e questo non è (solo) un dramma culturale, ma anche economico: spesso i fumettisti non sono abituati a raccontare e presentare la propria opera e questo, visto da un lato squisitamente cinico, è un buco nel processo di marketing del prodotto fumetto.
Da Il granchio d'oro di Hergé.
Hai preso il diploma! E adesso?
Il tuo percorso è stato difficile. Non riesci a contare il numero di volte in cui hai dovuto rifare la stessa linea dritta sul foglio; il giorno in cui a lezione di inchiostrazione vi hanno spiegato come usare il pennello sui personaggi Disney stavi per mollare tutto e tornare a casa: non credevi mica che inchiostrare Paperino fosse così difficile! Ma tu hai resistito, ti sei impegnato, e alla fine ce l’hai fatta, ti sei diplomato nella tua scuola di fumetto. Nel tuo percorso non hai conosciuto soltanto i tuoi insegnanti, che sono magari tutti professionisti che lavorano per grandi case editrici, ma anche e soprattutto i tuoi compagni di percorso, con cui in questi anni hai condiviso gusti e passioni. Si tratta di un processo naturale e meraviglioso, che coinvolge da anni molte generazioni di artisti, quella che si va a formare nelle varie scuole di fumetto ogni anno non è solo la classe, ma anche una “scena” di fumettisti che dovrebbe prendere in mano, un domani, il mondo dell’editoria italiana in ogni ordine di ruolo. Ed è qui che qualcosa si rompe.
Non nel cuore del giovane disegnatore, ma nell’industria italiana. Questo ci riporta a ciò di cui parlavamo nell’introduzione di questo pezzo: esiste un'enorme voragine che crea un ampio distacco fra le case editrici italiane e i nostri autori.
Se dovessimo prendere per riferimento le grandi case editrici, infatti, ci renderemmo subito conto di come la maggior parte di queste non possegga nella propria linea editoriale i principi di base per dare spazio sufficiente all'esordio di giovani e validissimi autori. Panini e Star Comics ad esempio, pubblicano sì lavori di artisti italiani, ma per paradosso si tratta in genere di traduzioni di fumetti americani, o comunque di natura internazionale, che vengono importati nel nostro Paese. Non si può muovere un’accusa a queste case editrici, la loro scelta editoriale è chiara e legittima e si inserisce all’interno di un quadro economico ben preciso.
Poi ci sarebbe Sergio Bonelli Editore, e qui la questione si complica. La casa editrice di Via Buonarroti ha fatto battere i cuori di molti appassionati del mondo del fumetto, anche chi vi scrive deve confessarvi che se non fosse per via dell’acquisto di un misterioso Dylan Dog di molti anni fa oggi non sarebbe qui a tediarvi sul mondo del fumetto. Ma qualcosa è successo, e quel qualcosa è il tempo. Bonelli ha per le mani un patrimonio artistico immenso, una grande potenzialità di autori leggendari che sarebbe superfluo elencare. Ma tutto sta invecchiando, ed invecchia sempre più in fretta, la casa editrice non sembra in grado di comunicare con le nuove generazioni e i nuovi tentativi sembrano essere piuttosto incerti per quanto coraggiosi, ma soprattutto disorganici. Esiste e sopravvive ad oggi una sola collana davvero sperimentale e che riguardi le testate principali dell’editore, si tratta del Dylan Dog Color Fest, che dal rinnovamento subito nelle scorse stagioni si presenta come una collana sempre interessante, con una linea comprensibile per il pubblico. Ha un solo difetto: è una collana minore di un personaggio nato quarant'anni fa. Non basta inserire gli autori all’interno delle testate principali, e legarli alla linea editoriale delle stesse, ma ci sarebbe forse il bisogno di lanciare nuove testate in mano a questi giovani autori, spazi liberi in cui si possa formare un vero e proprio rinnovamento editoriale della casa editrice. Ma saremmo degli incoscienti a pensare che questo sia facile, che si possa semplicemente “fare” e sarebbe insultante nei confronti di Bonelli e delle sue professionalità pensare che questo discorso non si sia mai fatto nelle stanze di Via Buonarroti. La casa editrice vive un impasse complessissimo a livello economico, la sua storia è legata a doppio filo al mondo delle edicole, centinaia di commercianti che per anni hanno creato un legame importante con l’editore e i lettori. E poi per l’appunto ci sono i suddetti lettori, che cercano il prodotto proprio nelle edicole, ma le nuove generazioni non vanno in edicola, non intercetterebbero mai il prodotto. Allo stesso tempo non possiamo far finta che un cambiamento di questa natura non comporti un finanziamento mastodontico, un investimento fuori scala, con un rischio altissimo. La situazione non è facile, e richiede un'audacia che siamo sicuri essere nel cuore dell’editore che ha sempre saputo essere il più audace di tutti.
Ok, entrare nel mondo della grande editoria italiana di fumetti non è facile, ma non dobbiamo disperare! Il bello del mondo del fumetto italiano infatti è che vive di un patrimonio editoriale importantissimo dato da una serie di case editrici con distribuzione altrettanto capillare e che possono portare il tuo fumetto allo sguardo dei voraci lettori, in libreria.
Coconino Press, Tunué, Bao Publishing e tante altre case editrici in questi anni hanno dimostrato di saper prendere una fetta di mercato importante e allo stesso tempo di stampare opere molto importanti per il panorama internazionale, e di intercettare il pubblico anche attraverso autori nazionali.
E poi esiste la microeditoria e l'autoproduzione, basta andare in una fiera per rendersene conto immediatamente, decine di banchetti di collettivi o anche di singoli che producono e pubblicano il loro fumetto con risultati alterni, alle volte piuttosto deludenti, ma altre volte sorprendenti tanto da far chiedere al frequentatore del banchetto come sia possibile non vedere le storie che ora sfogliamo marchiate dalle grandi case editrici italiane.
Ancora una volta, si tratta di frustrazioni da lettore, da persona che guarda con amore a quello che considera essere il suo mondo. La verità è ben diversa: in effetti esiste una lenta scalata da parte di molti autori ultraindipendenti che riescono a salire man mano la “scala alimentare” del mondo del fumetto. Il problema è seguire gli autori. Questo è dovuto a un fenomeno irrisolvibile e che colpisce tutto il mondo dell’editoria cartacea. Siamo in troppi. In Italia ogni giorno viene pubblicata un'immensa quantità di libri e lo stesso vale anche per i fumetti, la filiera produce in modo folle e incontrollato: che si tratti delle grandi case o delle piccole, tutti stampano un'infinità di fumetti. Rispetto al libro, il fumetto riesce a garantirsi ancora una sopravvivenza di qualche genere per via del fatto che la sua fruizione è più veloce, e dunque, potenzialmente, il lettore vorace può consumare molto di più rispetto al lettore di libri. Questo sarebbe possibile, però, se i lettori avessero molti soldi nelle tasche, soldi che i lettori, visto il periodo storico che attraversiamo, non hanno.
Ecco allora che ogni casa editrice si trova costretta a fornire una grande scelta a una bassa tiratura per provare a intercettare quante più fette di mercato possibile abbassando la tiratura e la disponibilità, compromettendo in questo modo la visibilità di tanti autori che quella visibilità la meriterebbero.
Da Terapia di gruppo di Manu Larcenet.
Farsi vedere
Ci sei riuscito, comunque, la tua storia è stata ritenuta valida. Adesso esiste, stringi la prova stampa fra le mani, e fra qualche settimana sarà sugli scaffali delle fumetterie e delle librerie di tutta Italia… siamo sicuri?
Perché forse qui arriviamo alla vera nota dolente del sistema, la più oscura e complessa da comprendere per via della complessità del suo sistema. La distribuzione è un mondo incomprensibile, quasi esoterico, che mette in raccordo il produttore e il venditore. Se la produzione è enorme, la tiratura è bassa e la richiesta è troppo capillare e differenziata, il mondo fumetto, e non solo, collassa completamente su se stesso.
La situazione si è resa ancora più complessa quando al gioco del fumetto si sono aggiunte le librerie di catena e le indipendenti. La distribuzione non solo si è sdoppiata ma è andata in mano ad aziende che non avevano l’abitudine a trattare il prodotto. I fumetti non sono libri, non solo dal punto di vista artistico ma anche per via delle loro logiche editoriali (basta citare la serialità del mondo del fumetto per mandare completamente in pappa il sistema di distribuzione). Questo vale sia per la gestione dal punto di vista di chi i fumetti li distribuisce che da parte di chi i fumetti li deve rivendere, ovvero i librai.
Il problema della grande diffusione del fumetto all’interno delle librerie è che si tratta di un prodotto che spesso i librai non conoscono, e non è colpa loro, ovviamente. Supponete di aver venduto automobili per tutta la vita, di esservi preparati, di aver studiato e maturato l’esperienza per farlo con tanti anni di studio e fatica, e che un giorno, per via di un grande stravolgimento di mercato, vi ritroviate a vendere motociclette. Certo, le moto sono molto belle, magari vi affascinano anche, ma l’unica cosa in comune che ha quello che siete costretti a vendere ora e quello che vendevate prima è un motore a scoppio. Qualcuno da fuori potrebbe anche dirvi che alla fine si tratta di qualcosa di simile, ma voi, che siete conoscitori della materia, sapete benissimo che si tratta di qualcosa di completamente diverso. Questo è ciò che sta accadendo nelle librerie. Librai che non sanno consigliare e indirizzare perché sono costretti a vendere qualcosa che non conoscono e non gli interessa (giustamente). E questo non è soltanto un problema per quanto riguarda l’acquirente finale, ma anche e soprattutto per la capacità di richiedere titoli alla distribuzione.
Il fumetto poi, per via della sua natura veloce e spesso seriale (il riferimento è al mondo dei manga), intasa completamente le operazioni logistiche dei distributori per libreria, che si sono ritrovati a dover gestire un numero di copie e di richieste delle suddette decuplicato in pochissimo tempo e per un prodotto di cui molto spesso non sono in grado di comprendere la natura.
La distribuzione del mondo delle fumetterie (es. Manicomix), invece, conosce molto bene il suo mercato ed è preparata ad affrontarlo, sia dal punto di vista del distributore che da parte del richiedente, eppure anche in questo frangente non si possono non riscontrare diverse criticità. Non ci sono più abbastanza fumetti per tutti, per via del fatto che molti competitor sono entrati nel mercato contemporaneamente alzando la domanda in modo vertiginoso e ponendo in difficoltà le stesse case editrici che lasciano spesso indietro molti dei loro volumi ristampandoli in periodi piuttosto ampi. L’offerta è troppo ampia, la domanda diviene incomprensibile, qualcosa si spezza e trovare il filo della matassa per i lettori è molto difficile. Ecco allora che il piccolo fumettista si perde in questo marasma, perché se la richiesta è alta, le tirature sono piuttosto basse e devono dividersi in diverse realtà di rivendita. Ecco allora che appare, forse, una copia per fumetteria, laddove venga richiesta, e una per libreria, se si è nel circuito della grande distribuzione. Dunque la casa editrice, in nome di una capillarità che le è necessaria, rinuncia a una presenza di peso sullo scaffale, a una spinta importante e alla pubblicizzazione del nuovo autore. Perché? Per via del processo che abbiamo illustrato prima: la grande produzione di titoli porta a una tiratura più bassa, a una promozione peggiore del prodotto, a una mancata spinta pubblicitaria. Bisogna sottolineare oltretutto che nel nostro paese non esiste una vera cultura del marketing del fumetto. A meno che non si tratti di grandi iniziative, legate magari ai personaggi più importanti su cui bisogna capitalizzare al massimo, è difficile vedere un’iniziativa promozionale che vada oltre le mura delle librerie e delle fumetterie per raggiungere un pubblico potenziale dei lettori. Molto spesso nel nostro Paese le iniziative pubblicitarie hanno a che fare con gadget in omaggio (ormai spopolano le detestabili cartoline) e con dei cartonati in librerie e fumetterie, oltre che nella comunicazione stampa classica.
Sembra quasi che al contrario della tendenza di vendita, che ci mostra quanti nuovi lettori si siano affacciati al nostro mondo, gli editori non siano preparati a controllare il flusso, a comunicare non solo i loro fumetti, ma il fumetto in sé a questi nuovi lettori. Infatti la grande occasione che è andata perduta negli ultimi anni è stata forse proprio questa: si è dato per scontato che il nuovo lettore sapesse esattamente cosa fossero i fumetti, che maneggiasse il mezzo per il motivo stesso della sua fruizione dello stesso. Abbiamo perso un'occasione perché abbiamo trattato l’impennata di lettori post-Covid come una bolla, avventandoci sul lettore attraverso un'espansione del mercato: offerta, offerta, offerta! E non abbiamo avuto la prospettiva di uscire da questo picco di lettori con degli appassionati in più del medium fumetto, e in questo non hanno fallito solo le case editrici, ma tutta la filiera, compreso chi ne sta a lato, come chi vi scrive in questo momento e tutti i suoi colleghi.
Alessio Fasano
Fine primo tempo.
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