Comicon 2026 – Tra Godzilla, Hong Kong e i dettagli: intervista a James Stokoe

Dialogo con l’autore canadese di Godzilla: The Half-Century War, Wonton Soup e Orphan and the Five Beasts, tra influenze e battaglie, con mostri e non

Al Napoli Comicon 2026 abbiamo incontrato James Stokoe, autore canadese tra le voci più riconoscibili e amate dell’action nel fumetto contemporaneo d’oltreoceano. Da Godzilla: La guerra dei 50 anni a Wonton Soup, passando per Sullivan's Sluggers e Godzilla all'Inferno (tutti approdati nel nostro Paese per saldaPress), fino al recente Orphan and the Five Beasts (ancora inedito in Italia), Stokoe ha costruito negli anni un immaginario inconfondibile, fatto di tavole dense di combattimenti, energia, e un’attenzione quasi ossessiva per il dettaglio. 

In questa conversazione, tra l'amore per Godzilla, fumetti che hanno segnato la sua vita e riflessioni sul linguaggio del fumetto d’azione, emerge un artista che continua a disegnare, a sperimentare e a ricercare ma, soprattutto, a divertirsi facendolo.


Cominciamo dall’inizio della tua carriera: come hai scelto di fare fumetti?
Probabilmente disegnavo fumetti ancora prima di leggerli. Da piccolo avevo un amico che collezionava carte della Marvel, così iniziai anch’io e insieme cominciammo a creare il nostro fumetto. Quando poi si trasferì in un’altra città, io continuai a disegnare fumetti. Solo dopo iniziai a leggerli, i fumetti, così insomma mi presero fin da piccolo.
Non credo di aver mai voluto fare altro. In questo senso sono stato fortunato: ci sono finito dentro quasi naturalmente e sono riuscito a trasformarlo in una carriera.

In Italia il tuo nome è legato principalmente al tuo lavoro su Godzilla, pubblicato da saldaPress. In particolare, Godzilla: La guerra dei 50 anni è arrivato qui in due versioni: una a colori e una in formato tankobon in bianco e nero (per la collana RamenBurger). È un racconto che si sviluppa attraverso i decenni. Come hai iniziato questo lavoro e perché hai scelto di raccontare questa storia?
Sono fan di Godzilla da quando ero molto piccolo. Inizialmente mi avevano proposto solo di occuparmi dei disegni di un’altra serie di Godzilla che IDW stava pubblicando.
Credo avessero la serie principale e poi diverse serie spin-off, e penso che io dovessi lavorare sul secondo di questi spin-off. In quel momento pensai che fosse la mia occasione per proporre la storia che avevo sempre voluto raccontare su Godzilla.
Avevo fatto forse solo una o due cose prima di quello, quindi non avevo davvero molta credibilità a sostegno di questa proposta... Perciò sono stato davvero molto fortunato che IDW fosse disponibile ad accettare la mia idea.
Volevo semplicemente fare qualcosa che toccasse tutte le diverse ere di Godzilla: l’inizio, gli anni Sessanta, la versione anni Settanta, quella degli anni Ottanta, fino ad arrivare alla versione degli anni Duemila, che all’epoca era la più recente: ho cercato di prendere tutto ciò che mi piaceva di Godzilla.
Prima di iniziare a scrivere ho rivisto tutti i film, annotando quello che amavo e cercando di capire come inserirlo in una storia. Ed è così che il progetto si è evoluto in una storia che attraversa decenni, anziché essere qualcosa di più semplice.


È la storia di un essere umano: non è una storia di Godzilla che combatte, è una storia di vita, no?
Sì, segue un uomo e il suo amico, che in qualche modo lo accompagna. All’inizio il protagonista vede il primo Godzilla, basato sul primo film di Godzilla a Tokyo. Lui era un soldato giapponese al tempo. Assiste a tutte le terribili cose che fa Godzilla e si arrabbia con lui. Poi, andando avanti, capiscono che in realtà non possono davvero fare nulla contro Godzilla: possono solo trattarlo quasi come un uragano e cercare di limitarne i danni, come un’area colpita da un disastro. Lui cambia insieme a questa realtà. Invecchiando, si abitua a tutto questo.
E sì, potremmo dire che la storia si conclude con una nota piuttosto triste.

Il tuo stile è molto dettagliato e non richiama solo quello dei fumetti americani: si percepisce anche una forte influenza del manga. È qualcosa che hai sempre avuto o che hai scelto di approfondire in queste storie?
Sì, credo che dipenda semplicemente da ciò che mi interessa a livello stilistico. Amo tantissimo i fumetti giapponesi e l’energia che trasmettono. Probabilmente non seguo il loro stesso ritmo narrativo, ma ci sono sicuramente elementi che adoro e di cui riconosco l’influenza.
E vale anche per il fumetto europeo: amo Moebius, amo Enki Bilal, tutti questi artisti.
Credo che oggi quell’aspetto dei fumetti emerga un po’ di più, ma continuo ad avere un grande amore per i mangaka.
L’energia che trasmettono è imbattibile.


Ho letto il tuo ultimo lavoro, Orphan and the Five Beasts, che non è ancora arrivato in Italia. Ho trovato molto affascinante e curiosa la scelta dei villain. Il primo che diventa letteralmente due gambe, il secondo che mangia la sua stessa carne e quella degli altri. Cosa ti ha portato da mostri come Godzilla, molto lontani dall’esperienza umana, a questo tipo di mostri di carne e sangue?
Proposi quella storia a Dark Horse dopo aver terminato il mio lavoro su Aliens. Mi chiesero cosa volessi fare e in quel periodo guardavo molti film dei fratelli Shaw, i classici film di Hong Kong, così ho pensato: voglio farlo anch’io.
C’è un film che si chiama The Five Deadly Venoms, il cui inizio che è molto simile all’inizio di Orphan and the Five Beasts, con il maestro che si cuoce in una pentola: viene praticamente da lì, l’ho usato un po’ come punto di partenza.
Poi però divenne qualcosa di diverso abbastanza in fretta. Però sì, adoro i vecchi film action di Hong Kong: sono esilaranti, completamente folli. L’immaginazione che c’è dentro è assurda.
C’è anche un film chiamato Riki-Oh: The Story of Ricky, di cui si vedono tante clip ovunque online. Penso sia basato su un fumetto, ma non l’ho mai letto. È molto sopra le righe, violentissimo: gli tagliano in braccio e lui se lo ricuce con i denti. È pazzesco. Così volevo fare qualcosa di simile con un fumetto e da lì il progetto ha continuato a crescere.


C’è una differenza, secondo te, nel disegnare l’azione umana, come il combattimento corpo a corpo o un incontro di boxe, rispetto alle grandi battaglie di Godzilla, con edifici che crollano e raggi d’energia? Richiede inquadrature diverse?
Sì, è più ampia. Si tratta più di spettacolo che d’intimità, mentre in una scena di combattimento le cose devono connettersi.
Quando fai una storia di Godzilla o qualcosa di simile, lui fa così (attaccare, N.d.A.) e qualcosa viene distrutto. È un approccio decisamente diverso. Forse c’è un po’ più di connessione nei combattimenti tra mostri, ma guardando quei vecchi film di Hong Kong si può imparare molto studiando le coreografie, il modo in cui le persone si muovono, reagiscono. È davvero interessante.

Da dove nasce il tuo fascino per l’Oriente?
Sai, credo sia nato da Fist of Legend con Jet Li.
Penso sia uscito più o meno nello stesso periodo di Matrix, anche se da noi in Nord America arrivò un po’ dopo, tradotto. Io però ho visto quel film prima di vedere Matrix, il che ti fa capire la mia opinione all’epoca sui film action. Adoro Fist of Legend, è uno dei miei film preferiti. Le scene di combattimento di quel film sono incredibili. A volte è difficile confrontarlo con altre pellicole, perché secondo me non riescono davvero a reggere il confronto sul piano dell’azione.


Torniamo a Godzilla. Sei tornato varie volte su Godzilla negli ultimi anni. È stata una tua scelta o una richiesta degli editor?
Principalmente per richiesta degli editor. Mi sono stati offerti altri lavori su Godzilla e a volte li ho rifiutati, soprattutto per progetti più lunghi, perché sento di aver già raccontato storie lunghe su Godzilla e non mi interessa molto tornarci subito, magari più avanti.
Non so se lo rifarò, ma ne ho già realizzati alcuni (progetti a tema, N.d.A.): ho fatto un numero di Godzilla in Hell che era un po’ diverso rispetto alla serie regolare. E poi un piccolo seguito di circa dieci pagine per un numero per un anniversario, una sorta di prosecuzione di Half-Century War. È stato divertente. Amo ancora Godzilla. Ci tornerò appena avrò l’occasione.

Quali sono le difficoltà nel continuare a raccontare storie nuove di Godzilla, con così tanti film e altro materiale su di lui, senza ripetere ciò che è già stato fatto?
Credo che questa sia una delle difficoltà principali, quando penso a un eventuale mio ritorno su Godzilla. Dovrei davvero pensare bene a cosa fare prima di impegnarmi in qualcosa del genere, non vorrei semplicemente rifare Half-Century War. Sarebbe inutile: l’ho già fatto.
Per ora non mi è ancora venuta in mente un’idea per un’altra storia lunga.
Però stanno pubblicando fumetti di Godzilla in Nord America. Ce n’è uno con ragazzi che fanno skateboard con Godzilla, un altro in cui cambia città ogni settimana. Ci sono così tante storie al momento. E non si stanno ripetendo, il che è un bene, mi piace.


Quali sono i tuoi progetti futuri? Quelli di cui ci puoi parlare, ovviamente.
Spero di fare un altro volume di Orphan and the Five Beasts. Ho finito il secondo volume e me ne resta ancora uno prima di concludere la storia. Questa settimana ho anche ricevuto un’e-mail interessante che potrebbe riportarmi su una mia vecchia serie, ma al momento non posso ancora parlarne. Siamo ancora alle fasi iniziali.

Prima di concludere, volevamo chiederti di ripercorrere quelle letture che hanno contribuito a formarti: quali sono i quattro fumetti che hanno cambiato la tua vita?
Probabilmente il primo fumetto che ha davvero segnato la mia vita è stato un volume di Alien chiamato Aliens: Stronghold. L’ho scoperto perché, crescendo, non avevo una fumetteria vicino; quindi, dovevo andare nei negozi di libri usati e leggere quello che trovavo. Era scritto da John Arcudi e disegnato da Doug Mahnke. Ricordo la copertina, perché rappresentava uno xenomorfo che fumava un sigaro, e lo trovai stranissimo. Ma la storia era fantastica e i disegni incredibili. Nessuno disegna Alien come Doug Mahnke. Quello è stato un fumetto molto importante durante la mia crescita.
Come secondo sceglierei probabilmente un’edizione particolare di Big Guy and Rusty the Boy Robot di Frank Miller e Geoff Darrow. Era questa versione gigante in bianco e nero (N.d.A. King Size black and white coloring book. Visto che le tavole originali erano molto ricche di dettagli, la Dark Horse pubblicò questa edizione di dimensioni maggiori e priva di balloon, proprio per poter apprezzare meglio il livello di dettaglio nei disegni), che aveva mia moglie quando abbiamo iniziato a frequentarci. Ricordo che fu la prima volta in cui vidi il lavoro di Darrow stampato, e fu assolutamente sconvolgente. Dettagli, dettagli, dettagli ovunque, all’infinito. Vedere i suoi inchiostri e tutto era incredibile. Mi fece uscire di testa.

Un altro titolo che amo è sicuramente Berserk di Kentaro Miura, il compianto Kentaro Miura, riposi in pace. Al momento Dark Horse sta pubblicando l’edizione grande con copertina rigida in Nord America e continuo a riceverle per Natale, compleanni e altre occasioni. Credo di essere arrivato al volume dodici o tredici. Quel fumetto è semplicemente incredibile. La storia è folle. I disegni sono assurdi. Ogni mostro che Miura disegna sembra provenire da un altro mondo. E faccio fatica a credere quanto sia lunga quell’opera: è davvero un lavoro monumentale.
Un altro ancora è Ganapa No Te di un artista giapponese chiamato Keita Amemiya. Quasi non è un fumetto vero e proprio: ci sono pagine a fumetti, ma anche puzzle, ritagli e altri elementi particolari. Probabilmente l’autore è più conosciuto per i suoi film, essendo anche regista e avendo fatto film come Zeiram e Cyber Ninja. Il suo senso del design... Lo adoro da morire. Quando avevo circa venti o ventun anni, il mio coinquilino aveva una pagina strappata da un manga shonen, quando era ancora serializzato. Gliele rubai tutte quelle pagine, sono ancora appese alla mia parete. Poi sono finalmente riuscito a trovare il volume completo circa dieci anni fa. Se casa mia andasse a fuoco, afferrerei quel libro prima di scappare.

Grazie mille, James.

Intervista a cura di Giuseppe Lamola e Filo Torta. Trascrizione e traduzione a cura di Carlotta Bertola.

Si ringrazia Rachele Baz e Saldapress.

James Stokoe

Classe 1985, James Stokoe è un giovane e talentuoso fumettista di origini canadesi. I suoi disegni sono caratterizzati da un tratto inconfondibile con un'evidente ispirazione manga e sono stati pubblicati da alcune delle principali case editrici del mondo: ha infatti firmato Marvel Knights, Secret Wars, Moon Knight, Captain Marvel e Venom per Marvel Comics. Nel catalogo saldaPress si possono trovare le sue storie dedicate a Godzilla e in particolare Godzilla: La guerra dei 50 anni (anche in formato tankobon e in b/n per la collana RamenBurger), Godzilla all'Inferno e Godzilla: Il mito (questi ultimi due realizzati insieme ad altri autori), oltre al suo Wonton Soup e a Sullivan's Sluggers (quest'ultimo su testi di Mark Andrew Smith). Tra le sue opere più recenti come autore unico citiamo Orphan and the Five Beasts (attualmente inedito in Italia).

Post più popolari