Non è una questione di genere – Intervista a Silvia Ziche

Dialogo con l'autrice il cui stile inconfondibile e umorismo brillante hanno fatto la storia del fumetto italiano, in casa Disney e non solo



Autrice che ha fatto la storia di Topolino, mamma di Alice prima e di Lucrezia poi, Silvia Ziche è una delle voci più amate e autorevoli del fumetto autoriale italiano.
Abbiamo avuto l’onore di chiacchierare con lei della sua carriera decennale, esplorando il mondo del fumetto attraverso la sua prospettiva sempre lucida e divertita sulla nostra (assurda) società.

Ciao Silvia, grazie mille per aver accettato il nostro invito e benvenuta sulle pagine Audaci.
Grazie! Felice di essere qui. ☺

Provo a fare una panoramica velocissima della sua carriera: dal suo debutto su Linus, ha all’attivo più di venti libri, tantissime storie realizzate per Topolino (cito soltanto l’indimenticabile Papernovela ma la lista è lunghissima) e altre testate Disney (tra le mie preferite Angus Tales e soprattutto Trip’s Strip!), le sue vignette e storie sono apparse su Smemoranda, Comix, Cuore e su riviste come la già citata Linus e Donna Moderna. Ha collaborato con tanti autori, come Tito Faraci, François Corteggiani e Carlo Gentina, ha rivisitato grandi classici del fumetto come Diabolik, ha contribuito a regalare a personaggi storici come Paperino un’identità che ce li ha fatti amare ancora di più, ha creato Alice e Lucrezia, donne come tante che raccontano la quotidianità con una voce straordinaria… mentre provo a riprendere fiato, ci racconta come si è avvicinata al mondo del fumetto e com’è stato il suo esordio?
Sono passati tanti anni da quando ho cominciato, e ancora di più da quando ho deciso, anche se non del tutto coscientemente, che nella vita avrei voluto fare fumetti. Per fortuna ho cominciato presto, così ho avuto parecchio tempo per poter fare un bel po’ di cose. Se devo ricordare un momento in cui è scattato qualcosa è stato quando ancora non sapevo leggere, e ho visto su Topolino le storie di Giorgio Cavazzano. Mi sono innamorata all’istante di quei disegni fantastici, così divertenti e dinamici. Ho sempre amato disegnare, probabilmente ho imparato a farlo prima di cominciare a parlare. Il disegno, a cui più tardi si è aggiunta la scrittura, è il mio modo più congeniale di esprimermi, di raccontare storie. Ho sempre letto fumetti, dopo Topolino sono passata ad Asterix, alle strisce, americane e italiane, a Claire Bretecher… Verso i 15, 16 anni ho avuto la fortuna di incontrare Giorgio Cavazzano, che considero a tutti gli effetti il mio maestro. Ho cominciato a capire che fare fumetti poteva essere un lavoro, mi sono impegnata a imparare. Ho fatto un po’ di gavetta su riviste locali, in veneto. Poi, dopo la maturità, sono andata a studiare a Milano. Mi sono guardata un po’ intorno, ho cercato gli indirizzi delle redazioni che mi interessavano, e sono partita, con i miei disegni sottobraccio. La prima rivista che mi ha dato un’opportunità è stata Linus, ai tempi diretta da Fulvia Serra. Poi sono seguiti Smemoranda, Cuore. E Topolino.




Nel 1991 ha debuttato su Topolino: quale è stata la sua prima storia? E com’è stata la sua esperienza con Disney in questi anni?
La mia prima storia si intitolava Dal diario di Paperina: il pallino del pallone, ma il titolo originale era La calciomania. Dopo un paio d’anni di apprendistato ero riuscita finalmente a convincere Giovan Battista Carpi ad affidarmi una sceneggiatura. Mi ha chiesto se avevo preferenze. Ho risposto di no però, se possibile, avrei preferito evitare storie sul calcio o sulle automobili. È uscito dall’ufficio ed è tornato dopo un’ora con la storia in questione. Non ho protestato, sono uscita e sono andata in edicola a comprare il Guerin Sportivo (all’epoca non c’era il web), per avere delle immagini di riferimento. È stato l’inizio di una lunga collaborazione, mai interrotta. Ho imparato prima a disegnare bene i personaggi, poi a divertirmi disegnandoli. Quando ho scoperto che se mi divertivo io si divertiva anche il lettore, ho capito che avevo trovato la strada giusta. Continuo a divertirmi a disegnare e a scrivere storie per i personaggi Disney, anche dopo 35 anni.

Da lettrice, ho sempre pensato che lei avesse un rapporto speciale soprattutto con i paperi. Quali sono i suoi personaggi Disney preferiti? E quali sono invece quelli con cui vorrebbe cimentarsi?
Ho una predilezione, mai celata, per i paperi. Li trovo divertenti, duttili, malleabili… e tra loro, il preferito è senz’altro Paperino. Non so con chi altro potrei cimentarmi… i personaggi standard credo di averli affrontati tutti. Però adoro anche disegnare i cattivi (che poi proprio cattivi cattivi non sono mai…). Forse potrei dedicarmi un po’ di più a Gambadilegno e Macchia nera.


Parallelamente al lavoro con Disney, ha creato le sue personagge più famose, Alice e Lucrezia: chi sono? Come sono nate e come si sono evolute nel corso del tempo?
Sono entrambe dei miei alter ego, con cui ho raccontato periodi diversi della vita. Alice rappresentava i miei ideali dei vent’anni, la mia difficoltà, all’epoca, a trovare un posto nel mondo. Lucrezia è arrivata quindici anni più tardi, è una specie di Alice cagliata, che ha cominciato a fare a pugni con la vita. I suoi ideali e il suo perimetro si sono ristretti. È cinica, disincantata, ma conserva ancora, in fondo in fondo, i suoi ideali e il suo entusiasmo di una volta. Per me Lucrezia è una specie di sorella con un caratteraccio orribile, che vive con me e di cui non riesco a liberarmi. Ma non faccio cronaca né - bruttissima parola - autofiction. Semplicemente Lucrezia è un personaggio inventato che fa delle cose inventate, ma pescando a piene mani dalla mia esperienza. Alice l’ho abbandonata, perché ormai troppo lontana dalla mia età e dalla mia esperienza. È tornata solo una decina di anni fa, l’ho affiancata a Lucrezia in un libro, per fare il punto sulla situazione del mondo. Lucrezia invece, più adulta, si evolve con me. Cresce ma, come tutti i personaggi dei fumetti, non invecchia. Beata lei.

Parliamo di donne che lavorano nel mondo del fumetto: com’è stata la sua esperienza di autrice in questi anni? Ha mai vissuto delle difficoltà legate al fatto di essere una donna in un ambiente solitamente considerato maschile? Ha notato dei cambiamenti nel rapporto tra fumettista (donna) e mondo editoriale dal suo esordio a oggi?
Premetto che sono nata e cresciuta in una famiglia e in una società patriarcale, nella profonda provincia veneta degli anni ’70 del ‘900. Le cose ora sono cambiate tantissimo ma all’epoca, in quel contesto, era così. Sentivo un grande disagio quando non mi sentivo considerata, ma non avevo neanche la capacità e gli strumenti per definire il mio disagio. Quando sono arrivata a Milano e ho cercato di inserirmi nel mondo dell’editoria, mi sembrava di essere arrivata su un altro pianeta: la prima redazione dove mi sono presentata era quella di Linus. La direttrice era Fulvia Serra. La redazione era tutta femminile. Pubblicavano Claire Bretecher, che adoravo. Ho subito pensato che fare fumetti fosse un lavoro in cui le donne non avrebbero avuto nessuna difficoltà. Era un’illusione, l’ho scoperto dopo. Qualche difficoltà ce l’ho avuta. E sto parlando di difficoltà dovute al fatto di essere donna, non alle mie capacità. Ma per una persona che mi ha creato problemi, ce ne sono state altre che mi hanno aiutata, uomini e donne. E, essendo cresciuta nell’ambiente che ho descritto, ero abituata a lottare, per qualsiasi cosa mi venisse negata. L’ho fatto. È servito. Ora le cose sono profondamente cambiate, anche se mi sembra che noi donne dobbiamo sempre faticare un po’ di più per dimostrare che siamo in grado di fare il lavoro per cui ci proponiamo. Per fortuna, abbiamo spesso anche la forza e la motivazione per farlo. Anche a nome di chi, tra noi, non ne ha la forza o la possibilità.





Il suo nome è spesso associato al fumetto comico: attualmente molte delle sue serie Disney sono ristampate, appunto, nella Humor Collection di Panini. Ci sono poi alcuni libri divertentissimi come ¡Infierno! o Olimpo S.p.A., ambientati in mondi fantastici e indirizzati a un target di lettrici e lettori più adulti e smaliziati, e ovviamente c’è anche Lucrezia, che vive invece nella nostra (ben poco fantastica, a dire il vero) realtà. Quella di Lucrezia, però, è un’ironia spesso amara, uno strumento per affrontare le contraddizioni del presente. Come gestisce questi diversi livelli di comicità e quale, se c’è, è quello che preferisce?
Mi piace raccontare il mondo, come lo vedo. Vederlo attraverso i personaggi dei miei fumetti mi dà una lucidità maggiore nell’analizzarlo. I personaggi sono come delle finestre: se guardo il mondo attraverso Lucrezia, racconto il suo mondo. Se lo guardo attraverso Paperino, racconto il mondo disneyano. Sono meccanismi per me ormai automatici, dopo tanti anni di lavoro. La mia fortuna è stata che ho iniziato portando avanti i due filoni contemporaneamente. Ho imparato a separare i due mondi. Che hanno comunque molti punti di contatto. E la positività del mondo disneyano mi ha aiutata a raccontare in maniera più propositiva, se non proprio positiva, anche il mondo di Lucrezia. Trovare il lato divertente delle cose mi aiuta anche a dare un barlume di senso alla vita in generale. Non c’è un tipo di comicità, o di storie, che preferisco. Cerco sempre di assumere il tono giusto per la storia che sto raccontando.

Lucrezia è, forse suo malgrado, una voce che incarna l’ego dei nostri tempi: nel 2009 usciva Prove tecniche di megalomania, dove la nostra eroina si interrogava su come diventare famosa e lasciare traccia di sé nel futuro (trovando immenso appagamento nel presente, ovvio). Un paio d’anni fa, in Nuove prove tecniche di megalomania, invece, Lucrezia era più ossessionata dai like sui social che dal desiderio di realizzare una qualche opera immortale. Secondo lei, come usciremo – SE ne usciremo! - da questa deriva megalomane traviata dai social network, mentre la creatività viene fatta a pezzi dalle nuove AI generative?
La direzione che sta prendendo il mondo mi lascia perplessa e sgomenta. Se c’è una cosa che ci piace fare, e ci gratifica, è raccontare: con parole, disegni, quadri, film… Ne abbiamo bisogno, per capire e metabolizzare il mondo. Abbiamo cominciato a farlo fin dalla preistoria. Ricordate le pitture rupestri? E non sappiamo quali storie incredibili si raccontavano, i nostri antenati, intorno al fuoco. Ora la logica economica prevale, l’AI produce immagini e racconti in un attimo, costa poco. Ma non può essere l’intelligenza artificiale a raccontarci il mondo, a raccontarci le nostre emozioni, per farcele esplorare e capire.
Altro problema è la deriva individualista e megalomane, attizzata dai social e dai loro algoritmi (sempre la tecnologia che prende il sopravvento…). Non so come ne usciremo. So solo che proverò a farci delle altre storie a fumetti, cercando di bruciare sul tempo l’AI.


Nelle sue prime storie – Due e Amore mio – Lucrezia si ritrova soprattutto a fare i conti con la sua vita personale, in particolare con la sua storia d’amore con Luca, fidanzato poi ex-che-bivacca-ancora-e-forse-per-sempre-sul-suo-divano. Più di recente, Lucrezia si è fatta portavoce di questioni che potremmo definire più “politiche”, penso a …e noi dove eravamo? e L’allegra vita della quota rosa: da cosa è nato questo cambiamento? E perché ha deciso di affidare queste tematiche a Lucrezia e non, per esempio come era stato con Alice, a un nuovo personaggio?
Lucrezia è un personaggio che si può evolvere con me e con il mondo che la circonda. Alice aveva delle caratteristiche che la legavano a un certo periodo della vita. Quindi Lucrezia cambia, si adegua al mondo. Continua a parlare delle relazioni sociali. Ma ora non ha più senso per nessuno parlare di Principe Azzurro. Quindi parla d’altro, di quello che ci succede, di come vanno le relazioni con i nostri simili, oggi. Poi racconterà quelle di domani, spero. Ed essendo più adulta, meno concentrata su se stessa, racconta anche la società e la sua evoluzione. Sono tematiche più difficili da affrontare, richiedono più tempo, impegno, letture e ricerche. Ma sento la necessità di farlo. Ci sono comunque casi in cui il racconto non consente la collaborazione di Lucrezia. Allora cambio personaggio, come è successo per La gabbia.

Tra i suoi tanti libri, alcuni si distinguono per avere un tono più serio e in qualche modo inaspettato, come San Francisco e Santa Pazienza, che racconta il viaggio in California con tuo papà, e La Gabbia, forse il suo libro più duro e “serio”. In entrambi racconta la famiglia, un posto strano dove amore e incomprensione si ingarbugliano tra loro creando bozzoli di vita a volte così intricati che sembra impossibile riuscire a capirci qualcosa. Quando li ho letti la prima volta, ho pensato che era strano che un’autrice abituata a raccontare le famiglie atipiche di Paperopoli e Topolinia si cimentasse con questo genere di argomenti ma che, forse proprio per questo, fosse necessario. Come sono nati questi due libri?
Prima di tutto mi piace raccontare storie, e a seconda della storia cerco il tono che mi consentirà di raccontarla. Le storie più “sentite”, quelle che nascono da un’esigenza e premono per uscire, sono, per esperienza, quelle che funzionano meglio. Se una di queste storie ha una luce diversa dalle altre, prima ci penso su bene e poi, se mi sembra che funzioni, mi butto. Per San Francisco e Santa Pazienza, mi sembrava che il disagio e l’imprevedibilità di quel viaggio e delle persone che erano coinvolte, potesse funzionare per un racconto. Per La Gabbia, la gestazione è stata lunga e complicata. Dopo la morte di mia madre ho cominciato a prendere appunti, ma erano scritti per me, per cercare di metabolizzare un malessere gigantesco, dovuto al rapporto problematico che ho sempre avuto con lei, alla totale assenza di dialogo, di spiegazioni, anche di affetto e comprensione, mentre era in vita. Continuavo a sentire la sua voce nella testa, che commentava tutto quello che facevo e pensavo. E scrivevo quello che mi diceva, ben consapevole che ero io stessa a darle voce. Dopo un paio d’anni ho riletto tutti gli appunti. Sorprendentemente, c’era una storia, già scritta. E mi sembrava avvincente. Ma anche troppo intima. Quindi l’ho scremata di tutto quello che era troppo personale: caratteristiche, fatti, luoghi, accadimenti, persone. E ho lasciato solo il disagio, in un ambiente neutro. Mi sembrava che così funzionasse, era come uno schema in cui i lettori avrebbero potuto inserire i loro personali disagi. Penso che abbia funzionato. Ha funzionato anche per me, come autocura: non è accaduto subito, ma un po’ alla volta la voce nella mia testa si è rarefatta, non interferisce più.




Torniamo a Lucrezia e ai titoli di cui parlavamo prima (…e noi dove eravamo? e L’allegra vita della quota rosa). Negli ultimi anni il fumetto ha abbandonato spesso la dimensione del fantastico e del puro intrattenimento per raccontare – e per criticare – la nostra quotidianità, si è fatto uno strumento politico, il filone del graphic journalism è diventato sempre meno di nicchia e nomi più o meno famosi del mondo del fumetto – a parte Zerocalcare, penso soprattutto alla vicenda di Elena Mistrello in Francia – sono apparsi nella cronaca. Inoltre, il fumetto è diventato sempre di più un linguaggio adottato da autrici, uso il femminile non a caso, che hanno voluto portare a un pubblico più ampio di quello di movimento, tematiche sociali, transfemministe, legate alla questione ambientalista ed ecologica, al lavoro eccetera. Da persona che lavora in questo ambito da tanti anni, come legge questo cambiamento?
Ho sempre pensato che il fumetto sia un mezzo con cui si può raccontare qualsiasi cosa, quindi questa evoluzione non mi stupisce. C’è un problema di tempo, a scrivere e disegnare ci si mette tanto, quindi, vignette a parte, con il fumetto è difficile fare cronaca. Però un giornalismo di ricerca e di denuncia, sì. Il fumetto è un mezzo molto immediato, spesso l’immagine racconta molto più delle parole. Può servire per raccontare tematiche sociali complesse a chi non leggerebbe mai un saggio, ma neanche un lungo articolo su una rivista. Insomma, può essere molto utile. È quello che ho cercato di fare nei titoli che citi: ho letto parecchi libri sull’argomento, ho cercato di fare il punto di una situazione molto complessa per farne un racconto coinvolgente e lieve. Ma non per diminuire la gravità dei fatti e delle situazioni, solo per coinvolgere nella lettura e magari creare curiosità, interesse. Credo che il fumetto sia un linguaggio coinvolgente e immediato, e che possa servire per comunicare anche argomenti molto complessi e difficili.




Guardando alle autrici e agli autori più giovani, al mondo dell’editoria, alle lettrici e lettori di oggi e al ruolo dei social, in particolare a come mettono in connessione attrici e attori del panorama fumettistico che prima comunicavano molto meno tra loro, e a come contribuiscono a rendere famosə artiste e artisti anche fuori dal mondo-fumetto, come immagina l’evoluzione del fumetto nei prossimi anni?
A questo proprio non riesco a rispondere. È una domanda, o meglio ormai un tarlo, che mi perseguita, ma a cui non trovo una risposta. Quello dei social è un mondo in cui non mi riconosco. Devo farci i conti, perché ormai tutto il mondo si è trasferito sul web e nei social, ma non sono una nativa digitale e non mi rigiro molto bene in questo mondo. È il mondo in cui si muovono bene gli autori e le autrici giovani. Non riesco proprio a prevedere o capire cosa succederà all’editoria (e anche a tutto il resto). Un po’ mio malgrado mi tocca fare la spettatrice.




All’inizio dicevo che ha collaborato con tanti autori nel corso degli anni, soprattutto in Disney. Quali sono, per lei, le differenze tra il lavoro come autrice unica e quello di squadra? E c’è qualcuno/a di cui apprezza particolarmente il lavoro con cui non ha mai lavorato ma con cui vorrebbe scrivere/disegnare?
Mi piace alternare il lavoro di autrice a quello di disegnatrice. Sono due cose che richiedono un’energia diversa. Spesso, se mi scrivo le storie, quando inizio a disegnarle mi sembrano già vecchie. Non è vero, ovviamente, ma le ho già viste troppe volte: prima l’idea, poi il soggetto, poi la sceneggiatura, lo studio dei personaggi… Invece quando disegno una storia di un altro autore o autrice, c’è la sorpresa di leggere una storia che non conosco, e il divertimento di visualizzare le scene e prendere appunti mentre la leggo… Insomma, inizio a disegnare con la mente più fresca. Il risultato credo che sia buono in entrambi i casi, è solo il mio approccio che cambia. Lavorare con altri autori poi ti aiuta a uscire dai tuoi schemi mentali, a vedere cose che da sola non avresti notato. Ti arricchisce. Quindi continuerò a fare entrambe le cose. Apprezzo il lavoro di tantissimi colleghi e colleghe. Ma non so con chi vorrei lavorare. Penso che gli incontri più belli siano quelli che accadono, non quelli che si forzano ad accadere. Quindi aspetto le prossime sorprese che il lavoro mi riserverà.

Domanda di rito: quali sono i suoi prossimi progetti?
È una domanda che cerco sempre di eludere. Un po’ per una mia personale forma di scaramanzia: quando le idee sono in forma embrionale, non ne parlo perché ho paura che si dissolvano. Quando ho presentato un progetto e sono in attesa di approvazione, non ne parlo perché non sono sicura che poi l’approvazione arrivi. Quando sto lavorando a qualcosa, non ne parlo perché non so se l’editore o la redazione sono d’accordo a diffondere la notizia. In pratica, non riesco a parlarne mai. Di sicuro continuerò a fare le vignette su Topolino e su Donna Moderna. Sto lavorando a una storia per Topolino, e a una breve per Diabolik. E ho delle cose in ballo con Feltrinelli. Più altri progetti non ancora definiti. Ammetto che non avere progetti all’orizzonte mi dà un po’ di terrore del vuoto. Quindi ne ho sempre tanti, anche se non tutti poi vedranno la luce.




Grazie mille per essere stata con noi! (e, da fan non posso esimermi, grazie mille per le storie che ci ha regalato in tutti questi anni ♥)… e ci auguriamo di leggere presto le sue nuove opere!
Grazie mille a voi! È stato un vero piacere! ☺

Intervista a cura di Claudia Maltese (aka clacca)



Silvia Ziche

Disegnatrice, sceneggiatrice, autrice completa, Silvia Ziche è una star del fumetto italiano, conosciuta e pubblicata in tutto il mondo. Dopo aver esordito sulle pagine di linus per poi passare a Smemoranda e Comix, si è affermata come autrice disneyana, firmando acclamate storie per Topolino, e in parallelo come vignettista satirica grazie al personaggio di Lucrezia, che appare ogni settimana su Donna Moderna. Ziche è stata anche autrice di graphic novel, gran parte delle quali con protagonista Lucrezia, il suo autoironico alter ego, ma anche di opere come La gabbia (2022), vincitrice del Premio Micheluzzi come Miglior fumetto, che è valsa a Silvia Ziche il premio Yellow Kid al Lucca Comics & Games 2023 come autrice dell’anno.