Anatomia di me ~ Intervista a Mel The Sketcher
Intersecando poesia, fumetto, memoir e saggio, Mel The Sketcher trasforma la sua testimonianza in un testo di denuncia politica contro la medicalizzazione e lo stigma sulla salute mentale
Ne abbiamo parlato con l'autrice.
Ciao Mel, grazie mille per aver accettato il nostro invito e benvenuta sul blog Audace!
Ciao Claudia, ma grazie a te per l'invito! Sono molto felice di essere qui con voi.
Anatomia di me, pubblicato da Eris Edizioni, è un libro "ibrido": non esattamente un fumetto, non proprio un'opera di narrativa, non esattamente un saggio, e questa sua natura lascia intravedere una genesi particolare. Come è nato?
Bella domanda. Per dirti come è nato questo libro devo portarti indietro. Fin da piccola ho sempre disegnato molto. Verso i 20 anni, un blocco enorme che mi ha portata ad abbandonare la penna per sette lunghi anni. Poi è arrivata la depressione maggiore. Era luglio 2018. Un giorno però uscii di casa spinta da un bisogno irrefrenabile che ancora adesso non so ben spiegare: volevo comprare un taccuino e una penna per disegnare. Tornata a casa iniziai immediatamente. È iniziato tutto da lì. Quell'illustrazione realizzata in quel luglio ha dato il via a una serie di tavole che sono poi confluite tutte, insieme anche agli altri materiali, in Anatomia di me.
Per anni ho continuato a disegnare questa serie. Né con costanza né con velocità: disegnavo nel corso dei mesi e del tempo, semplicemente quando sentivo davvero di doverlo fare. I testi sono arrivati dopo, quando già avevo ormai capito che desideravo dar vita a un libro. E quindi ho semplicemente continuato a lavorare come meglio so fare: col flusso di coscienza. I testi e le successive illustrazioni sono arrivati tutte e tutti così, e infine ho amalgamato ed editato il tutto sì da proporre un prototipo già stampato a Eris Edizioni. Perché se è vero che loro mi hanno "scelta", posso affermare di aver scelto anche io loro. Con consapevolezza e desiderio.
C'è stato qualcosa in particolare che ti ha fatto capire che Anatomia di me doveva trasformarsi da quaderno-con-le-mie-cose-che-scrivo-e-disegno-per-me a un vero e proprio libro che può e deve arrivare anche allə altrə?
Ogni volta che realizzavo un'illustrazione nuova la portavo in visione alla mia psicoterapeuta. Fu lei a dirmi che quel che stavo costruendo era un "diario visuale". E fu sempre lei a dirmi che con i disegni che stavo accumulando stavo di fatto realizzato un "manuale di istruzioni" per permettere allə altrə di accedere a me e capire il mio "funzionamento". L’intuizione che ho avuto qualche anno dopo credo abbia origine da quelle parole. Ma nel mentre avevo capito che oltre a essere una chiave d'accesso alla mia persona, queste tavole costituivano un vero e proprio manuale di sopravvivenza. E non soltanto per me: anche per tuttə coloro che avevano vissuto o si sarebbero trovatə a vivere qualcosa di simile a ciò che avevo vissuto e vivo io.
Ciao Claudia, ma grazie a te per l'invito! Sono molto felice di essere qui con voi.
Anatomia di me, pubblicato da Eris Edizioni, è un libro "ibrido": non esattamente un fumetto, non proprio un'opera di narrativa, non esattamente un saggio, e questa sua natura lascia intravedere una genesi particolare. Come è nato?
Bella domanda. Per dirti come è nato questo libro devo portarti indietro. Fin da piccola ho sempre disegnato molto. Verso i 20 anni, un blocco enorme che mi ha portata ad abbandonare la penna per sette lunghi anni. Poi è arrivata la depressione maggiore. Era luglio 2018. Un giorno però uscii di casa spinta da un bisogno irrefrenabile che ancora adesso non so ben spiegare: volevo comprare un taccuino e una penna per disegnare. Tornata a casa iniziai immediatamente. È iniziato tutto da lì. Quell'illustrazione realizzata in quel luglio ha dato il via a una serie di tavole che sono poi confluite tutte, insieme anche agli altri materiali, in Anatomia di me.
Per anni ho continuato a disegnare questa serie. Né con costanza né con velocità: disegnavo nel corso dei mesi e del tempo, semplicemente quando sentivo davvero di doverlo fare. I testi sono arrivati dopo, quando già avevo ormai capito che desideravo dar vita a un libro. E quindi ho semplicemente continuato a lavorare come meglio so fare: col flusso di coscienza. I testi e le successive illustrazioni sono arrivati tutte e tutti così, e infine ho amalgamato ed editato il tutto sì da proporre un prototipo già stampato a Eris Edizioni. Perché se è vero che loro mi hanno "scelta", posso affermare di aver scelto anche io loro. Con consapevolezza e desiderio.
C'è stato qualcosa in particolare che ti ha fatto capire che Anatomia di me doveva trasformarsi da quaderno-con-le-mie-cose-che-scrivo-e-disegno-per-me a un vero e proprio libro che può e deve arrivare anche allə altrə?
Ogni volta che realizzavo un'illustrazione nuova la portavo in visione alla mia psicoterapeuta. Fu lei a dirmi che quel che stavo costruendo era un "diario visuale". E fu sempre lei a dirmi che con i disegni che stavo accumulando stavo di fatto realizzato un "manuale di istruzioni" per permettere allə altrə di accedere a me e capire il mio "funzionamento". L’intuizione che ho avuto qualche anno dopo credo abbia origine da quelle parole. Ma nel mentre avevo capito che oltre a essere una chiave d'accesso alla mia persona, queste tavole costituivano un vero e proprio manuale di sopravvivenza. E non soltanto per me: anche per tuttə coloro che avevano vissuto o si sarebbero trovatə a vivere qualcosa di simile a ciò che avevo vissuto e vivo io.
Anatomia di me nasce per desiderio di riscatto personale. Un desiderio di riscatto viscerale quanto la vita stessa. Ma anche per urgenza politica: il desiderio, fortissimo, di fare sensibilizzazione sulla salute mentale e contribuire a combattere lo stigma e i pregiudizi che riguardano la malattia mentale e chi la vive. Desideravo fare una narrazione concreta che contribuisse a colmare un buco enorme. In Italia di libri sul tema non ce ne sono quasi, tolti quelli scritti da addettə ai lavori. È utile, certo, che medici ed esperti parlino e scrivano di salute mentale. Ma è definitivamente più importante se a parlare di determinate esperienze sono persone che hanno realmente vissuto e/o che realmente vivono ciò di cui parlano. Non si tratta di censurare le narrazioni già presenti. Si tratta piuttosto di aggiungere e favorire una narrazione nuova, più autentica, più urgente, spesso scomoda, ma incredibilmente potente. Ecco, a un certo punto ho compreso che Anatomia di me sarebbe potuto diventare quel tipo di narrazione, di cui io per prima - come soggetto psichiatrizzato - avvertivo l'esigenza.
Da millennial ho notato che in questi ultimi anni c'è tra lə più giovani un'attenzione alla salute mentale che non esisteva già dieci anni fa. Secondo te, da cosa dipende questa "apertura" e attenzione ad argomenti che erano considerati dei tabù fino a poco tempo fa? E come si lega agli altri valori delle generazioni più giovani?
Noi millennial siamo quellə che hanno iniziato a capire l’importanza di fare psicoterapia, ma è la generazione Z che ha sdoganato la figura dellə terapeuta e a ridimensionarla rispetto all'idea reverenziale e oscura che se ne aveva in passato. Tutto ciò è dannatamente bello e utile al superamento di tabù e pregiudizi. La nostra società è sempre più frammentata, le persone sono sempre più isolate, viviamo sempre di più come monadi dovendo rinunciare spesso a quella dimensione sociale e relazionale che è propria invece dell'essere umano. Tutto ciò sta suscitando nelle nuove generazioni un desiderio di comunità così come un sentimento diffuso di solidarietà che magari moltə di noi, o delle generazioni ancora precedenti, per cinismo, stanchezza, delusione, hanno semplicemente perso. Dal sentimento di comunità e di solidarietà, così come dal bisogno di appartenenza, sempre vivissimo tra le persone più giovani, credo che semplicemente ci si stia spostando, e sempre di più, verso un atteggiamento volto a non replicare né perpetrare ciò che viene considerato tossico in termini relazionali. Credo che le persone più giovani sappiano distinguere tra relazioni sane e non sane. Da qui, il passo a ragionare di salute mentale tout court è breve. Complice, non da meno, un sentimento che vuole contrastare l'essere umano-monade. Lə giovani vogliono riportare al centro la soggettività relazionale, di contro all'individualità.
Torno più nello specifico sul tuo lavoro: Anatomia di me tratta, come dicevi, un argomento molto intimo e delicato, quello della salute mentale, filtrato attraverso la tua esperienza personale. Ti sei trovata a fare una selezione di ricordi/esperienze/fatti da inserire o meno nel libro, o anche di materiale che avevi già scritto/disegnato? E, se sì, che tipo di criteri hai applicato?
In realtà no: tutto quel che ho prodotto da quel lontano luglio 2018 è esattamente confluito in Anatomia di me. E sì, in tutti questi anni non ho poi prodotto chissà quante illustrazioni: non ho lavorato né con costanza né con velocità, ma sempre e solo spinta dall'urgenza e dall'autenticità del momento. A dire il vero ci sono due tavole che ho escluso da Anatomia di me, già dal mio primissimo editing. La prima la realizzai al di fuori del taccuino dove invece erano racchiuse tutte le altre. Si tratta di un'illustrazione fatta durante il mio primo ricovero. In realtà amo quel disegno, credo sia potentissimo. Ma non l'ho inserito perché la sua brutalità spezzava completamente il ritmo con quella che intanto si stava già definendo come serie. La seconda tavola che ho escluso l'ho invece realizzata durante il secondo ricovero: quest'ultima ho deciso di distruggerla, letteralmente. Prima ancora di capire che avrei voluto creare un libro, avevo già strappato in decine di pezzi quel disegno. L'ho distrutto perché era violentissimo e utilizzava metafore di natura sessuale molto spinte per mostrare come mi sentivo. Ora, fa sorridere che io mi sia "scandalizzata di me stessa" visto che per la quasi totalità del libro il mio personaggio è totalmente nudo e lo stesso titolo - Anatomia di me - rimanda alla nudità del mio corpo. Eppure, la nudità, nel mio libro, non ha nulla a che fare col sessuale. Si tratta di una nudità metafora di tanto altro, ma il rimando al sessuale non c'è. Quell'illustrazione che decisi invece di fare a pezzi era esplicitamente sessuale e peraltro in un modo violentissimo. Lo dico io stessa che non mi scandalizzo per nulla. Tutto quel che vi è nel libro è frutto sì di editing mio, innanzitutto: ho sistemato tavole, testi e poesie cercando di dare un ordine; ma mi preme dire che per lo più la struttura è cronologica: ad esempio, la lettera finale, per dire, è autentica. Nella sua prima stesura era rivolta alla mia psicoterapeuta. Resami conto, rileggendola, di quanto fosse forte, ho poi deciso di pulirla un po' da qualche frase ridondante e rivolgerla a me stessa. Quella lettera è letteralmente l'ultima cosa che ho prodotto per il libro. L'ho consegnata alla casa editrice davvero poco prima che andassimo in stampa.
Nel tuo libro parli delle tue diagnosi, dei periodi di ospedalizzazione e del tuo rapporto con lə medicə e terapeutə. Ho un paio di domande, ti faccio la prima: ricevere una diagnosi può essere da un lato liberatorio, perché ti dà una spiegazione al malessere che senti e ti fa intravedere una cura. Allo stesso tempo, però, ti chiude in una definizione - quella della malattia - e ti trasforma da "persona" a "paziente". Nella tua esperienza cosa è prevalso? O meglio, come hai tenuto in equilibrio le due cose?
Vorrei poter affermare che sono riuscita a tenere in equilibrio il tutto, fin da principio. La realtà delle cose è stata ben diversa. Quando sono approdata per la prima volta al pronto soccorso, per pensieri suicidari, non fui ricoverata ma indirizzata al CSM dove, a distanza di pochi mesi l'una dall'altra, arrivarono infine le due diagnosi: disturbo borderline di personalità, in comorbilità con disturbo bipolare di tipo 2. E no, non fu affatto piacevole, né liberatorio, né salvifico. Soprattutto per la prima diagnosi ricevuta, ovvero il disturbo di personalità, non fu affatto facile accettarla. Ne uscii stravolta peggio di come ero arrivata al pronto soccorso, anche e soprattutto per la brutalità, la disumanizzazione e l'oggettificazione che avevo subito nel riceverla. Non ero più una persona, non ero più una giovane donna: ero un numero. Un cazzo di numero, una statistica. Mi sottoposero il famoso "test" per decretare di quale disturbo di personalità soffrissi al termine di un colloquio estenuante di due ore durante le quali lo psichiatra "mai pervenuto" - quello di cui accenno soltanto nel mio libro - aveva palesemente già deciso che io fossi malata e che il mio pianto inconsolabile non potesse che essere giustificato - o potrei dire "previsto" - solo da un disturbo di personalità. Il primo psichiatra con cui ebbi a che fare al CSM aveva già deciso e di conseguenza impostò l'intera continuazione del colloquio - e dei colloqui successivi - ritenendo di avere di fronte una persona "dalla personalità emotivamente instabile", per citare la più recente denominazione del disturbo borderline ed evidenziarne brutalità e mancanza di consistenza: il termine borderline indica "confine" e infatti il disturbo borderline è caratterizzato dal partecipare, in maniera spesso molto diversa da persona a persona, dei principali tratti degli altri disturbi di personalità. Di conseguenza, borderline ha, seppur tristemente, un suo senso. Ma "disturbo della personalità emotivamente instabile" è semplicemente orribile e sminuente. Soprattutto: esprime un giudizio, un giudizio di merito. All'epoca, e stiamo parlando dell'estate del 2018, già soltanto la dicitura borderline mi piombò addosso con una violenza indicibile. Ne fui schiacciata. Ricordo a Bologna, una sera. Avevo da pochi giorni ricevuto la diagnosi e crollai in un pianto davvero senza ritegno. Per molto tempo mi sono sentita non soltanto paziente ma oggetto. Non ero più una persona. Ero una "malata psichiatrica" e con ciò tutto lo stigma che questa espressione si tira dietro. All’epoca a stigmatizzarmi più di tuttə e tutto ero poi io stessa. Ma se è andata in questo modo, è stato anche perché non c'era - e non c'è - cultura a riguardo. C'è voluto il lungo, faticoso, doloroso ma importantissimo lavoro svolto dalla mia psicoterapeuta, in primis, e appena dopo dalla mia seconda psichiatra, per aiutarmi a venir fuori da quello stigma in cui io stessa mi ero relegata. Sono state loro, nel corso del tempo, ad aiutarmi a capire che non ero un oggetto, e che prima ancora di essere una paziente ero e resto prima di tutto una persona: con la sua storia, la sua complessità, il suo universo, dove l'aspetto psichiatrico è solo una delle tante peculiarità del proprio vissuto. È così che ho infine vissuto diversamente la seconda diagnosi, quella di disturbo bipolare di tipo 2. Quest'ultima, sì, è stata liberatoria per davvero: le problematiche che vivevo, e con cui tuttora convivo, erano più complesse e sfaccettate della semplificazione da manuale che aveva ritenuto di imporre il primo psichiatra. A quel punto, giunta anche la seconda diagnosi, ho sentito che iniziavo a trovare un senso: quelle due definizioni apparentemente asettiche restituivano la complessità del mio dolore. Finalmente mi sentivo capita e meno sbagliata, e sentivo di essere creduta circa quel che provavo. Trovavo inoltre una spiegazione razionale al perché provassi quelle cose. Quando però sono stata ricoverata, entrambe le volte, lì davvero, per molti versi, mi è stata sottratta la mia soggettività. Ero solo un corpo. Un corpo da prendere con compresse, pillole e siringhe. Nient'altro che questo.
La reificazione dellə paziente è l'aspetto peggiore della medicalizzazione - e forse quello più pervasivo, onnipresente e doloroso. Se da un lato si può, da non-medicə - capire il processo che porta il personale sanitario - con le dovute eccezioni - a mettere in pratica forme di "distanziamento" dall'aspetto più "umano" dellə pazienti, dall'altro lato la mancanza di equilibrio nel rapporto medicə-paziente può tradursi in una mancata occasione per entrambə. Secondo te quali sono i limiti maggiori della medicalizzazione e quali possono essere le soluzioni?
In un sistema che pretende spesso di curare il sintomo - insonnia? Psicosi? Ansia? Panico? Pensieri intrusivi? Sbalzi d'umore? Ecc. - senza curarsi di considerare la persona nella sua complessità... c'è evidentemente qualche problema, e grosso, alla base. Se sto per buttarmi di sotto e l'unico modo che hai per salvarmi è quello di bloccarmi, fisicamente parlando, e sedarmi, a malincuore dovrò ammettere che forse sarà da considerare - non per forza legittimare - anche quest'azione di tipo coatto. Ma se poi si tratta di percorsi di cura: siano effettivamente percorsi-di-cura! Quando sono stata ricoverata in clinica psichiatrica la seconda volta, mi hanno tenuta dentro per due mesi durante i quali la mia terapia era molto ben pensata e articolata. Da questo punto di vista non mi hanno fatto mancare nulla: la mia terapia solita più altre compresse e pillole per farmi dormire. Ma non finiva qui. Per quasi due mesi mi hanno fatto due iniezioni intramuscolo al giorno. Due. Ricordo ancora il nome del farmaco. Per sedarmi. Una fiala di notte, una di giorno. Alcuni giorni in realtà di punture ne ho ricevute anche tre in giornata... E immagina un po'? Non stavo affatto meglio. Eppure, in senso canonico, mi avevano curata. Ma cosa significa realmente curare? Somministrare farmaci, e basta? Finisce lì? Ecco, nel mio caso specifico la medicalizzazione ha portato a non curarmi davvero. Di farmaci me ne davano eccome. Ma tutto il resto? E cosa dire della freddezza e del distacco con cui alcune infermiere, faccio questo esempio, si accostavano a me e alle altre detenute del mio reparto? Non riesco a parlare di alcune cose, ma alcune violenze - psicologiche, ma in parte anche fisiche - le ho subite mentre ero dentro. Mi perdonerai se non approfondisco. Il fatto è che il considerare la persona di fronte neanche come paziente ma come oggetto, ecco, genera un loop e porta a non vederla davvero. Tutte eravamo lì per qualche motivo, eppure nessuna di noi voleva tornare a casa, a essere onesta. Questo perché la medicalizzazione forzata ci aveva private di dignità, in molti casi, ma soprattutto di autostima. Sapevamo che l'unico sistema in cui saremmo potute sopravvivere era quello di quei corridoi e stanze asettiche - la minuscola saletta fumatrici a fare da unico luogo di socializzazione. Al di fuori di quel sistema ci saremmo sentite perse, smarrite, incapaci, sbagliate. Ed ecco che alcune donne rimanevano mesi e mesi lì dentro. Molte di loro realmente volevano - o credevano di volere - rimanerci. Io, per fortuna, alla fine sono uscita. Ma una volta fuori di lì - entrambe le volte - sono stata ancora a lungo male. A ogni modo, devo riconoscere che, di contro a quelle infermiere, per esempio, che ci trattavano come semplici corpi da sedare, almeno delle altre erano realmente ben disposte a livello umano. Loro sono state l'unico faro di luce in quel posto. Parlando quindi di soluzioni: tuttə, tuttə coloro che per lavoro - di qualunque ruolo si tratti - hanno a che fare con persone psichiatrizzate, dovrebbero mantenere l'umanità, la gentilezza, il rispetto di quelle infermiere. Non tutte sono state carine, ripeto. Ma provo riconoscenza verso chi seppe lavorare da vera professionista mettendo al primo posto l'umanità. Siamo tuttə umani. Non dovrebbe esserci un "noi" e un "loro". E invece per molti aspetti in clinica la situazione è detenutə e carcerierə. Noi e loro, loro e noi. Fanculo, no! L'umanità al centro, dannazione. La salute mentale riguarda le persone tutte. Non c'è bisogno di creare ad hoc dellə reiettə della società. Reiettə: ecco cosa diventiamo, spesso, agli occhi della società, noi "malatə psichiatrichə". Quando poi parlo di umanità, la intendo anche applicata alle strutture: ma è mai possibile che, nel 2026, alcune cliniche psichiatriche abbiano come unico luogo di socializzazione la... sala fumo? Possibile non ci sia modo, e soldi, per inserire una piccola palestra?, una biblioteca?, uno spazio cinema/televisione? aree comuni adibite a giochi di società? È possibile che l'aspetto stesso di molte cliniche debba di per sé rimandare a quella medicalizzazione coatta? Perché le sbarre alle finestre? Non basterebbero dei vetri infrangibili? Perché colori spenti e mortuari alle pareti e non invece qualche bella tinta allegra o quantomeno pastello, rilassante? L'architettura degli spazi agisce di per sé stessa - indirettamente - un altro eppure non meno violento tipo di medicalizzazione forzata.
Hai detto che i tuoi disegni sono realizzati direttamente a penna, senza un primo passaggio con le matite e quindi senza possibilità di "rimediare agli errori". Qual è il motivo di questa scelta?
Non c'è un motivo vero e proprio: semplicemente, mi trovo così. Da sempre. Usare la matita, quelle rare volte che l'ho utilizzata, mi ha messa a disagio. Disegnare invece direttamente con la penna - con le penne a china - mi restituisce una bellissima e potentissima sensazione di libertà e immediatezza. Io disegno a mo' di flusso di coscienza, esattamente come scrivo - soprattutto la poesia. Ecco, questo flusso, non può e non deve essere interrotto. La matita si interporrebbe automaticamente tra me e quel flusso. Far scorrere direttamente l'inchiostro, invece, mi fa sentire libera di buttare fuori in maniera urgente, immediata, spontanea e irrazionale. Le mie illustrazioni seguono flussi interiori che risentono moltissimo dell'irrazionale e dell'inconscio. È come se la mia mano divenisse strumento di qualcosa di forte che ho dentro, che urla e spinge per uscire fuori. In questa concitazione, per la matita non c'è spazio. Chiariamo: talvolta, raramente, l'ho usata. Per abbozzare un paio di tavole a fumetti, ad esempio, mi è tornata utile. Ma amo l’inchiostro. Gli errori - non solo eventuali ma anche reali del mio tratto - fanno parte del gioco. A meno che proprio non tiri, per sbaglio, una linea totalmente errata rispetto a ciò che intendo disegnare, e in quel caso allora semplicemente strappo il foglio, tutti gli errori - e sono tanti - che lascio in giro nei miei disegni fanno parte esattamente di quel processo irrazionale, di quel flusso che però rende il disegno così autentico e lo fa arrivare agli occhi di chi guarda così spontaneo e urgente.
Le tue tavole sono molto concettuali, suggestive più che descrittive. Quasi sempre, c'è un tuo autoritratto inserito in uno spazio concettuale e spesso la te-personaggia si moltiplica all'interno della stessa immagine, come se tempo e spazio fossero compressi in una dimensione quasi onirica. Come prendono forma questi disegni? E come possiamo leggerli?
Sì, nelle illustrazioni di Anatomia di me, tempo e spazio sono compressi in una dimensione quasi onirica. Ed è per questo che la me-personaggia si moltiplica, spesso, all'interno dello stesso disegno. È come se quell'illustrazione fosse in movimento. Quasi come se ciascuna immagine racchiudesse un fumetto! Certo, mancano i balloon, e manca tutto ciò che rende canonicamente un fumetto tale, eppure, la mia impressione è che in qualche modo soprattutto alcuni dei disegni del mio libro siano essi stessi un ibrido tra illustrazione pura e brevissimo racconto a fumetti. Come se in alcuni casi ciascuna tavola fosse autoconclusiva di una mini storia a fumetti. E nel mentre, però, si amalgamasse e collegasse con le illustrazioni nelle pagine appena precedenti e successive. È questo il mio suggerimento di lettura delle mie immagini. Circa il come prendono forma... Semplicemente butto tutto fuori, in un modo che di razionale non ha molto. Parto da un'intuizione, da un sentimento, un'emozione, uno stato d'animo. Normalmente inizio a disegnare me, o una delle varie me, e da lì mi viene totalmente spontaneo e naturale costruirci e articolarci tutto il resto. È per questo che, come dici, i miei lavori risultano poi concettuali più che descrittivi, con una forte simbologia al loro interno che è nata con la stessa spontaneità dei disegni e si è andata poi costruendo e fissando, nella mia testa e nelle mie tavole, nel corso del tempo.
Continuerai a scrivere/disegnare?
Il sogno è quello. Ma c'è un però. Come accenno nell'epilogo di Anatomia di me, soffro di una rara malattia degenerativa agli occhi che allo stato attuale della ricerca non ha cura alcuna. Si tratta delle teleangectasie maculari di tipo 2. Questa malattia mi sta, già da anni, danneggiando e rovinando in maniera irreversibile la macula di entrambi gli occhi. Le prime conseguenze di tutto ciò sono che all'occhio destro percepisco una distorsione alle linee, mentre all'occhio sinistro ho dei piccoli punti ciechi che non sono da intendere come "buchi neri" ma piuttosto come assenza di informazione, letteralmente, come se quel dato elemento - sia una lettera/parola, un dettaglio, un colore - non ci fossero affatto. Non ho idea, quindi, di come abbia scritto e disegnato Anatomia di me quasi interamente in analogico. A volte credo che la potenza di un sogno possa portarti lì dove non avresti mai creduto. Io non lo so se farò ancora libri. Non lo so se e per quanto potrò continuare a disegnare e a scrivere. Ciò che si sa di questa malattia agli occhi è che presto o tardi invaliderà a tal punto la vista che sarà come averla persa. Tutto ciò mi mette orrore. Non lo so come farò in futuro. So però che ho riconquistato la capacità di sognare, e che non intendo farmela portare via da niente e nessunə - neanche dalla malattia, psichica o fisica che sia. In un modo farò. Credo mi stia aiutando molto anche l'autoironia. Anche questa, l'ho riconquistata da poco. E intendo tenermela ben stretta, perché davvero mi sta salvando.
Grazie mille per averci dato così tanto di te ❤️ imboccallupo per tutto! Aspettiamo le tue prossime storie! A presto!
Grazie a te per queste domande così profonde, per nulla facili devo ammettere. Rispondere è stato a tratti difficile ma sono felice di averlo fatto e di essermi esposta in termini sia personali che, soprattutto, politici. Un saluto a te e a tutta la redazione!
Noi millennial siamo quellə che hanno iniziato a capire l’importanza di fare psicoterapia, ma è la generazione Z che ha sdoganato la figura dellə terapeuta e a ridimensionarla rispetto all'idea reverenziale e oscura che se ne aveva in passato. Tutto ciò è dannatamente bello e utile al superamento di tabù e pregiudizi. La nostra società è sempre più frammentata, le persone sono sempre più isolate, viviamo sempre di più come monadi dovendo rinunciare spesso a quella dimensione sociale e relazionale che è propria invece dell'essere umano. Tutto ciò sta suscitando nelle nuove generazioni un desiderio di comunità così come un sentimento diffuso di solidarietà che magari moltə di noi, o delle generazioni ancora precedenti, per cinismo, stanchezza, delusione, hanno semplicemente perso. Dal sentimento di comunità e di solidarietà, così come dal bisogno di appartenenza, sempre vivissimo tra le persone più giovani, credo che semplicemente ci si stia spostando, e sempre di più, verso un atteggiamento volto a non replicare né perpetrare ciò che viene considerato tossico in termini relazionali. Credo che le persone più giovani sappiano distinguere tra relazioni sane e non sane. Da qui, il passo a ragionare di salute mentale tout court è breve. Complice, non da meno, un sentimento che vuole contrastare l'essere umano-monade. Lə giovani vogliono riportare al centro la soggettività relazionale, di contro all'individualità.
Torno più nello specifico sul tuo lavoro: Anatomia di me tratta, come dicevi, un argomento molto intimo e delicato, quello della salute mentale, filtrato attraverso la tua esperienza personale. Ti sei trovata a fare una selezione di ricordi/esperienze/fatti da inserire o meno nel libro, o anche di materiale che avevi già scritto/disegnato? E, se sì, che tipo di criteri hai applicato?
In realtà no: tutto quel che ho prodotto da quel lontano luglio 2018 è esattamente confluito in Anatomia di me. E sì, in tutti questi anni non ho poi prodotto chissà quante illustrazioni: non ho lavorato né con costanza né con velocità, ma sempre e solo spinta dall'urgenza e dall'autenticità del momento. A dire il vero ci sono due tavole che ho escluso da Anatomia di me, già dal mio primissimo editing. La prima la realizzai al di fuori del taccuino dove invece erano racchiuse tutte le altre. Si tratta di un'illustrazione fatta durante il mio primo ricovero. In realtà amo quel disegno, credo sia potentissimo. Ma non l'ho inserito perché la sua brutalità spezzava completamente il ritmo con quella che intanto si stava già definendo come serie. La seconda tavola che ho escluso l'ho invece realizzata durante il secondo ricovero: quest'ultima ho deciso di distruggerla, letteralmente. Prima ancora di capire che avrei voluto creare un libro, avevo già strappato in decine di pezzi quel disegno. L'ho distrutto perché era violentissimo e utilizzava metafore di natura sessuale molto spinte per mostrare come mi sentivo. Ora, fa sorridere che io mi sia "scandalizzata di me stessa" visto che per la quasi totalità del libro il mio personaggio è totalmente nudo e lo stesso titolo - Anatomia di me - rimanda alla nudità del mio corpo. Eppure, la nudità, nel mio libro, non ha nulla a che fare col sessuale. Si tratta di una nudità metafora di tanto altro, ma il rimando al sessuale non c'è. Quell'illustrazione che decisi invece di fare a pezzi era esplicitamente sessuale e peraltro in un modo violentissimo. Lo dico io stessa che non mi scandalizzo per nulla. Tutto quel che vi è nel libro è frutto sì di editing mio, innanzitutto: ho sistemato tavole, testi e poesie cercando di dare un ordine; ma mi preme dire che per lo più la struttura è cronologica: ad esempio, la lettera finale, per dire, è autentica. Nella sua prima stesura era rivolta alla mia psicoterapeuta. Resami conto, rileggendola, di quanto fosse forte, ho poi deciso di pulirla un po' da qualche frase ridondante e rivolgerla a me stessa. Quella lettera è letteralmente l'ultima cosa che ho prodotto per il libro. L'ho consegnata alla casa editrice davvero poco prima che andassimo in stampa.
Nel tuo libro parli delle tue diagnosi, dei periodi di ospedalizzazione e del tuo rapporto con lə medicə e terapeutə. Ho un paio di domande, ti faccio la prima: ricevere una diagnosi può essere da un lato liberatorio, perché ti dà una spiegazione al malessere che senti e ti fa intravedere una cura. Allo stesso tempo, però, ti chiude in una definizione - quella della malattia - e ti trasforma da "persona" a "paziente". Nella tua esperienza cosa è prevalso? O meglio, come hai tenuto in equilibrio le due cose?
Vorrei poter affermare che sono riuscita a tenere in equilibrio il tutto, fin da principio. La realtà delle cose è stata ben diversa. Quando sono approdata per la prima volta al pronto soccorso, per pensieri suicidari, non fui ricoverata ma indirizzata al CSM dove, a distanza di pochi mesi l'una dall'altra, arrivarono infine le due diagnosi: disturbo borderline di personalità, in comorbilità con disturbo bipolare di tipo 2. E no, non fu affatto piacevole, né liberatorio, né salvifico. Soprattutto per la prima diagnosi ricevuta, ovvero il disturbo di personalità, non fu affatto facile accettarla. Ne uscii stravolta peggio di come ero arrivata al pronto soccorso, anche e soprattutto per la brutalità, la disumanizzazione e l'oggettificazione che avevo subito nel riceverla. Non ero più una persona, non ero più una giovane donna: ero un numero. Un cazzo di numero, una statistica. Mi sottoposero il famoso "test" per decretare di quale disturbo di personalità soffrissi al termine di un colloquio estenuante di due ore durante le quali lo psichiatra "mai pervenuto" - quello di cui accenno soltanto nel mio libro - aveva palesemente già deciso che io fossi malata e che il mio pianto inconsolabile non potesse che essere giustificato - o potrei dire "previsto" - solo da un disturbo di personalità. Il primo psichiatra con cui ebbi a che fare al CSM aveva già deciso e di conseguenza impostò l'intera continuazione del colloquio - e dei colloqui successivi - ritenendo di avere di fronte una persona "dalla personalità emotivamente instabile", per citare la più recente denominazione del disturbo borderline ed evidenziarne brutalità e mancanza di consistenza: il termine borderline indica "confine" e infatti il disturbo borderline è caratterizzato dal partecipare, in maniera spesso molto diversa da persona a persona, dei principali tratti degli altri disturbi di personalità. Di conseguenza, borderline ha, seppur tristemente, un suo senso. Ma "disturbo della personalità emotivamente instabile" è semplicemente orribile e sminuente. Soprattutto: esprime un giudizio, un giudizio di merito. All'epoca, e stiamo parlando dell'estate del 2018, già soltanto la dicitura borderline mi piombò addosso con una violenza indicibile. Ne fui schiacciata. Ricordo a Bologna, una sera. Avevo da pochi giorni ricevuto la diagnosi e crollai in un pianto davvero senza ritegno. Per molto tempo mi sono sentita non soltanto paziente ma oggetto. Non ero più una persona. Ero una "malata psichiatrica" e con ciò tutto lo stigma che questa espressione si tira dietro. All’epoca a stigmatizzarmi più di tuttə e tutto ero poi io stessa. Ma se è andata in questo modo, è stato anche perché non c'era - e non c'è - cultura a riguardo. C'è voluto il lungo, faticoso, doloroso ma importantissimo lavoro svolto dalla mia psicoterapeuta, in primis, e appena dopo dalla mia seconda psichiatra, per aiutarmi a venir fuori da quello stigma in cui io stessa mi ero relegata. Sono state loro, nel corso del tempo, ad aiutarmi a capire che non ero un oggetto, e che prima ancora di essere una paziente ero e resto prima di tutto una persona: con la sua storia, la sua complessità, il suo universo, dove l'aspetto psichiatrico è solo una delle tante peculiarità del proprio vissuto. È così che ho infine vissuto diversamente la seconda diagnosi, quella di disturbo bipolare di tipo 2. Quest'ultima, sì, è stata liberatoria per davvero: le problematiche che vivevo, e con cui tuttora convivo, erano più complesse e sfaccettate della semplificazione da manuale che aveva ritenuto di imporre il primo psichiatra. A quel punto, giunta anche la seconda diagnosi, ho sentito che iniziavo a trovare un senso: quelle due definizioni apparentemente asettiche restituivano la complessità del mio dolore. Finalmente mi sentivo capita e meno sbagliata, e sentivo di essere creduta circa quel che provavo. Trovavo inoltre una spiegazione razionale al perché provassi quelle cose. Quando però sono stata ricoverata, entrambe le volte, lì davvero, per molti versi, mi è stata sottratta la mia soggettività. Ero solo un corpo. Un corpo da prendere con compresse, pillole e siringhe. Nient'altro che questo.
La reificazione dellə paziente è l'aspetto peggiore della medicalizzazione - e forse quello più pervasivo, onnipresente e doloroso. Se da un lato si può, da non-medicə - capire il processo che porta il personale sanitario - con le dovute eccezioni - a mettere in pratica forme di "distanziamento" dall'aspetto più "umano" dellə pazienti, dall'altro lato la mancanza di equilibrio nel rapporto medicə-paziente può tradursi in una mancata occasione per entrambə. Secondo te quali sono i limiti maggiori della medicalizzazione e quali possono essere le soluzioni?
In un sistema che pretende spesso di curare il sintomo - insonnia? Psicosi? Ansia? Panico? Pensieri intrusivi? Sbalzi d'umore? Ecc. - senza curarsi di considerare la persona nella sua complessità... c'è evidentemente qualche problema, e grosso, alla base. Se sto per buttarmi di sotto e l'unico modo che hai per salvarmi è quello di bloccarmi, fisicamente parlando, e sedarmi, a malincuore dovrò ammettere che forse sarà da considerare - non per forza legittimare - anche quest'azione di tipo coatto. Ma se poi si tratta di percorsi di cura: siano effettivamente percorsi-di-cura! Quando sono stata ricoverata in clinica psichiatrica la seconda volta, mi hanno tenuta dentro per due mesi durante i quali la mia terapia era molto ben pensata e articolata. Da questo punto di vista non mi hanno fatto mancare nulla: la mia terapia solita più altre compresse e pillole per farmi dormire. Ma non finiva qui. Per quasi due mesi mi hanno fatto due iniezioni intramuscolo al giorno. Due. Ricordo ancora il nome del farmaco. Per sedarmi. Una fiala di notte, una di giorno. Alcuni giorni in realtà di punture ne ho ricevute anche tre in giornata... E immagina un po'? Non stavo affatto meglio. Eppure, in senso canonico, mi avevano curata. Ma cosa significa realmente curare? Somministrare farmaci, e basta? Finisce lì? Ecco, nel mio caso specifico la medicalizzazione ha portato a non curarmi davvero. Di farmaci me ne davano eccome. Ma tutto il resto? E cosa dire della freddezza e del distacco con cui alcune infermiere, faccio questo esempio, si accostavano a me e alle altre detenute del mio reparto? Non riesco a parlare di alcune cose, ma alcune violenze - psicologiche, ma in parte anche fisiche - le ho subite mentre ero dentro. Mi perdonerai se non approfondisco. Il fatto è che il considerare la persona di fronte neanche come paziente ma come oggetto, ecco, genera un loop e porta a non vederla davvero. Tutte eravamo lì per qualche motivo, eppure nessuna di noi voleva tornare a casa, a essere onesta. Questo perché la medicalizzazione forzata ci aveva private di dignità, in molti casi, ma soprattutto di autostima. Sapevamo che l'unico sistema in cui saremmo potute sopravvivere era quello di quei corridoi e stanze asettiche - la minuscola saletta fumatrici a fare da unico luogo di socializzazione. Al di fuori di quel sistema ci saremmo sentite perse, smarrite, incapaci, sbagliate. Ed ecco che alcune donne rimanevano mesi e mesi lì dentro. Molte di loro realmente volevano - o credevano di volere - rimanerci. Io, per fortuna, alla fine sono uscita. Ma una volta fuori di lì - entrambe le volte - sono stata ancora a lungo male. A ogni modo, devo riconoscere che, di contro a quelle infermiere, per esempio, che ci trattavano come semplici corpi da sedare, almeno delle altre erano realmente ben disposte a livello umano. Loro sono state l'unico faro di luce in quel posto. Parlando quindi di soluzioni: tuttə, tuttə coloro che per lavoro - di qualunque ruolo si tratti - hanno a che fare con persone psichiatrizzate, dovrebbero mantenere l'umanità, la gentilezza, il rispetto di quelle infermiere. Non tutte sono state carine, ripeto. Ma provo riconoscenza verso chi seppe lavorare da vera professionista mettendo al primo posto l'umanità. Siamo tuttə umani. Non dovrebbe esserci un "noi" e un "loro". E invece per molti aspetti in clinica la situazione è detenutə e carcerierə. Noi e loro, loro e noi. Fanculo, no! L'umanità al centro, dannazione. La salute mentale riguarda le persone tutte. Non c'è bisogno di creare ad hoc dellə reiettə della società. Reiettə: ecco cosa diventiamo, spesso, agli occhi della società, noi "malatə psichiatrichə". Quando poi parlo di umanità, la intendo anche applicata alle strutture: ma è mai possibile che, nel 2026, alcune cliniche psichiatriche abbiano come unico luogo di socializzazione la... sala fumo? Possibile non ci sia modo, e soldi, per inserire una piccola palestra?, una biblioteca?, uno spazio cinema/televisione? aree comuni adibite a giochi di società? È possibile che l'aspetto stesso di molte cliniche debba di per sé rimandare a quella medicalizzazione coatta? Perché le sbarre alle finestre? Non basterebbero dei vetri infrangibili? Perché colori spenti e mortuari alle pareti e non invece qualche bella tinta allegra o quantomeno pastello, rilassante? L'architettura degli spazi agisce di per sé stessa - indirettamente - un altro eppure non meno violento tipo di medicalizzazione forzata.
Hai detto che i tuoi disegni sono realizzati direttamente a penna, senza un primo passaggio con le matite e quindi senza possibilità di "rimediare agli errori". Qual è il motivo di questa scelta?
Non c'è un motivo vero e proprio: semplicemente, mi trovo così. Da sempre. Usare la matita, quelle rare volte che l'ho utilizzata, mi ha messa a disagio. Disegnare invece direttamente con la penna - con le penne a china - mi restituisce una bellissima e potentissima sensazione di libertà e immediatezza. Io disegno a mo' di flusso di coscienza, esattamente come scrivo - soprattutto la poesia. Ecco, questo flusso, non può e non deve essere interrotto. La matita si interporrebbe automaticamente tra me e quel flusso. Far scorrere direttamente l'inchiostro, invece, mi fa sentire libera di buttare fuori in maniera urgente, immediata, spontanea e irrazionale. Le mie illustrazioni seguono flussi interiori che risentono moltissimo dell'irrazionale e dell'inconscio. È come se la mia mano divenisse strumento di qualcosa di forte che ho dentro, che urla e spinge per uscire fuori. In questa concitazione, per la matita non c'è spazio. Chiariamo: talvolta, raramente, l'ho usata. Per abbozzare un paio di tavole a fumetti, ad esempio, mi è tornata utile. Ma amo l’inchiostro. Gli errori - non solo eventuali ma anche reali del mio tratto - fanno parte del gioco. A meno che proprio non tiri, per sbaglio, una linea totalmente errata rispetto a ciò che intendo disegnare, e in quel caso allora semplicemente strappo il foglio, tutti gli errori - e sono tanti - che lascio in giro nei miei disegni fanno parte esattamente di quel processo irrazionale, di quel flusso che però rende il disegno così autentico e lo fa arrivare agli occhi di chi guarda così spontaneo e urgente.
Le tue tavole sono molto concettuali, suggestive più che descrittive. Quasi sempre, c'è un tuo autoritratto inserito in uno spazio concettuale e spesso la te-personaggia si moltiplica all'interno della stessa immagine, come se tempo e spazio fossero compressi in una dimensione quasi onirica. Come prendono forma questi disegni? E come possiamo leggerli?
Sì, nelle illustrazioni di Anatomia di me, tempo e spazio sono compressi in una dimensione quasi onirica. Ed è per questo che la me-personaggia si moltiplica, spesso, all'interno dello stesso disegno. È come se quell'illustrazione fosse in movimento. Quasi come se ciascuna immagine racchiudesse un fumetto! Certo, mancano i balloon, e manca tutto ciò che rende canonicamente un fumetto tale, eppure, la mia impressione è che in qualche modo soprattutto alcuni dei disegni del mio libro siano essi stessi un ibrido tra illustrazione pura e brevissimo racconto a fumetti. Come se in alcuni casi ciascuna tavola fosse autoconclusiva di una mini storia a fumetti. E nel mentre, però, si amalgamasse e collegasse con le illustrazioni nelle pagine appena precedenti e successive. È questo il mio suggerimento di lettura delle mie immagini. Circa il come prendono forma... Semplicemente butto tutto fuori, in un modo che di razionale non ha molto. Parto da un'intuizione, da un sentimento, un'emozione, uno stato d'animo. Normalmente inizio a disegnare me, o una delle varie me, e da lì mi viene totalmente spontaneo e naturale costruirci e articolarci tutto il resto. È per questo che, come dici, i miei lavori risultano poi concettuali più che descrittivi, con una forte simbologia al loro interno che è nata con la stessa spontaneità dei disegni e si è andata poi costruendo e fissando, nella mia testa e nelle mie tavole, nel corso del tempo.
Alcuni dei testi di Anatomia di me sono scritti in forma poetica. C'è un motivo particolare per cui prediligi la poesia?
Credo che la metrica abbia un potere comunicativo e un impatto enormi. Le mie poesie rientrano nel genere spoken word poetry e la mia è metrica libera, come spesso si usa fare nel rap. E a me, il rap piace moltissimo. Ascolto molto rap politico, e molto conscious rap: quel rap che tratta di temi personali/psicologici e sociali/politici. Ecco, ascoltandolo, mi è venuto spontaneo scrivere della poesia in questa forma dal suono un po' rappato. Specifico: io non sono una rapper. Ma sicuramente l'influenza del rap e della sua metrica è presente nella mia poesia - credo che tutto ciò che abbia musicalità e ritmo arrivi al cuore e alla coscienza delle persone in un modo molto più impattante e immediato rispetto alla prosa. Senza contare che sviscerare alcune emozioni, per me, è stato molto più spontaneo e automatico farlo in versi che attraverso il disegno o la prosa. Queste tre forme - disegno, prosa, poesia - sono andate compensandosi, nel mio lavoro. Ho utilizzato l'una o l'altra a seconda di ciò che avevo da esprimere.
L'ultima parte del libro, è qualcosa a metà tra un saggio e un memoir e, se non ho capito male, è stata scritta alla fine di tutto il tuo lavoro. Avevi in mente un pubblico preciso a cui indirizzarla quando l'hai scritta?
L'ultima parte che ho scritto è stata - letteralmente - la lettera finale. Ma appena prima, avevo terminato di scrivere quello che io chiamo epilogo, e che tu giustamente chiami "qualcosa a metà tra un saggio e un memoir". Per me è stato come un ripercorrere, a ritroso, tutto il libro. Mi sono interrogata più volte su questo scritto finale chiedendomi se non fosse didascalico, se non fosse in qualche modo ovvio, se non fosse noioso. Poi mi sono detta che Anatomia di me utilizza realmente più registri - sia stilistici che narrativi. E dunque aveva assolutamente senso concludere il lavoro ripercorrendo, in maniera razionale, ragionata, ciò che per la maggior parte del libro è letteralmente buttato su carta in maniera irrazionale e immediata, senza spazio alcuno di intermediazione, senza alcun cuscinetto per attutire. È per questo che ripercorro sia i temi del libro sia ne sviscero in qualche modo di altri connessi al resto. Non avevo in mente un pubblico particolare. Spero che lə lettorə di questo scritto finale siano lə stessə di quellə del libro tutto e che chi leggerà - o ha già letto - Anatomia di me possa realmente immergervisi in maniera totale e cogliere e godere dei differenti registri da me utilizzati. Spero che questi registri sappiano toccare lə lettorə nel profondo e stimolare in ləi riflessioni e far maturare consapevolezze. Perché forse è davvero così che si cambiano le cose: di persona in persona, una alla volta, un pochino alla volta.
Anatomia di me è un libro densissimo, forte, con un peso emotivo molto importante in cui tratti temi difficili. Però è anche molto ottimista, quasi luminoso. Questo messaggio di speranza l'hai rivolto più a te stessa o allə tuə lettorə?
Davvero posso affermare che l'ho rivolto a entrambə. Senza credervi io per prima, difficilmente avrei potuto provare a comunicare un messaggio positivo a qualcunə altrə. Nel mentre che lavoravo al libro, ero lì che mi chiedevo: "che messaggio vuoi restituire?", ed ecco che il messaggio di speranza si è fatto largo in autonomia e prepotentemente, quasi a dirmi "io! ci sono io!". Spesso riflettevo, nell'ultimo periodo, che se questo libro l'avessi realizzato appena un paio di anni prima, il finale sarebbe stato verosimilmente molto, molto diverso. E, potenzialmente, sarebbe potuto anche essere un finale amaro. Mentre realizzavo il libro, si faceva largo dentro di me sempre più la consapevolezza che stessi partorendo il mio riscatto. E questo riscatto portava con sé un che di salvifico e positivo, frutto di ciò che realmente sentivo dentro e dell'intuizione che stavo avendo circa il potenziale messaggio di speranza che pure si iniziava ad accompagnare al mio lavoro. Per cui, se quel messaggio di speranza valeva per me, ecco che poteva valere automaticamente anche per lə miə lettorə. E sai cosa? Sono davvero felice di averlo finito proprio in quest'ultimo anno il libro. Perché ciò mi ha portato, tra casualità e percorso interiore, a poter dare ad Anatomia di me quella sfumatura che, come dici tu, rende il lavoro sì difficile e forte ma in qualche modo anche "luminoso". Come raccontavo prima, Anatomia di me è di base il mio manuale di sopravvivenza. Spero possa esserlo al meglio anche per tuttə coloro che mi leggeranno, in un'ottica non certo di sopravvivenza alla vita ma di sopravvivenza al dolore.
Il tuo libro è arrivato ad alcunə lettorə in anteprima ad alcuni festival di settore: che feedback hai avuto dalle persone che l'hanno letto?
Ho ricevuto restituzioni potenti, sia brevi che articolate, e in entrambi i casi mi hanno colpito alcune parole usate. Ad esempio, un ragazzo mi ha detto che ha trovato il lavoro "bellissimo e asfissiante". L'ho amato: che meraviglia! Asfissiante è potentissimo, rende perfettamente. Una donna invece ha parlato di "travolgente e fulmineo amore": parole forti ed estremamente esplicite. Poi ci sono state alcune persone la cui restituzione mi ha fatto piangere di commozione - letteralmente! Non dimenticherò mai lo scambio di alcuni lunghi messaggi avuto con una ragazza quindicenne che ha acquistato il mio libro al Salone del Libro di Torino. Così come non dimenticherò il feedback della donna il cui cognome era l'esatto nome del reparto di psichiatria in cui sono stata portata in TSO: mi ha restituito parole molto profonde e forti, ed è stato molto bello perché ora potrò associare a "quel" nome il feedback di questa persona e non più, soltanto, il reparto di psichiatria dove mi portarono in maniera più o meno coatta. In generale, comunque, chi l'ha già letto sta amando molto il fatto che questo libro non sia propriamente catalogabile. È fumetto? Illustrazione? Narrativa? Diario? Saggio? Poesia? Un po' tutto, un po' niente, un po' altro. Ma soprattutto, la cosa più bella: Anatomia di me sta venendo percepito come lavoro autentico.
L'ultima parte del libro, è qualcosa a metà tra un saggio e un memoir e, se non ho capito male, è stata scritta alla fine di tutto il tuo lavoro. Avevi in mente un pubblico preciso a cui indirizzarla quando l'hai scritta?
L'ultima parte che ho scritto è stata - letteralmente - la lettera finale. Ma appena prima, avevo terminato di scrivere quello che io chiamo epilogo, e che tu giustamente chiami "qualcosa a metà tra un saggio e un memoir". Per me è stato come un ripercorrere, a ritroso, tutto il libro. Mi sono interrogata più volte su questo scritto finale chiedendomi se non fosse didascalico, se non fosse in qualche modo ovvio, se non fosse noioso. Poi mi sono detta che Anatomia di me utilizza realmente più registri - sia stilistici che narrativi. E dunque aveva assolutamente senso concludere il lavoro ripercorrendo, in maniera razionale, ragionata, ciò che per la maggior parte del libro è letteralmente buttato su carta in maniera irrazionale e immediata, senza spazio alcuno di intermediazione, senza alcun cuscinetto per attutire. È per questo che ripercorro sia i temi del libro sia ne sviscero in qualche modo di altri connessi al resto. Non avevo in mente un pubblico particolare. Spero che lə lettorə di questo scritto finale siano lə stessə di quellə del libro tutto e che chi leggerà - o ha già letto - Anatomia di me possa realmente immergervisi in maniera totale e cogliere e godere dei differenti registri da me utilizzati. Spero che questi registri sappiano toccare lə lettorə nel profondo e stimolare in ləi riflessioni e far maturare consapevolezze. Perché forse è davvero così che si cambiano le cose: di persona in persona, una alla volta, un pochino alla volta.
Anatomia di me è un libro densissimo, forte, con un peso emotivo molto importante in cui tratti temi difficili. Però è anche molto ottimista, quasi luminoso. Questo messaggio di speranza l'hai rivolto più a te stessa o allə tuə lettorə?
Davvero posso affermare che l'ho rivolto a entrambə. Senza credervi io per prima, difficilmente avrei potuto provare a comunicare un messaggio positivo a qualcunə altrə. Nel mentre che lavoravo al libro, ero lì che mi chiedevo: "che messaggio vuoi restituire?", ed ecco che il messaggio di speranza si è fatto largo in autonomia e prepotentemente, quasi a dirmi "io! ci sono io!". Spesso riflettevo, nell'ultimo periodo, che se questo libro l'avessi realizzato appena un paio di anni prima, il finale sarebbe stato verosimilmente molto, molto diverso. E, potenzialmente, sarebbe potuto anche essere un finale amaro. Mentre realizzavo il libro, si faceva largo dentro di me sempre più la consapevolezza che stessi partorendo il mio riscatto. E questo riscatto portava con sé un che di salvifico e positivo, frutto di ciò che realmente sentivo dentro e dell'intuizione che stavo avendo circa il potenziale messaggio di speranza che pure si iniziava ad accompagnare al mio lavoro. Per cui, se quel messaggio di speranza valeva per me, ecco che poteva valere automaticamente anche per lə miə lettorə. E sai cosa? Sono davvero felice di averlo finito proprio in quest'ultimo anno il libro. Perché ciò mi ha portato, tra casualità e percorso interiore, a poter dare ad Anatomia di me quella sfumatura che, come dici tu, rende il lavoro sì difficile e forte ma in qualche modo anche "luminoso". Come raccontavo prima, Anatomia di me è di base il mio manuale di sopravvivenza. Spero possa esserlo al meglio anche per tuttə coloro che mi leggeranno, in un'ottica non certo di sopravvivenza alla vita ma di sopravvivenza al dolore.
Il tuo libro è arrivato ad alcunə lettorə in anteprima ad alcuni festival di settore: che feedback hai avuto dalle persone che l'hanno letto?
Ho ricevuto restituzioni potenti, sia brevi che articolate, e in entrambi i casi mi hanno colpito alcune parole usate. Ad esempio, un ragazzo mi ha detto che ha trovato il lavoro "bellissimo e asfissiante". L'ho amato: che meraviglia! Asfissiante è potentissimo, rende perfettamente. Una donna invece ha parlato di "travolgente e fulmineo amore": parole forti ed estremamente esplicite. Poi ci sono state alcune persone la cui restituzione mi ha fatto piangere di commozione - letteralmente! Non dimenticherò mai lo scambio di alcuni lunghi messaggi avuto con una ragazza quindicenne che ha acquistato il mio libro al Salone del Libro di Torino. Così come non dimenticherò il feedback della donna il cui cognome era l'esatto nome del reparto di psichiatria in cui sono stata portata in TSO: mi ha restituito parole molto profonde e forti, ed è stato molto bello perché ora potrò associare a "quel" nome il feedback di questa persona e non più, soltanto, il reparto di psichiatria dove mi portarono in maniera più o meno coatta. In generale, comunque, chi l'ha già letto sta amando molto il fatto che questo libro non sia propriamente catalogabile. È fumetto? Illustrazione? Narrativa? Diario? Saggio? Poesia? Un po' tutto, un po' niente, un po' altro. Ma soprattutto, la cosa più bella: Anatomia di me sta venendo percepito come lavoro autentico.
Continuerai a scrivere/disegnare?
Il sogno è quello. Ma c'è un però. Come accenno nell'epilogo di Anatomia di me, soffro di una rara malattia degenerativa agli occhi che allo stato attuale della ricerca non ha cura alcuna. Si tratta delle teleangectasie maculari di tipo 2. Questa malattia mi sta, già da anni, danneggiando e rovinando in maniera irreversibile la macula di entrambi gli occhi. Le prime conseguenze di tutto ciò sono che all'occhio destro percepisco una distorsione alle linee, mentre all'occhio sinistro ho dei piccoli punti ciechi che non sono da intendere come "buchi neri" ma piuttosto come assenza di informazione, letteralmente, come se quel dato elemento - sia una lettera/parola, un dettaglio, un colore - non ci fossero affatto. Non ho idea, quindi, di come abbia scritto e disegnato Anatomia di me quasi interamente in analogico. A volte credo che la potenza di un sogno possa portarti lì dove non avresti mai creduto. Io non lo so se farò ancora libri. Non lo so se e per quanto potrò continuare a disegnare e a scrivere. Ciò che si sa di questa malattia agli occhi è che presto o tardi invaliderà a tal punto la vista che sarà come averla persa. Tutto ciò mi mette orrore. Non lo so come farò in futuro. So però che ho riconquistato la capacità di sognare, e che non intendo farmela portare via da niente e nessunə - neanche dalla malattia, psichica o fisica che sia. In un modo farò. Credo mi stia aiutando molto anche l'autoironia. Anche questa, l'ho riconquistata da poco. E intendo tenermela ben stretta, perché davvero mi sta salvando.
Grazie mille per averci dato così tanto di te ❤️ imboccallupo per tutto! Aspettiamo le tue prossime storie! A presto!
Grazie a te per queste domande così profonde, per nulla facili devo ammettere. Rispondere è stato a tratti difficile ma sono felice di averlo fatto e di essermi esposta in termini sia personali che, soprattutto, politici. Un saluto a te e a tutta la redazione!
Intervista a cura di Claudia Maltese (aka clacca)
Mel The Sketcher
All’anagrafe Melissa Ianniello, inizia a lavorare come illustratrice indipendente un po’ per caso, rispondendo a un intimo e personale bisogno di autoanalisi e ricerca interiore. Autodidatta, inizia a produrre le prime illustrazioni tra desiderio di riscatto e di catarsi, come fossero piccoli esorcismi, sia per sé che per altr*. Comincia a partecipare a diversi festival della scena indipendente e underground, esponendosi in prima persona sui temi che più le stanno a cuore.








