Lasciatevi radicalizzare da Belmiele

Simone Pace canta il flagello dei ricchi in un western fantastico pieno di critica sociale

La Faglia d’Oro: una striscia di terra neutrale posizionata in mezzo a stati in guerra tra loro. Un paese dalla doppia faccia: quella della classe dirigente, arricchitasi con i titoli di guerra; e quella dei profughi, degli invalidi, dei morti – tutti ammassati nella Penombra, al confine tra la Beeria e l’Angrovia. È proprio qui che ha origine la leggenda di Belmiele, la nemica dei banchieri, il flagello dai capelli ambrati.

Nata in una famiglia ricca della Faglia d’Oro, da ragazzina ha trovato rifugio nella Penombra, dove ha conosciuto Caino, il disertore anarchico che ha ispirato la sua missione. Insieme a lui e agli altri sciagurati che hanno scelto di seguirla, Belmiele brucia le banche e ne uccide i proprietari che ogni giorno traggono profitto dalla guerra e dalle sofferenze di cui è foriera. Ma dopo l’ennesimo affronto, i banchieri decidono di metterle alle calcagna un mastino di prima scelta: il sergente scelto Alano, un super-soldato che da anni è alla ricerca di qualcosa che sembra avere a che fare con Belmiele e con l’arma che impugna.

Dopo Fiaba di Cenere (2022) e Cuore (2024), Simone Pace torna in libreria per Edizioni BD con Belmiele, graphic novel che racconta una rabbia antica eppure quanto mai attuale. La protagonista che dà il nome all’opera è una giovane donna che ha consacrato la propria esistenza alla carneficina dei banchieri, colpevoli di finanziare le peggiori atrocità per mero profitto materiale. Da ragazza è stata radicalizzata dalla lettura di un pamphlet anarchico prestatole da Caino, ma a differenza di lui Belmiele non è mossa da un progetto di ricostruzione del mondo: il suo odio per i ricchi è viscerale e totalizzante, sterile di un possibile futuro. Quando poi sfoga la sua furia sulle vittime è praticamente una sadica: le sue esecuzioni mancano di quel senso serafico che accompagna un atto di giustizia, non importa quanto cruento. Non è un’eroina del popolo, non è una novella Robin Hood, ma qualcosa di più selvaggio.

A fare da sfondo alla vicenda è la Faglia d’Oro, che è una e trina. I paesaggi del Cicolano, nell'appennino centrale – luogo d’origine dell’autore – sono avvolti nelle atmosfere screpolate tipiche dei deserti americani, ambientazioni d’elezione del genere western a cui Belmiele si ascrive. Ma la Faglia d’Oro è anche la Svizzera, il paese neutrale per antonomasia, non meno famoso per le sue banche.

Se da un lato è vero che il ruolo della Svizzera nella Seconda Guerra Mondiale – offriva asilo ai profughi mentre finanziava la Germania – è quasi ricalcato da quello della Faglia d’Oro, dall’altro sbaglieremmo a pensare di trovarci davanti l’ennesima allegoria del secondo conflitto. C’è una consapevolezza degli interessi economici dietro le guerre, in Belmiele, che la rende una narrazione assolutamente contemporanea, in cui riecheggiano le stragi di innocenti e le violazioni della dignità umana che puntellano la nostra economia, dalla tecnologia del genocidio alle miniere di cobalto e molto, molto altro.

La storia della bionda cacciatrice di banchieri, per quanto classica possa apparire, riprende sì alcuni dei temi del racconto western – il rapporto tra sviluppo tecnologico e conoscenza ancestrale, tra giustizia istituzionale e personale – ma li rinfresca con elementi fantastici. Soprattutto, è la lente critica dell’autore a spogliare il genere dei suoi tratti più romantici, facendo di Belmiele un’opera-manifesto non tanto del pensiero anarchico sistematizzato, quanto delle pulsioni distruttive che lo abitano.

Sebbene a questo punto si intuisca che scrivere una storia epica non fosse tra le intenzioni dell’autore, e che dunque Belmiele esplori più che altro una compagine emotiva e filosofica, la scansione degli eventi soffre un po’ di questa impostazione. Incalzante nel ritmo e ottimamente strutturato nella prima parte, a circa un terzo dal finale l’intreccio viene reciso sul più bello, la climax viene quasi strozzata, e si taglia direttamente sugli esiti di uno “scontro finale” che ci viene negato. C’è da dire che veniamo anche ricompensati con dei colpi di scena davvero sensazionali (e ben intessuti, per chi ha avuto occhi per vedere).

Per i personaggi di questo graphic novel, Pace strizza l’occhio ad alcune icone della cultura fumettistica e dell’animazione, in particolare quella giapponese – i lavori che l’artista pubblica sui suoi profili social lo testimoniano.

Il fatto che il sergente Alano venga presentato come un super-soldato, per esempio, fa subito pensare a una versione bestiale e perversa di Captain America, sebbene dall’aspetto si direbbe uscito più che altro da una tavola di Berserk. Belmiele stessa non è altro che una bishōjo senshi (bella ragazza guerriera) in tutto e per tutto: implacabile come Cutie Honey ma fragile e tragica come Asuka. A dirla tutta, anche la formazione della sua gang ricalca quasi perfettamente un altro team, quello cioè del clan Marcus, i cacciatori di taglie che compaiono in Vampire Hunter D: Bloodlust – ma quest’ultimo potrebbe essere un mio vaneggiamento.

A livello grafico, Pace gioca volentieri con le gabbie, per esempio manipolando o reinterpretando quelle più “istituzionali” (quella francese è forse la più riconoscibile), ma in generale si muove liberamente sulla tavola. Se è vero che nello sviluppo della griglia sa essere dinamico, mantiene comunque una certa regolarità quasi bonelliana.

Parlando delle inquadrature, dimostra grandissima maestria nei campi, mentre appare leggermente impacciato nei piani. Il suo stile di disegno – il tratteggio quasi nervoso, le proporzioni audaci – si presta moltissimo alla raffigurazione di paesaggi, macchine e creature mostruose. L’occhio per la composizione gli viene in soccorso in alcune splash page (sia singole che doppie) di grande impatto, in particolare nei “poster” che fanno da intermezzo tra i capitoli ideali della storia. D’altro canto, le sue figure umane mancano di una certa dose di grazia: le prese non sono sempre generose con i soggetti, i tratti somatici a volte fanno effetto uncanny valley, e l’espressività dei volti può apparire più o meno convincente a seconda dei casi.

Su tutto vince però la scelta dei colori, veri protagonisti di questa graphic novel. Domina un rosso lampone che può essere fuoco e cielo, rabbia e rassegnazione. Da questo si dirama un delta di tinte crepuscolari che innerva anche i margini più freddi della palette. Persino i blu, i verdi e i viola, quando non sono contaminati da punte di terre, sembrano comunque riflettere una vaga luce rossa.

In conclusione, Belmiele si presenta come un’opera solidissima, che sa cosa vuole dire e lo fa anche in modo efficiente ed efficace. La sceneggiatura, pur con qualche singulto, è arguta e ben confezionata. I disegni forse soffrono un po’ la dimensione molto umana della storia, ma controbilanciano con ambienti ben caratterizzati e scelte cromatiche corroboranti.

Il messaggio di fondo – «eat the rich», diremmo noi oggi – attraversa tutte le pagine, dalla prima all’ultima, ed è effettivamente il fulcro attorno al quale viene a costruirsi l’intera vicenda. Per lo stesso motivo, una volta terminato il volume si può avere l’impressione di non sapere molto di più di quello che già si sapeva alla seconda pagina, specie se si frequentano certe controculture. Una bella immersione, nondimeno, e soprattutto un’ottima idea regalo per i figli dei vostri fratelli e sorelle liberali.

Angelo Maria Perongini

Belmiele

Testi, disegni e colori: Simone Pace
Editore: Edizioni BD
Formato: 16,7x24, cartonato, 168 pagine, colore
Data di pubblicazione: maggio 2026
Prezzo: 20,00 €

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