Officina Infernale – Arte destrutturata tra collage e fumetto

A Lucca Comics & Games abbiamo intervistato il poliedrico artista di Padova che si muove con eguale disinvoltura tra disegno, musica e sperimentazione

Officina Infernale è un autore completo che dalla metà degli anni ’90 porta innovazione e scompiglio nel vibrante mondo dell’underground italiano. I suoi lavori spaziano dal disegno alla rielaborazione di immagini, dal bianco e nero in contrasto netto, ai lisergici colori dei fumetti vintage. Le sue opere sono cariche di simbolismi, violente e caotiche, ma con un’impronta identificativa sempre riconoscibile.

Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con lui e di fargli domande riguardo le sue influenze, il suo metodo di lavoro e la sua capacità di spostarsi da una forma artistica all’altra.

Nelle tue opere c’è sempre una costante distopica. Quanto di quello che viviamo in prima persona influenza il tuo lavoro?

Diciamo che la cosa che influenza di più il mio lavoro è la globalità di informazioni che subiamo quotidianamente. Ad esempio per Cut/Up sono partito dall’idea di quando vai al cinema e vedi le persone che guardano il telefono invece del film. O anche a casa, quando stai guardando qualcosa alla TV e ti ritrovi a guardare il telefono. C’è ormai questa normalità di seguire più cose allo stesso tempo che è anche una frammentazione nel percepire tutto quanto. Poi sono sempre stato fan della fantascienza distopica, uno dei miei film preferiti è 1997: Fuga da New York, un film inarrivabile (e nessuno ancora è riuscito a farne un remake), per me è il top. O ancora, ricordo che da ragazzino il finale de Il Pianeta delle Scimmie mi rimase particolarmente impresso. Mi è sempre proprio piaciuta la rappresentazione del mondo distopico. Quei mondi distrutti con le rovine, diciamo che mi hanno influenzato.
In passato nelle mie robe mettevo i tipi che si guardavano gli snuff movie sul telefono e adesso ci stiamo arrivando. Mi capitano certi reel di incidenti e di roba pesantissima che ormai è quasi normalizzata.

I tuoi lavori sono spesso collage creati con materiali di ogni sorta. Com’è nato questo modo di fare arte destrutturata? 

Diciamo che io ho sempre ascoltato punk hardcore, metal, roba così e l’uso del collage è sempre stato molto importante in quell’ambiente. Quando compravo i dischi metal, dentro c’era sempre il collage delle foto con i membri delle band e ho sempre amato quel tipo di lavori. Le stesse locandine punk mi hanno influenzato.
A un certo punto negli anni ho smesso di fare fumetti, conobbi uno street artist che si chiama Give Up, si parla del 2008-2009, comprai delle sue fanzine e capii che volevo fare anch’io della roba così. Ho iniziato scaricando immagini da Tumblr e mi sono ritrovato con montagne di materiale. Poi ho provato a elaborarlo con effetto fotocopia e così ho fatto un libro che però era solo di immagini. In quel momento un tipo di una rivista mi contattò perché voleva che gli facessi una breve storia per una rivista, allora decisi di farla usando le immagini tirate giù e rielaborate con quella tecnica. Da quel momento si è innescato un meccanismo perverso dove ormai faccio quasi prima a creare storie con questo metodo che a disegnare. Si è creato questo doppio binario di disegno e collage che a volte mischio e a volte tengo separato, a seconda di come nasce l’idea di una storia.

Come nascono i collage? Hai un soggetto o un’idea in mente prima di iniziare o lasci che siano i pezzi a chiedere di andare al loro posto?

Anche qua dipende. Ad esempio in uno dei miei vecchi lavori che ho autoprodotto, Doom Rider, che è anche un personaggio che a volte ricorre in altre storie, là avevo detto: "faccio una storia su un personaggio con il costume da scheletro tipo Kriminal". A volte parto da una traccia, ma poi prendo altre direzioni, dipende.
A volte parto in un modo e poi decido se continuare in quel modo o lasciarmi guidare dalla storia. Anche tipo di Harsh Comics 90’s, l’ultimo che ho fatto, penso di aver fatto il layout del primo capitolo e poi sono andato libero. Trovo che sia un sistema che dà più freschezza. Anche nel disegno succede di frequente che fai magari uno schizzo e ti viene fuori la posizione giusta, il segno giusto che dopo non riesci più a rifare.
Quindi preferisco disegnare di getto piuttosto che lavorarci tanto. Poi ovvio, se qualcosa che faccio non funziona la rifaccio da capo.

Nei tuoi fumetti si respira spesso una critica sociale, a volte prende una piega ironica e riscrive il ruolo dei supereroi come nel caso di Harsh Comics 90’s. Quali sono i fumetti che ti hanno maggiormente influenzato?

Sicuramente Marshal Law di Kevin O'Neill e Pat Mills. Quello è stato la base, quando l’ho letto ho detto proprio: "voglio leggere questa roba qua". In Italia è stato pubblicato solo fino a un certo punto e io ho preso anche tutto quello che è stato pubblicato dopo. È stato un’impronta proprio indelebile.

Cut/Up Year Two Thousand Vortex riporta sulla cover “generatore analogico di caos” ed è a tutti gli effetti un frullatore di immagini dissonanti e violenza da snuff movie. Come scegli cosa inserire all’interno di una raccolta così complessa? Insegui lo shock costantemente o cerchi di unire le immagini affinché raccontino una storia?

In questo caso qua ho voluto che fosse il più confusionario possibile e in teoria non c’è una linea che conduce. Addirittura, all’inizio avevo pensato di metterci delle storie dentro che si ripetevano, tipo quella western. Avevo intenzione di riproporre altri pezzi così, ma poi ho preso un’altra strada. Nonostante il suo essere caotico ho anche tolto della roba perché secondo me non c’entrava come attitudine, ma che metterò nel quarto volume. Ogni numero ha una sua linea di coerenza diciamo, il secondo volume ad esempio è in bianco e nero, però non spoilero niente perché ha un concept particolare. Il terzo sarà un manga, sempre abbastanza caotico, se riesco, perché quando nasce una storia a volte mi lascio trasportare dalla narrazione e anche se parto con l’idea che debba essere caotico, poi viene fuori una storia lineare. Infine il quarto volume sarà di nuovo in bianco e nero, a differenza del manga che sarà a colori, e sarà totalmente nichilista.

I tuoi lavori hanno una componente analogica preponderante e questo gli dona un’aura di genuina unicità. Quando hai capito che volevi comunicare con i materiali oltre che con i disegni?

Io fondamentalmente sono un fan di Bill Sienkiewicz e quando ho visto Elektra la prima volta... hai presente quando si vede la testa incollata del presidente? Ecco, ho pensato: questa roba qua è fighissima. Da lì ho seguito tutti i suoi lavori. È stato un autore pazzesco, anche più di Dave McKean, secondo me, ha dimostrato che nel fumetto si poteva fare un sacco di roba. Ha inaugurato un po’ quell’età del pittorico, ma faceva anche uso del collage, attaccava i fili e altre cose e mi ha dato proprio una svolta. Pensa che io ho preso anche delle card sue con i dittatori sopra, una roba un po’ a carattere politico, ho visto gli originali, e ha fatto l’effetto fotocopia di queste card disegnato. Non è una fotocopia, è ricalcato dalla fotocopia. Io non arrivo a quel punto perché sono pigro, mi limito alla fotocopia.

In alcune tue creazioni, come Black Light, fai uso della crossmedialità per raccontare una storia. L’opera esce dunque dalla carta per diventare esperienza fisica. Quanto tempo impieghi a creare un lavoro così complesso? I suoni nascono contestualmente ai capitoli o ci lavori dopo aver completato il volume?

Allora, riguardo Black Light non mi ricordo più l’esatto procedimento, se ho fatto i pezzi dopo o li ho fatti durante. Mi sembra di averli fatti dopo e mi sono ispirato ai capitoli già fatti. Ho inserito come traccia audio delle illustrazioni. La particolarità di Black Light è proprio che ogni traccia è un’illustrazione trasformata in brano. Vengono fuori dei suoni particolari che io chiamo suoni alieni, a cui poi ho aggiunto dei testi cantati. Quindi sì, l’ho fatto dopo.
Prendo sempre ispirazione dalla musica, anche il primo libro che ho fatto, che si chiama Black Church, doveva essere un libro doom, quindi molto dilatato. Solo immagini, tanto nero, testi messi un po’ a caso… in ogni libro, più o meno, c’è sempre la musica anche solo come base per l’ispirazione.

Glitch, Welcome to Ratland, Harsh Comics 90’s… i tuoi disegni sono ultrasaturi di colori e ispirati a un’estetica retrò da golden age. Quali sono i tuoi disegnatori preferiti e in che modo ti hanno ispirato?

Oltre a Sienkiewicz, Mike Diana, Al Columbia sono artisti che mi sono piaciuti un casino. Però se ti dicessi al momento i miei preferiti non mi viene in mente nessuno, vedo talmente tante cose che diventa tipo un frullato di influenze. A me piace essere più personale possibile, in passato cercavo di prendere l’ispirazione qua e là, mi sarebbe piaciuto essere un clone di Sienkiewicz, però non si può essere cloni. Quindi cercando di essere un clone ho finito col trovare poi le mie strade. A un certo punto ho anche abbandonato il fumetto pittorico e sono passato a un bianco e nero molto più essenziale. Per la colorazione che uso, ho campionato i colori dell’Editoriale Corno degli anni ’70 che gli dà quell’effetto vintage che non si trova da nessun’altra parte. C’era un periodo in cui mi piaceva Ashley Wood, ma è durato poco. Se dovessi dire un autore, forse direi Kevin O'Neill. Mi piace un casino. Infatti come segno mi esce fuori, quando faccio uno schizzo, il Kevin O'Neill. Però ci sono talmente tanti autori bravi, anche Jim Lee potrei dire o, tra le influenze degli ultimi anni, il Frank Miller di adesso, o quello del DK2. Quando è uscito non mi piaceva per niente, poi da un giorno in poi mi è piaciuto un sacco, queste figure esagerate mi hanno influenzato molto. In Harsh Comics 90’s c’è un po’ di Miller.

C’è una storia in particolare che ti ha divertito scrivere e/o disegnare più delle altre?

Io cerco sempre di divertirmi quando lavoro. Faccio davvero fatica a lavorare su roba non mia, cerco di non lavorare con altri sceneggiatori, a meno ché non siano miei amici che sanno come lavoro e mi lasciano totale carta bianca. I lavori che mi hanno divertito di più forse sono quelli come Cut/Up, o comunque quelli a collage. Quelli disegnati mi divertono un po’ meno, il disegno richiede sempre una sorta di disciplina. Per esempio uno dei lavori che mi ha divertito meno, ma la resa finale è stata pazzesca, è stato Welcome to Ratland. Mi piaceva la storia ma quando lo disegnavo non ero mai contento. Ci ho messo dieci anni a farlo, solo perché non riuscivo a trovare la chiave giusta. Poi l’ho trovata e l’ho mollato di nuovo alla fine. L’ho tenuto fermo due anni e quando l’ho ripreso in mano mi sono accorto che mi mancavano solo cinque pagine. L’ho concluso e sono stato contento di finirlo perché comunque le pagine che avevo già fatto funzionavano. Anche a distanza di anni, questo lavoro aveva ancora la sua energia, quindi ho deciso di completarlo ed effettivamente è venuto fuori bello pop, anzi a me piace definirlo hyperpop. 

Intervista a cura di Simon Savelli, realizzata durante Lucca Comics & Games 2025


Officina Infernale

Officina Infernale ha pubblicato fumetti con Feltrinelli Comics, In Your Face Comix, Eris Edizioni e tanti altri. Nel 2019 ha vinto il Premio Boscarato con il fumetto Iron Kobra. Come grafico ha realizzato le illustrazioni di numerosi gruppi hardcore e ha fatto parte del collettivo Progetto Stigma.

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