Retrobonellidi 01 - 6 bonellidi da riscoprire (prima parte)

When We Were Kings - 6 consigli su fumetti bonellidi da non dimenticare

Per anni il termine bonellide è stato usato con un senso, se non dispregiativo, quantomeno d'indulgenza figlia di basse aspettative.

Ma cosa si intende per un fumetto bonellide? Solitamente un prodotto editoriale nato sulla scia del grande successo ottenuto dalle pubblicazioni della Sergio Bonelli Editore, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ottanta; qualcosa, spesso ma non sempre, nato in condizioni lavorative precarie. Tempistiche molto strette, ritmi altissimi con conseguenti alti e bassi di qualità. Ma anche fumetti spesso seminali, sperimentali nel senso migliore del termine e nonché palestre per generazioni di artisti ora famosi al grande pubblico, ma che all'epoca erano all’inizio della loro carriera.

In questa prima parte parliamo di sei fumetti che ci sono rimasti nel cuore: scrivo “che ci sono” perché, come spesso mi accade (fortunatamente), sono circondato di persone che stimo e che sono preparatissime su fumetti che meritano un posto nella storia dell’editoria italiana.

Un’unica nota: per ogni fumetto non abbiamo inserito, appositamente, gli autori. Questo perché, se un’opera come Ironheart si compone di pochi albi e di un team ristretto, non si può dire lo stesso di John Doe. Non potendo inserire, per motivi di spazio e di leggibilità, liste con più di cento nominativi si è preferito comunque non scrivere una lista parziale.

Cominciamo?

Cominciamo.


PAOLO FERRARA

Creativo e speaker freelance, si occupo di tutto ciò che ruota attorno al raccontare, il famoso storytelling, che nella maggior parte dei casi declina in vari aspetti della scrittura. Lo trovate, tra i tanti altri luoghi (virtuali e non) in Sono Cose Serie e Lo Spazio Bianco.

ARTHUR KING, Cierre/Macchia Nera (1993-1996) - 31 albi

Un po' Nathan Never - con il suo ciuffo di capelli bianchi -, un po' Wolverine - con la sua arma dalle bizzarre lame sopra la sua mano - , un po' Deckard, cacciatore di replicanti e un po' Lobo - soprattutto in certi tocchi estetici e grotteschi, ipertrofici e al limite del sopra le righe. Contaminazioni da cui germoglia un fumetto che dalla mescola però costruisce qualcosa che è tutt'altro che derivativo o semplicemente citazionista.

Arthur King è uno scienziato ed esperto in cyborg empatici (il padre ne è l'inventore). L'imperatore Sandor III però li utilizza per i propri scopi personali e tirannici, spingendo King e il suo draghetto Rex a diventare cacciatori.

Nel panorama degli anni '90 Arthur King è stato un personaggio capace di costruirsi un pubblico di appassionati che gli ha permesso di diventare una serie regolare sopravvissuta al suo primo editore, Cierre, traghettandosi su Macchia Nera, avere un romanzo e vedere diverse ristampe nel corso degli anni. Le sue contaminazioni non si limitano al personaggio: le sue storie scandagliano i registri narrativi, mescolando sci-fi, ironia, eros ma anche temi solidi con episodi capaci di tocchi poetici o persino struggenti. Creato da Lorenzo Bartoli e Andrea Domestici, sulle pagine delle sue avventure si sono avvicendati disegnatori la cui carriera è poi esplosa, come Corrado Mastantuono, Massimo Carnevale, Guglielmo Signora, Saverio Tenuta. Insomma, un bizzarro bonellide, tutt'altro che classico (per l'epoca) che è stato cult.


CRISTIANO BRIGNOLA

Scrive, canta, sacramenta contro i nazisti dell’Illinois. Fa molte altre cose, ma preferisce che non lo sappiate. Per ora…

DEMON HUNTER, Xenia Edizioni (1993-1996) - 37 albi più uno Speciale

Da quando Michael Sloane, il poliziotto più duro e tosto di New York si trova incastonata una pietra nel palmo della mano, guadagna il potere di trasformarsi in Demon Hunter, un mostro in grado di dare la caccia a creature infernali che si confondono tra la popolazione ignara.

Demon Hunter di Gino Udina è stato un fumetto profondamente cafone, con un protagonista che molto spesso fa il giro ed entra nella parodia involontaria e un character design non proprio felicissimo (chi non ha pensato a una specie di balena, vedendo la dentatura “a fanoni” del nostro cacciatore?)

Detto questo, riletto negli anni, a suo modo è stato anche un bonellide di rottura. Lontano dai patinati ed educati eroi della grande B, Demon Hunter aveva personaggi sporchi e cattivi e storie basate su tematiche americane calde come lo spaccio di droga e armi tra i minori, le gang, l’ossessione per la tv, lo yuppismo, le discriminazioni etniche. Se Dylan Dog aveva come poliziotti di riferimento un saggio Bloch e uno svampito Jenkins, Michael Sloane aveva colleghi corrotti, misogini e razzisti. Aveva anche una spalla femminile che, pur non trasformandosi in demone, era pensata per essere, con tutti i limiti del periodo, abbastanza alla pari col protagonista. Inoltre Demon Hunter è stato uno dei primi fumetti italiani a cercare di unire gli episodi, almeno all’inizio, in una sorta di trama orizzontale che coinvolgeva direttamente i segreti della famiglia Sloane.

Si può discutere sul risultato finale, ma a Udina va di certo riconosciuto il merito di aver puntato a creare uno strano e imperfetto Devilman Spaghetti e non un ennesimo clone dell’Indagatore dell’Incubo.


MARCO D'ANGELO

Cresciuto a Pane e Goldrake, per mestiere si occupa di comunicazione, per passione di Fumetti. Lo trovate come Sono Storie e su Lo Spazio Bianco.

GORDON LINK, Edizioni Dardo (1991-1993) - 22 albi

Nel 1991 il fumetto italiano viveva una certezza: l’horror funzionava, i mostri vendevano. Dopo l’esplosione di Dylan Dog, le edicole si popolarono di "zombie editoriali", cloni nati per strappare lettori all'indagatore dell'incubo. Molti li abbiamo per forza dimenticati, ma come canta il poeta: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". Quella stagione ci regalò comunque fiori come il Gordon Link delle Edizioni Dardo.

Moro e carismatico, Link è un dandy ex poliziotto che fuma la pipa e guida una anacronistica Bugatti nell'immaginaria Hinterland. Con i suoi assistenti "Ghostfinders", affronta il bizzarro con un mix di horror e ironia che segna l'ingresso del cantautore Gianfranco Manfredi nel fumettomondo. Coadiuvato alle matite dal promettente Raffaele Della Monica, Manfredi asseconda la vena pop sclaviana. Non è una copia pedissequa, ma un'operazione consapevole di ricalco: Manfredi cercava la propria voce fumettistica poiché, come spiegò, "quando facevo il cantante invidiavo la voce di Joe Cocker, ma la mia era completamente diversa... dovevo crearmi un repertorio adatto a me".

Con Gordon Link inizia un apprendistato che porterà Manfredi a firmare Magico Vento, capolavoro seriale della Bonelli stessa. Il caso Link universalizza il ruolo dei "bonellidi" in quegli anni come palestre editoriali cruciali: fumetti capaci di sperimentare fuori da via Buonarroti, da cui l’ammiraglia Bonelli avrebbe poi attinto per rigenerare il proprio parco testate e autori.


DAVID PADOVANI

Fiorentino, classe 1972, è architetto, amante dei fumetti e della fantascienza e redattore de Lo Spazio Bianco

HAMMER, Star Comics (1995-1996) - 14 albi

Un numero zero, tredici albi della serie regolare e un quattordicesimo albo fuori serie “postumo”. Sono questi i numeri di Hammer, serie bonellide fantascientifica di metà anni ’90 di tipico stampo cyberpunk.

Arrivata sulla scia dell’apripista Nathan Never che, all’inizio del decennio, aveva (ri)portato la fantascienza nel fumetto seriale italiano e accodandosi al compagno di scuderia editoriale Star Comics Lazarus Ledd, Hammer fu tanto una palestra di talenti e giovani autori – molti dei quali poi approdati proprio in casa Bonelli – quanto un esperimento editoriale, per temi trattati, ispirazioni, linguaggio grafico e narrativo, che a trent’anni di distanza risulta ancora una lettura attuale e interessante, forse anche di più del longevo Agente Alfa bonelliano. Tanto da avere avuto una riedizione nel 2014 per Mondadori Comics.

Giovanni Barbieri, Giancarlo Olivares, Mayo, Gigi Simeoni, Stefano Vietti e altri del cosiddetto Gruppo Hammer furono capaci nel breve lasso di tempo che durò la serie di portare ai lettori una fantascienza molto diversa da quella della concorrenza, più corale, più sporca e complessa nelle trame e nella caratterizzazione dei personaggi. Forse troppo in anticipo sui tempi e, per questo, da recuperare.

Potete approfondire qui.


LUCA FRIGERIO

Il custode di questa rubrica. Se non sta qua lo potete trovare a scrivere fumetti o a lanciare anatemi vari.

IRONHEART (1995-1996) - 5 albi

Ironheart, rispetto agli altri bonellidi, è l’amico sfigato: pochi se lo ricordano e se lo fanno non è mai il primo della lista. È un vero peccato perché è un fumetto che cerca una sua voce, se non totalmente originale, almeno non banale. Parla di Abel e Cain, due personaggi che si scontrano da millenni, rimanendo coinvolti in tutti i grandi eventi accaduti nella storia umana.

Se vi siete immaginati qualcosa di biblico… siete sulla strada sbagliata: è uno dei tanti “false friend” che lo sceneggiatore Stefano Lusardi userà per mischiare fantascienza, crime, horror e molti altri generi. Il risultato è una lettura godibile, anche se a volte i dialoghi non sono proprio riuscitissimi.

La parte grafica è di Luca Rossi (che poi approda su Dampyr, ma già qui sforna delle signore tavole), Fabio Govoni, Andrea Bulgarelli e Mauro Padovani. Perché cito solo loro? Purtroppo questo fumetto pubblicato da Il Marchio Giallo avrà vita brevissima: solo 5 numeri usciti tra il novembre del 1995 e l'aprile del 1996. Uno dei motivi viene già spiegato nei redazionali del primo albo e riporto qui due passaggi chiave: «Ironheart, invece, non solo non ha un “prezzo di lancio” ma il suo costo è addirittura leggermente superiore ad analoghe pubblicazioni di altri editori»... «il vertiginoso aumento del solo prezzo della carta non permette neppure di coprire i costi di stampa».

Parole che ormai leggiamo sempre più spesso.

Il personaggio creato da Stefano Lusardi e Franco Tralli rimane una lettura interessante ed è facilmente reperibile tra l’usato, quindi fatelo!


GIOVANNI DACÒ

Da molti anni legge fumetti. Per pagarseli ha fatto anche il giornalista, il giardiniere, l’addetto stampa, il muratore, il direttore di riviste, l’agricoltore, lo scrittore.

JOHN DOE, Eura Editoriale (2003-2012) - 100 albi

Negli anni Zero il fumetto italiano ha vissuto un momento di fermento innovativo. Fra le serie simbolo di quel periodo c’è John Doe, creata dal compianto Lorenzo Bartoli e da Roberto Recchioni e pubblicata da Eura Editoriale tra il 2003 e il 2012. Protagonista è l’eponimo John Doe, direttore della surreale “Trapassati Inc.”, azienda che gestisce i decessi umani per conto della bellissima Morte.

La serie si distacca fin dall’inizio dalla tradizione bonelliana per ritmo, tono e costruzione narrativa ispirata alle stagioni della televisione americana, con archi narrativi lunghi giocati sulla trama orizzontale, anziché su storie autoconclusive.

John non è un antieroe tormentato ma un personaggio scaltro, ironico, disincantato: ama i soldi, le donne, la bella vita e, pur facendo un lavoro bizzarro, affronta questioni intime come libero arbitrio, etica del potere e senso dell’esistenza con un humour spesso nero e dialoghi brillanti. Nell’arco delle varie stagioni il lettore assiste all’evoluzione di una continuity che mette in discussione il rapporto tra il destino imposto dall’alto e la scelta personale, strada narrativa che oggi risuona con la contemporaneità delle serie tv e delle narrazioni seriali d’autore.

Dal punto di vista storico John Doe rappresenta un passaggio significativo nella maturazione del fumetto seriale italiano: non cercò di competere con Sergio Bonelli Editore sul terreno della tradizione popolare, ma tentò di aprire strade diverse per linguaggio, tono e struttura narrativa, intercettando una nuova generazione di autori e lettori. Non è un caso che molti sceneggiatori e disegnatori del team John Doe (ad esempio lo stesso Recchioni, Mauro Uzzeo, Massimo Carnevale, Massimo dall’Oglio, Luca Maresca…) siano poi stati cooptati proprio dall’editore di via Buonarroti.

La ristampa della prima stagione da parte di Bao Publishing (dal 2015) ha consolidato la percezione della serie come punto di snodo di quegli anni: non tanto un classico in senso assoluto, quanto un’opera che ha anticipato certe contaminazioni tra generi (come pulp e noir) e sensibilità crossmediale. In questa direzione vanno ad esempio il gioco di ruolo John Doe, pubblicato da Raven Distribution nel 2005 e la piece Ti presento John Doe, prodotta da Isola Trovata nel 2014.

Rileggere John Doe oggi significa apprezzare un’opera che seppe fondere azione, ironia, critica sociale ed esistenziale in un formato narrativo coraggioso, capace di anticipare certe tendenze che nel graphic novel e nella fiction seriale sono diventate standard. È un fumetto che vale la pena riscoprire per capire come, negli anni 2000, si sia anche cercato di reinventare l’eroe popolare italiano con un linguaggio più libero, satirico, sardonico e moderno.


(Continua)


Rubrica a cura di Luca Frigerio

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