È la fine del mondo come lo conosciamo (e c'è Dylan Dog)
L'indagatore dell'incubo sbarca sulla rivista allegata a il manifesto con un episodio firmato da Alessandro Baggi
Il settimo numero de LA FINE DEL MONDO, la rivista interamente a fumetti allegata a il manifesto e ideata e curata da Maicol & Mirco, è decisamente peculiare.
Come per le uscite precedenti, contiene storie inedite di alcune tra le voci più influenti del fumetto contemporaneo, come Zerocalcare, Shintaro Kago, Maicol & Mirco, Zuzu, Altan, Manuele Fior, Martina Sarritzu, Alice Socal, Juta, Blu e Dottor Pira. Ma, e qui sta la differenza rispetto alle altre uscite, una parte rilevante della rivista, insieme alla cover, è occupata da Dylan Dog, con una storia inedita firmata da Alessandro Baggi, la prima parte di un episodio che si concluderà sul numero 8, in edicola il 26 agosto. Ciò significa non solo che questo numero inaugura una sorprendente (e a ben pensarci interessante) collaborazione tra il manifesto e Sergio Bonelli Editore, ma anche che uno dei personaggi più amati del fumetto seriale italiano si propone a un pubblico differente, prendendosi il centro della rivista (anche per il numero di pagine della storia, ben 16, più alto di qualsiasi altro singolo episodio letto finora su LA FINE DEL MONDO).
Inevitabile dunque iniziare proprio da qui.
The Nightmare Circus
Alessandro Baggi realizza un episodio convincente e intrigante, al tempo stesso (ed è un felice ossimoro) spiazzante e rassicurante, riuscendo a distillare l'essenza del personaggio senza tralasciare il fascino del suo stile, classico e contemporaneo allo stesso tempo, mainstream e di ricerca. In questa linea estremamente sottile e delicata Baggi sguazza sia a livello narrativo che in ambito visivo, utilizzando dei presupposti che teoricamente non sarebbero sorprendenti e che invece nelle sue mani suonano come felici variazioni sul tema.
Certamente per esprimersi in maniera compiuta tocca aspettare il prossimo mese, ma possiamo già dire che l'episodio funziona bene come introduzione al personaggio, alle sue caratteristiche e al suo mondo: la sottile distinzione tra incubo e realtà, la vera natura dei mostri, i piccoli grandi orrori anche quotidiani, le riflessioni esistenziali e così via. A questo si aggiunge un bel tocco di ironia ma anche un soffermarsi sul lato surreale e grottesco della realtà che rimanda chiaramente al personaggio originario sclaviano, qualcosa che al lettore scafato sembrerà di conoscere già benissimo mentre il neofita probabilmente vorrà approfondire ulteriormente.
Baggi, da autore unico, dipinge delle tavole che sono, esattamente come dicevamo, al contempo retro e moderne, dei veri e propri quadri, che riempiono le pagine e giustificano il formato più grande rispetto alle pubblicazioni mensili bonelliane. Il suo stile unico rende la narrazione ancor più stravagante e intensa, lasciando raramente spazio alla classica gabbia bonelliana (2 tavole su 16, quasi una piccola concessione) e piuttosto concedendosi spesso splash page o comunque contorni che vanno a inglobare tutte le vignette, sempre senza strafare né stravolgere il linguaggio bonelliano.
Del resto è importante sottolineare come Dylan Dog non sia un personaggio che va per forza reinventato, modificato, stravolto: come sottolineato bene da Maicol & Mirco nell'introduzione, la sua creazione è un'alchimia per certi versi improbabile e teoricamente invendibile, che però, magie della nona arte ("il fumetto tiene in piedi strutture impossibili"), non solo funziona ma ha segnato il fumetto seriale italiano moderno.
A chi rivolgersi
A volte è complicato mettersi nei panni degli altri. Ad esempio, pensare a chi non ha mai letto Dylan Dog non è una cosa immediata per il sottoscritto. Immagino possa essere per un fattore generazionale, perché magari chi ha meno di trent'anni potrebbe non aver vissuto in diretta l'epoca in cui il personaggio era davvero ovunque, mentre chi ha più primavere sul groppone ha ben presente la portata del fenomeno. Oppure si potrebbe pensare al rifiuto del genere horror o all'idea di non voler seguire un personaggio le cui storie sono generalmente autoconclusive in un mondo di racconti sempre più interconnessi e infiniti, o, infine, al fatto che possano apparire come storie non pienamente connesse con lo spirito del tempo: un indagatore che non va d'accordo con la tecnologia, guida una vecchia macchina, suona il clarinetto e costruisce un modellino di galeone senza finirlo mai. Suona fuori dal tempo, certo. Del resto anche i fumetti dell'Indagatore dell'incubo sono cambiati, come è cambiato il mondo, diventando qualcos'altro, posizionandosi a livello editoriale e anche come popolarità in modo diverso. Tutte motivazioni comprensibili, eppure, nonostante ciò, mi rimane difficile immedesimarmi in coloro che non hanno mai sentito parlare di Dylan Dog.
È anche e soprattutto a loro però che si rivolge questo numero di LA FINE DEL MONDO. Non (o meglio, non solo) a persone che conoscono alla perfezione il personaggio, fan affezionati che troveranno qui l'inquilino di Craven Road che amano, distillato in sedici pagine.
È una storia che deve piacere ai nuovi lettori, incuriosirli senza sviarli troppo (senza far credere loro che Dylan sia qualcosa che non è), ma nemmeno banalizzare il tutto con un bignami didascalico che non farebbe innamorare nessuno.
Poi, certo, una storia di questo tipo deve anche convincere chi già legge la rivista, perché è giusto rispettare chi ha seguito questa avventura nei sei (anzi, sette, contando il numero zero) numeri precedenti, cercando al contempo di continuare a sorprenderli, a dar loro la giusta quantità di sperimentazione a fumetti, di raffinatezze narrative e di storie a puntate, ma anche di restituirgli una lettura piacevole a prescindere dalle conoscenze pregresse.
Infine, e forse questo è il compito più arduo da coniugare con gli altri, l'episodio deve convincere chi legge e ama Dylan, chi non si perde nessuna sua uscita, nemmeno quelle "extra" come questa (e in altri periodi il personaggio è apparso su riviste di vario tipo, dall'albo in allegato a Max, Spettri, a Le vie dei colori, fascicolo allegato a Tutto, passando per le storie di Tiziano Sclavi & Corrado Roi per la mitica rivista Comic Art).
Difficile, per tutti questi compiti, pensare a un autore più adatto di Alessandro Baggi, che incarna sia l'anima dell'outsider che quella bonelliana come pochi altri. Ancor prima che un autore bonelliano, Baggi è cresciuto come fumettista realizzando storie horror già alla fine degli anni 80 per Splatter e Mostri della Acme (prima di approdare su L'Intrepido negli anni 90) e poi si è già dedicato a personaggi della casa editrice di via Buonarroti, prima con Dampyr e poi appunto con Dylan Dog (ad esempio sua cito una bellissima storia breve a colori sul Color Fest #24).
Non solo Dylan
Anche se l'Indagatore dell'incubo questo mese occupa uno spazio non indifferente, ovviamente il settimo numero della rivista non si conclude con l'ultima pagina dell'episodio dylaniato. È, anzi, ricco delle voci autoriali che popolano la rivista sin dal primo numero, da Zerocalcare a Zuzu, da Shintaro Kago a Maicol & Mirco (sottolineando l'auspicio per il ritorno di Gipi, che manca da diversi numeri e ci ha lasciato in sospeso).
È anche questo il bello di una rivista di questo tipo: chi segue Zerocalcare o Manuele Fior potrà scoprire nuove firme, oltre a leggere pagine inedite di autori di indubbio valore.
È proprio Zerocalcare, con colori di Alberto Madrigal (e già questa è una novità, per un autore che ci ha abituato a storie in scale di grigi), a realizzare su queste pagine una delle storie più sorprendenti in assoluto: l'assenza di Zero-personaggio rende questo suo racconto a puntate (intitolato Che pasticcio Signor Gattini!) assolutamente peculiare, pur mantenendo diversi punti fermi a livello sia tematico che di taglio del racconto rispetto al suo stile (raccontare la contemporaneità, prendere una netta posizione a livello politico ed etico, utilizzare un linguaggio diretto ecc).
Anche le confessioni a cuore aperto di Zuzu, ne La locanda, sono, per quanto mi riguarda, un motivo sufficiente di per sè per leggere la rivista, con la capacità dell'autrice di indagare i moti interiori senza alcuna pesantezza e con grande naturalezza.
Naturalmente andrebbero citate tante altre storie, dai dinosauri di Altan a Ken il Corriere del Dottor Pira (sempre straordinariamente sul pezzo: dopo aver preannunciato la vittoria di Sinner a Wimbledon stavolta si concentra sull'antica Grecia, esattamente come i social in queste settimane), dagli amori di Martina Sarritzu alle difficoltà di Alice Socal (narrate con sempre maggior libertà espressiva, di cui forse si parla poco ma che è incredibilmente convincente), dal Satana di Maicol & Mirco (personaggio ormai anche anfitrione della rivista) agli incubi grotteschi, geniali e paradossali di Shintaro Kago (non prenderete più un treno con lo stesso spirito dopo aver letto queste 4 pagine), dalle identità labirintiche di Manuele Fior (in una storia che non stento a definire eccezionale) ai brevi inserti di Juta, per concludere con le disumanità raccontate da Bruno Bozzetto e gli inquietanti riflessi di contemporaneità espressi da Blu.
Cos'altro volere? Forse una mostra, ma sembra che il BiComix ci accontenterà molto presto.
In conclusione
Insomma, Alessandro Baggi si è sobbarcato l'arduo compito di trasportare Dylan Dog sulle pagine de LA FINE DEL MONDO. Il suo è episodio da incubo, che distilla l'essenza del personaggio senza tralasciare il fascino visivo del suo stile, e apre efficacemente una rivista che continua a essere un piacere leggere e che ci auguriamo, un po' per il prezzo e un po' per come è strutturata, possa portare persone anche a digiuno con il linguaggio del fumetto a scoprirne la magia. Magari prima che il mondo finisca per davvero.








