Dossier Tempi moderni - Intervista al MeFu

Dialogo con il direttivo dell'associazione che supporta chi crea fumetti e ne tutela la professione


Proseguiamo il nostro Dossier Tempi moderni, dedicato al mondo del lavoro in ambito fumettistico, con un indispensabile dialogo con MeFu - Mestieri del Fumetto. MeFu è "un’associazione senza scopo di lucro, basata su sul lavoro di fumettistə volontariə e di consulenti specializzatə", che supporta chi crea fumetti, fornendo guide, consulenze e community, oltre a lavorare per il riconoscimento, la valorizzazione e la tutela della professione.


Prima di tutto parliamo di voi. Come nasce MeFu e per quali urgenze?

Ci sono state varie fasi che hanno portato al MeFu di oggi. È durante l’edizione 2020 del festival di Angoulême che è stato piantato il primo seme di MeFu da un gruppo di autor* presenti nella stessa casa, mosso dall’idea di fondare un sindacato del fumetto italiano. Qualche mese dopo, complice anche il primo lockdown, alcuni di questi autor* - Claudia Palescandolo, Samuel Daveti e Giorgio Trinchero - insieme a Emanuele Rosso, cominciano a fare alcune call e live su YouTube a seguito delle quali nasce MeFu come gruppo di ricerca, con lo scopo di lanciare un’indagine conoscitiva sul settore, cosa che viene fatta a settembre 2020. Pochi mesi dopo, a febbraio 2021, MeFu viene costituito ufficialmente come associazione da 11 fondator*, con un direttivo e la possibilità di associarsi a partire da maggio dello stesso anno. 

Chiunque visiti il festival di Angoulême si trova a fare i conti con la differenza di trattamento riservata a chi fa fumetti in Francia rispetto a chi li fa in Italia. Non dovrebbe sorprendere nessuno se proprio lì si è cominciato a sviluppare il progetto. 

Il vero motore però è stata la pandemia: il primo lockdown mise in ginocchio il settore con la chiusura delle edicole e lo stop delle pubblicazioni estere, rendendo impossibile da ignorare tutta una serie di problemi strutturali che tutt* conoscevano ma con cui nessuno voleva fare i conti. Per questo il primo obiettivo di MeFu è stato fare un’indagine sul settore: capirne la composizione e i problemi era e rimane il primo passo per lavorare e vivere tutt* più serenamente.

Secondo la vostra esperienza come si è modificato (in meglio o in peggio) il mercato del lavoro nel settore del fumetto?

Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi anni in realtà è stato un peggioramento della condizione lavorativa di chi fa fumetti in Italia, soprattutto a causa della contrazione del mercato post-pandemia. Questa crisi è in corso sia in Italia che in un mercato forte come quello franco-belga. Il 2024 in particolare è stato - lo sappiamo - un anno molto pesante per il settore. A questo si aggiunge la ridotta offerta di lavoro dovuta all'utilizzo dei servizi di intelligenza artificiale generativa. Ci troviamo di fronte a un settore più piccolo dove girano ancora meno soldi di quanti ne girassero prima (ed erano comunque pochi). 

D’altra parte come lato positivo abbiamo cominciato ad assistere – e sentiamo di poterci prendere qualche merito in questo - a una maggior consapevolezza da parte dell* autor* dei propri diritti e di quello che devono pretendere da editori, fiere, agenzie. Anche le scuole del fumetto includono sempre più spesso nei programmi ore dedicate alla professionalizzazione dell* student*, trattando temi come contratti o fiscalità. Alcune fiere più virtuose di altre ormai offrono regolarmente incontri dedicati a chi fa fumetti più che all* lettor* e offrono occasioni di scambio e confronto. Si può comunque fare di meglio. 

Sicuramente a livello lavorativo il mondo del fumetto deve confrontarsi con alcuni diritti che vengono negati. Secondo voi quali di questi pesano di più e su quali diritti si potrebbe lavorare per avere risposte da parte delle istituzioni?

Diciamo che quello su cui si può e si deve lavorare a livello istituzionale e culturale è il riconoscimento della categoria, se non da un punto di vista professionale - quando si parla di mercato italiano sono pochi l* autor* effettivamente in grado di vivere di fumetto - quantomeno da un punto di vista culturale. Chi fa fumetti è invisibile alle istituzioni, che al limite si interessano ai fumetti che vendono di più, più che a chi i fumetti li fa. 

Il tema vero sono le condizioni che vengono proposte a chi fa fumetti, in particolar modo in Italia. Il problema delle paghe ridotte – si veda il caso delle persone che colorano Topolino di cui abbiamo parlato a fine 2024 – è solo la punta dell’iceberg. Contratti iniqui e disseminati di clausole vessatorie – quando vengono redatti - pagamenti mancanti, fumetti che escono senza alcuna promozione, eventi e fiere che scelgono di mettere chi fa fumetti da parte sono solo alcuni dei casi che ci vengono in mente. Questi problemi dipendono da soggetti – editori, fiere, agenzie - predatori e senza particolari scrupoli, che operano nel settore approfittando delle sue vulnerabilità; possono però essere ricondotti anche a cialtronaggine, ignoranza e mancanza di professionalità, indipendentemente dalle dimensioni e dal peso di questi editori, fiere o agenzie.

Quali sono stati, o sono tuttora, gli scogli più grossi che incontrate nel vostro lavoro?

Il problema principale è comune a qualunque forma di attivismo, ossia il tempo che si può dedicare a queste attività.

Noi del direttivo MeFu portiamo avanti questo progetto gratuitamente. Attivismo vuol dire dedicare del tempo e delle risorse a fare delle cose che portino del bene alla propria comunità. Chiaramente, nel momento in cui uno deve anche mantenersi, riuscire a fare attivismo a tempo pieno in maniera continuativa è complicato, se non impossibile.

Bisogna fare i conti con questi limiti - di energie, di tempo, di risorse umane e economici. Non tutti possono permettersi di fare attivismo e questo è ancora più valido in un settore economicamente debole come il nostro, dove nessuno ha una giornata lavorativa di sole otto ore. 

Questo a volte porta a momenti in cui l'associazione deve andare per forza di cose un po’ più lenta, momenti in cui i progetti più grossi devono essere messi in pausa perché è un periodo di consegne o per problemi personali per cui non si riesce a stare dietro a tutto.

Ecco, bisogna imparare a fare i conti con questo aspetto fondamentale dell’attivismo e imparare anche a conoscere i propri limiti per non rischiare di andare in burnout, cercando comunque ottenere il massimo dal poco che si ha.

In Italia sembra quasi di “far peccato” quando si parla di soldi o di contratti, come se questo non fosse un lavoro vero e proprio. Perché secondo voi è così radicata questa malsana abitudine e cosa si potrebbe fare per superarla?

Questa sembra essere più che altro una questione culturale italiana indipendente dal fumetto, sulle cui origini e motivazioni non ci sentiamo di esprimerci.

È possibile che a livello di fumetto sia più radicata per una questione di orgoglio: girano pochissimi soldi nel settore e questo rende difficile per chi fa questo mestiere o prova a farlo ammettere quanto sia difficile, quanto si viene pagati e in che condizioni si è costretti a lavorare. 

C'è anche da dire che, per quella che è la nostra percezione, tutto ciò sta cambiando, grazie anche al Lavoro di divulgazione che abbiamo portato avanti come MeFu negli ultimi 5 anni. 

L'indagine MeFu del 2020 ha reso un po più facile parlare di cifre e soprattutto di contratti e di condizioni in cui si lavora. Come dicevamo, grazie ad alcune fiere più virtuose sono aumentati gli spazi in cui si può parlare tutt* insieme di questi argomenti. 

Il miglior modo di contrastare questa abitudine è continuare a parlare e mostrare che è possibile, anzi, è fondamentale, parlare pubblicamente di questi argomenti.

L’uso indiscriminato e senza raziocinio di strumenti come l’Intelligenza artificiale cosa comportano per un settore come quello del fumetto?

Urge innanzitutto fare una precisazione a livello terminologico. Come dice spesso LRNZ, molti problemi legati alle Intelligenze artificiali sono innanzitutto problemi di linguaggio, cioè legati alle parole che utilizziamo per descrivere queste tecnologie.

Se stiamo parlando di intelligenze artificiali generative - modelli di intelligenza artificiale in grado quindi di generare testi, video, audio o immagini - parlare di strumenti non è corretto: si tratta di servizi.

Un modello di intelligenza artificiale come Midjourney - uno dei più noti servizi di generazione di immagini presente sul mercato - non è uno strumento. Chi si limita a generare un'immagine con Midjourney scrivendo un prompt non ha alcun controllo su come il modello è stato addestrato, quello che può effettivamente fare, quali sono i suoi limiti, quali sono i criteri estetici che segue. L’utente è semplicemente qualcuno che richiede a un'azienda terza la generazione di alcune immagini a pagamento, scegliendo poi quella che preferisce. Questo non siamo solo noi a dirlo: è il motivo per cui è impossibile registrare presso l'ufficio del copyright americano un'immagine generata da Ai senza che ci sia stato un'ulteriore intervento umano. L’ufficio del copyright non riconosce alla persona che ha scritto il prompt l'autorialità sull'immagine stessa - non ne è “the mastermind” citando una delle prime sentenze USCO sul tema.

Chiarito questo è evidente che questi servizi stiano creando molti problemi per il settore creativo tutto, non solo per il fumetto. È vero che rimane molto complicato realizzare fumetti avvalendosi unicamente di intelligenza artificiale generativa - o comunque non è immediato come generare semplici immagini commerciali. Aggiungiamoci poi il fatto che non è possibile registrare con copyright un output di AI e averne il controllo, motivo per cui molti editori continuano ad avvalersi di umani. Insomma, il settore del fumetto corre meno rischi diretti di tanti altri comparti dell’industria creativa (a differenza, ad esempio, del settore del doppiaggio o di certe maestranze del cinema e della tv).

Ciò detto, l'utilizzo di questi servizi sta erodendo mercati tangenti al fumetto, come quello dell’illustrazione commerciale: chi fa fumetti spesso è costrett* a dover fare altri lavori come fonti di reddito aggiuntive e integrative rispetto al fumetto. Se quei lavori cominciano a sparire, cominciano a sparire anche questi redditi. Ci arrivano tante testimonianze di autor* e di illustrator* che segnalano un calo dei redditi negli ultimi anni e la scomparsa di diversi lavori; le agenzie ci riferiscono appunto che i budget per l'illustrazione commerciale stanno crollando; le scuole di fumetto e animazione cominciano a riportare cali nelle iscrizioni.

Altro problema è che questi servizi vanno a impattare prima di tutto sui lavori entry level. Questi lavori sono quelli che permettono all* esordienti di muovere i primi passi nel mondo del lavoro, di cominciare a farsi una rete di contatti necessaria a chi è freelance.

Le Ai stanno falciando tutte le nuove generazioni di creativ*.

Sono una minaccia e a volte sembra che nel nostro settore ci si dimentichi della cosa.

Quali suggerimenti vi sentite di dare a chi inizia ora il lavoro del fumettista?

In generale la raccomandazione è quella di non farsi accecare dalla fretta di pubblicare. 

Spesso l* esordient*, soprattutto chi esce da tre anni di corso di fumetto a scuola o in accademia, ha fretta di pubblicare, anche solo per avere un riconoscimento, qualcosa da mostrare alla famiglia e ai propri pari per dimostrare che l’investimento fatto è servito a qualcosa. 

Quello che spesso vediamo è che pur di pubblicare tant* autor* accettano condizioni vessatorie o firmano con editori che non sono in grado di effettivamente valorizzare il loro lavoro, andando così a sprecare tempo e energie e condividendo la propria arte con soggetti che non la meritano. Vediamo anche autor* che pur di cominciare a lavorare firmano contratti con agenzie sempre sottoponendosi a clausole vessatorie o eccessivamente restrittive e che li mettono in condizioni potenzialmente pericolose e dannose. Non bisogna accettare tutto quanto, bisogna sempre chiedere aiuto e bisogna circondarsi di persone di cui ci si fida. Fare rete. E si può fare sempre riferimento anche a noi di MeFu, pure se non si è associat*. 

Il fumetto è forte e sano se si è tutt* consapevoli ma anche non si è soli e si fa rete.

Altro consiglio: se il proprio obiettivo è vivere di questo mestiere, bisogna puntare all'estero (Stati Uniti, Francia, Belgio). In Italia sono sempre meno le realtà che permettono di vivere di questo mestiere.

Torniamo a parlare di voi: le prossime tappe per il MeFu? Quali sono i vostri obiettivi a medio termine e quali quelli a più ampio raggio?

Non possiamo sbottonarci troppo. Diciamo che abbiamo tutta una serie di obiettivi: alcune attività che vogliamo sviluppare, nuovi strumenti e guide e comunicazioni per fare divulgazione, informare e tutelare chi fa fumetti.

Nel lungo termine, proprio per far fronte alle risorse limitate che abbiamo, stiamo cercando appunto di rafforzare la comunità MeFu, coinvolgendo di più l* associat*. Vogliamo che MeFu sia indipendente dal direttivo stesso e portare nuove voci e nuove energie all'interno dell'associazione. Puntiamo a fare più attività dal vivo e di community building. Anche in quest'ottica uno degli obiettivi 2026 sarà concentrarci di più sul mondo dell'autoproduzione. È dagli inizi di MeFu che ci interroghiamo su come integrare maggiormente chi fa parte di un collettivo, una questione che è ancora più urgente da risolvere in un momento in cui l'autoproduzione ha smesso di essere solo l'anticamera di ingresso all’editoria tradizionale e ne è diventata un’alternativa a tutti gli effetti.

Ecco, ci sembra importante lavorare di più con i collettivi e far sì che i collettivi abbiano più strumenti per muoversi in maniera regolare e tutelarsi, oltre che dare strumenti a nuov* autor* che vogliono appunto fondare un nuovo collettivo.

Intervista a cura di Luca Frigerio e Giuseppe Lamola

Trovate tutti i pezzi del Dossier Tempi moderni qui.

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