La verità è una maledizione – The Cage di Martin Vaughn-James

Martin Vaughn-James ci ingabbia nella trappola delle visioni, surreali ma oggettive, di The Cage, inestimabile fumetto d'avanguardia del 1975

«Non c’è alcuna ragione perché una storia sia come una casa con una porta per entrare, delle finestre per guardare gli alberi e un camino per il fumo. Si può benissimo immaginare una storia a forma d’elefante, di campo di grano o di fiammella di cerino.»

Così scriveva Moebius, nel 1974, cercando di riassumere in un pugno di righe l’intera essenza di Métal Hurlànt: non piegarsi a limite alcuno che possa intaccare la libera manifestazione del fumetto e del suo potenziale espressivo.

È ironico, ora, trovarsi a utilizzare questo spunto psichedelico per parlare di The Cage, un fumetto che nell’essenza incarna perfettamente l’auspicazione moebiusiana, ma che paradossalmente nel suo cronotopo – se tale può definirsi – trova proprio quella “casa”, quella porta e quelle finestre demonizzate dal succitato manifesto in apertura; una “casa” che crolla certo, che erompe, in un gorgo di risignificazioni amorfe e detritiche, ma pur sempre una casa. Viene allora da chiedersi se, forse, quella fiammella di cerino necessiti di un legno da bruciare e di un tramezzo da sbriciolare per dar senso alla sua fiamma, che altrimenti brucerebbe così rumorosa nel vuoto da perdere di significato.

In relazione alla citazione di Moebius (come a qualsiasi altra di egual intenzioni), allora, potremmo già definire The Cage anti-manifesto, anti-avanguardia, e non certo per immediatezza ma al contrario per una sorta di laconica e contemporaneamente giocosa dote nel palesare il limite evidente sotteso alla traduzione linguistica – e di qualsiasi linguaggio qui si può parlare – della ricerca dell’impossibile, l’evidenziazione dell’impotenza significativa di un segno come la parola laddove esiste l’immagine, così come dell’impotenza dell’immagine laddove esiste la sequenza, e quindi della sequenza laddove esiste l’universo mediale, così come dell’universo mediale – concettuale – nei confronti dell’oggetto mediale – tastabile – a sua volta impotente nei confronti della nostra sensorialità o percezione, che però la scienza ha dimostrato essere solo parzialmente in grado di registrare la realtà, e quindi a sua volta insufficiente su una scala maggiore. 

Ma andiamo con ordine: di cosa parla The Cage?

Se dovessi cascare anch’io nel tranello della parola (cosa che comunque sta già avvenendo, visto che sto scrivendone un articolo), direi che questo fumetto (?) racconta un viaggio psichedelico e sperimentale attraverso ambienti, eventi, oggetti, che mutano di forma e struttura dentro un tempo non lineare, rappresentati da immagini statiche e a piena tavola accompagnate da didascalie ermetiche e indecifrabili, che (non) tentano di spiegare ciò che avviene generando un trip allucinatorio condito di un bianco e nero da cecchino.

Ma, pur avendolo appena fatto, non lo farò (sì, sono un paraculo, ma l’arte d’altronde è gran fonte d’insegnamento).

La cosa su cui vorrei porre il focus riguardo The Cage, realizzato da Martin Vaughn-James tra il 1972 e il 1973 e pubblicato nel 1975, a prescindere dal suo contenuto in sé, è la sua eco. Già solo il volume stesso, edito da Coconino Press, contorna l’opera con una prefazione del leggendario Seth in apertura e con un mini-saggio esplicativo di Thierry Groensteen (rinchiudendo La Gabbia dentro una gabbia che è doppia, testuale e materiale); ma a voler ben cercare, molti sono i contenuti dedicati a quest’indescrivibile quanto inintelleggibile opera, grande è la nomea generatasi intorno e molte, moltissime, sono le domande poste consenzientemente all’orfanità di una risposta. 

D’altronde, una storia di soli oggetti che fluttuano nello spazio e ballano con le forme e il comprendonio, una storia priva di personaggi, almeno nell’accezione classica della parola, e di linearità temporale, non poteva che generare dubbi, perplessità e, perché no, angosce.

E, per carità, lungi dal sottoscritto pretendere ora di fornire risposte soddisfacenti e plausibili ad un’opera come questa, che proprio l’opposto vuole. Lo scopo, adesso, è piuttosto quello di suggerire un’idea, fornire il classico “secondo me” e lasciarlo fondersi e disfarsi nel calderone delle idee che riscalda i piedi di questo fumetto. Perché delle molte letture che ho incontrato riguardo The Cage, le più interessanti si sono rivelate quelle che concedono spazio al ruolo diegetico dell’autore, spesso dimenticato quando sopraggiunge quel panico da assenza di un corpo da osservare pur in presenza di una voce cosciente da leggere e sentir parlare:

«… come se ridurre tutti questi fogli in frammenti potesse annullare la realtà di quella cosa la cui esistenza comunque non potrebbe mai essere documentata in modo accurato… come se questa pila di carta (ogni foglio è già reso obsoleto dal successivo) avesse mai potuto essere definitiva… ogni immagine carnivora si ciba della somma di tutte le altre che sono già state strappate».

Così recita la didascalia di un frangente del testo, accompagnata dall’immagine di un quadro, sanguinante d’inchiostro (?) dal centro della sua tela, imprigionato a strumenti di misurazione come metro, compasso, righello e altri colleghi, e mentre fluttua in mezzo a uno stanzone vuoto in modo barocco e desolante.

Una tortura, una sevizia che sembra propiziata proprio dai suddetti strumenti misurativi che pervadono l’immagine e anche l’intero libro, mentre quel sangue sgorga in un liquido pece e viscoso, anch’esso ritornante in forme e impeti sempre diversi per intensità e volume, e che in taluni – e fondamentali – frangenti scopre dal suo interno (o forse mutandosi, chi lo sa) resti di vestiario, una camicia, dei pantaloni, come unica reale traccia di un passaggio umano.

Ebbene, quel flusso sanguineo sembra in fuga costante dal tempo, noto distruttore entropico di materia, attraverso uno spazio che è suscettibilmente folle; una fuga che suggerisce una ricerca – difficile da dimostrare, me ne rendo conto – di una forma sensorialmente comprensibile, un corpo “vero” e non simulacrale, come in un vortice ossessivo e ossessionato dalla auto-confermabilità e dalla necessità di esistere in quanto testimonianza di sé stessi, vivi perché registrabili, confermabili, schiavi della certificazione propria della misurazione (non solo metri e compassi, ma anche binocoli, macchine da scrivere e fotografiche, ad esempio, compaiono con costanza).

È l’ossessione per l’immagine, una simulazione del vero cui, nella più classica dinamica del “più reale del reale”, il XX e XXI secolo si sono esasperati al punto da questionare la loro stessa esistenza, in assenza di un proprio idolo a testimoniarla. La grande sconfitta dell’uomo alla sua creazione, la prima vera distopia latente, verso la quale oramai anche l’autore stesso deve prostrarsi se in cerca di espressione tangibile. L’immagine che ha assassinato il tempo – su cui da sempre la vita si è regolata – e quindi l’uomo, in favore dello sdoganamento scientifico dello spazio, la cui esplorazione direzionale è già sufficiente a spiegare la vita nell’economia della nostra comprensione.

L’artista parte sconfitto in partenza, ingabbiato in questo paradigma: ecco allora che l’unico modo per sopravvivere al fotorealismo del reale, alla lacaniana realtà, è palesarne la ridicola pretesa di assolutezza: immagini empiriche, pseudo fotografie, di concretezza comprensibile e quotidiana, innocua, distrutte e martoriate attraverso esplosioni invisibili, fluttuazione di materia, follie gravitazionali.

The Cage così si esprime nel suo racconto di creazione: creazione di mondo fantastico e immaginario, così come creazione di mondo reale e fregiato dalle conseguenze dell’agire, ora costretto a distruggere le certificazioni della sua esistenza per esistere di nuovo. In questo processo, l’uomo-artista si sacrifica, si liquefà e disgrega, forse perdendo anche coscienza di sé – chi lo sa – smembrando il suo corpo in nome di un traguardo più alto quale l’onesta verità sulla realtà circondante, e riducendosi a liquame ambulante e latitante, disertore di realtà, eterno fuggiasco.

E se proprio quest’impeto di incorruttibilità è ciò che insegue, allora l’autore non può che mostrarsi anche nell’atto stesso di creazione, in crisi con i compromessi della rappresentazione, svelando l’intero processo creativo e l’elaborazione filosofica alla base dell’opera: l’intero fumetto diventa in tal senso, attraverso il vagabondaggio presente-assente autoriale e la sua non plausibilità, non solo ricerca di verità di raffigurazione, ma anche ammissione dei processi narrativi di finzione che ambiscono alla credibilità, e che meglio non sono della realtà che ci circonda.

Nel sadomasochismo della sua missione, The Cage si genera come una geometria autosimilare, un frattale che riproduce caoticamente l’ordine e casualmente la logica, ripiegandosi perpetuamente su sé stesso e schiacciando, intrappolando chiunque vi ci entri: è allora che lo sguardo del lettore diventa l’occhio osservatore della carta, facendo combaciare perfettamente il suo sguardo incluso con quello includente dell’autore e dell’artista, a mio parere il vero protagonista, se così vogliamo chiamarlo, dell’opera.

Insomma, l’indecifrabilità della visione è proprio la verità che questo fumetto vuole cercare, forse incoscientemente, nella sua meta-struttura di narrazione, che giocando con il realismo dell’immagine e facendosene beffa, utilizza l’incanto modernista di mimesi del reale e lo mescola a un disincanto postmoderno dalla forte autocoscienza narrativa, generando una creatura fatta di infiniti frammenti che sono piccoli universi, schegge espandibili all’infinito in un sistema narrativo che è una continua emersione, o forse eruzione, o forse implosione, di spazi su spazi su spazi, giocando con le dimensioni del reale in un modo spaventoso, se si pensa che opere come Città di Vetro (sia il romanzo che il fumetto) o Here, capolavori del metamoderno e della narrazione spazio-centrica, sono state pubblicate dieci o più anni dopo rispetto a questo The Cage, accolti peraltro come capolavori visionari.

E giustamente, ci mancherebbe altro. Solo che, a quanto pare, un certo Vaughn-James sembra abbia smascherato il meccanismo un po’ in anticipo. Ma si sa, l’arte ha il suo tempo, e molto spesso è del tutto asincrono alla sua comprensione.

Sarà forse per questo che ci muniamo di certa strumentazione, per comprendere ciò che ci circonda. Il problema, però, è quando di questi strumenti non si riesce più a farne a meno. La gabbia

E allora, arrivati a quel punto, che fare, se non cercare la vera verità? 

Ma una volta che l’avrai trovata, come ti libererai di lei?

Sei ancora in gabbia.

E ancora,

e ancora,

e ancora…


Japo Corradini


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