Essentials: Immortal Hulk di Ewing e Bennett

Un uomo, un mostro o... entrambi?

Pur essendo un medium esclusivamente visivo, il fumetto nasconde all'occhio molto più di quello che riusciamo a vedere, arrivando in alcuni casi anche a toccarti nel profondo, creando una connessione epidermica che si lega non solo a chi sei mentre stai leggendo questo o quell'albo, ma al come ti senti in quel momento, creando così un'esplosione atomica di sensazioni imprevedibile ogni volta che ci approcciamo ad un albo nuovo, indipendentemente dalla sua qualità reale o percepita. 

Ecco, personalmente non ricordo precisamente dove ero, o cosa stavo facendo mentre leggevo il finale di un fumetto, tranne rare eccezioni, di cui fa parte Immortal Hulk, e non penso me lo scorderò mai.

Immortal Hulk è una saga in 50 numeri pubblicati fra il 2018 ed il 2021 scritta da Al Ewing e disegnata da Joe Bennett, e ci racconta di un nuovo capovolgimento nella vita del personaggio creato da Stan “The Man” Lee e Jack “King” Kirby nel 1962: adesso, ogni notte, lo scienziato Bruce Banner si trasforma in una versione del suo alter ego gigante molto più sadica e spaventosa, e semplicemente non può essere ucciso, tornando in vita ogni singola notte, come se nulla fosse, lanciato in una crociata di apparente giustizia violenta, che nasconde però una ricerca più recondita, una domanda che Bruce Banner si pone fin dalla sua prima uscita: chi sono io? Un uomo, un mostro o... entrambi?

L'incredibile Hulk è sempre stato uno dei personaggi Marvel più interessanti mai creati dalla coppia d'oro della redazione anni 60: un timido scienziato atomico che per salvare un ragazzino veniva investito di radiazioni, trasformandosi così ogni notte in un gigante grigio antipatico e cinico dal potere quasi infinito... ma che fondamentalmente faceva molto poco.

Il primo Hulk, di chiara ispirazione alla più grande creatrice di mostri che la storia ricordi, Mary Shelley, non era ancora un'idea fissa, tanto che già nella sua seconda apparizione cambiava colore dal grigio al verde (colpa della stampa dell'epoca, che non sapeva fissare molto bene il colore dell'asfalto) e indossava pantaloni violetti, due colori che secondo le regole della Marvel, erano di solito destinati ai cattivi, visto che per gli eroi si preferivano i colori primari, eppure si comportava... bene? Sì, certo, salvava il mondo, ma di base le cose che voleva fare veramente erano due: Bruce Banner voleva curarsi da questa maledizione nottuna (e anche questo aspetto sarà lentamente fatto fuori, sostituendo la trasformazione con una ben più noto legame con la rabbia del nostro) mentre Hulk voleva solamente sopravvivere. Un dilemma tutto sommato tostino, per un fumetto di mostri anni 60. 

Perché, certo, nel 1961 Lee e King Kirby avevano reinventato il genere dei supereroi con una forza esplosiva, e nel 62 Lee e Dikto avevano preso quel concetto e lo avevano reso perfetto, ma questo Hulk, questa massa di carne color smeraldo, questi 472 chili di muscoli erano sempre un enigma anche esterno al fumetto: cosa ce ne facciamo di questo tizio? Da che parte sta?

Negli anni, moltissimi autori hanno provato a dare una risposta a questa domanda, e lo hanno fatto sempre basandosi sul centro del personaggio di Hulk, la dualità dell'uomo, e hanno esplorato l'interno e l'esterno del personaggio, rivelandoci che Banner soffriva di un disturbo d'identità dissociativa (per dirlo come nei fumetti, aveva delle personalità multiple), e cambiando il corpo di Hulk in vari modi, rendendolo sempre più forte, sempre più inesorabile, un vero e proprio distruttore di mondi.

Ewing e Bennett decidono di fare lo stesso, ma di fare un passo indietro e di riportare Hulk alle atmosfere sperimentali del primo periodo, raccontandoci di un Hulk spaventoso, rifiutato dal lato “buono” della società, un Hulk che apparentemente sa benissimo chi è e cosa è: è una forza della natura, e nessuno dice ad una forza della natura cosa fare. Eppure... Eppure quella sensazione di inquietudine, quella sensazione che qualcosa non sia come deve essere, che permea ogni pagina delle prime storie di questo ciclo, in cui il corpo di Hulk cambia e non semplicemente come colore, ma si distrugge, si ricrea, e quella massa di carne non è solo un monumento alla forza ma un qualcosa di veramente inumano, uno schizzo di H.R. Giger che prende vita, una mescolanza di cose che dovrebbero stare dentro ad un corpo e cose che dovrebbero starne fuori che creano qualcosa di completamente nuovo e al contempo non è ancora la cosa più strana che succede sulla pagina, perché questa storia di Hulk è un horror, lo sappiamo, ma è anche un mistero. 

Perché Hulk torna in vita, sempre? 

Perché Hulk è Hulk?

Ora, senza la sorpresa di nessuno, mi prenderò una piccola tangente: negli anni 80, la major del fumetto americano decisero di portare sulle pagine dei supereroi tutta una serie di scrittori inglesi, abituati a scrivere per un pubblico molto diverso, nella speranza che riportassero un po' in auge il medium che stava ristagnando. Questa “British Invasion” è considerata da molti appassionati e critici del fumetto americano come uno dei momenti più importanti della storia del fumetto, un qualcosa che ci ha regalato grandissime storie e ha nel contempo posto le basi perché tutti gli altri autori decidessero di alzare l'asticella ed iniziare ad ingranare loro stessi. 

Ecco, Al Ewing è inglese. E questa, per me, è una British Invasion 2.0

Perchè, alla fine, i grandi scrittori inglesi, hanno sempre avuto tre trucchi nella loro manica: mettere il personaggio in una situazione in cui non era mai stato, conoscere religiosamente la continuity di quello che stavano scrivendo e far sembrare tutto questo una cosa facile.

Si era già parlato della psicologia di Hulk, certo, ma Ewing dona a tutto questo ciclo una componente quasi metafisica, che riesce ad elevare il senso stesso di che cosa voglia dire farsi delle domande, interrogandosi sia sul quesito dei quesiti “Perché esisto?”, ma riuscendo anche ad inserire Hulk in un contesto moderno, fatto di vuote promesse e sogni rubati. Intrattenimento alto ed intrattenimento basso, che vanno a braccetto ricordandosi che la verità a volte è solo questione di prospettiva. 

E dopo una domanda, un momento intimo, una rivelazione shockante... una battutina. Ewing adora le ultime pagine finali, adora i colpi di scena alla fine di ogni uscita, e se non avete ancora visto il titolo della storia che state leggendo... vi aspetta un gioco di parole bello o brutto che vi lascerà comunque spiazzati. Ecco, visto che siamo tra noi, questa è la mia Kryptonite, non dico che il mio amore per questo ciclo venga per il 90% da questa fisima dell'autore (che ovviamente come tutti gli egomaniaci ho pure io identica), ma almeno un buon 20% magari sì.

Ma torniamo seri, come seria torna la narrazione che ci mostra un Hulk contro tutti, eppure con qualche appiglio al mondo, nella forma di tutta una serie di comprimari classici, e nuovi volti come la giornalista Jacqueline Mcgee o la Dottoressa Charlene McGowan, che hanno sempre avuto il mondo contro e ora trovano due affinità diverse, quasi speculari con il nostro Bruce Banner. 

Un Hulk contro tutti dicevamo, ma che ha molte poche difficoltà ad affrontare il mondo, mentre il suo vero avversario è sempre se stesso, e quando il tuo nemico è il più forte che c'è, allora sai bene che la sfida sarà molto, ma molto complessa. 

Ovviamente, nel parlare di questa opera, non si può non parlare dei disegni, ma non ci possiamo neanche nascondere dietro un dito e dimenticare che l'illustratore Joe Bennett non sia un personaggio la cui vita al di fuori dell'arte sia libera da controversie, anche durante il lavoro su Immortal Hulk ci sono state alcune sue esternazioni antisemite, e sì, sono conscio del dilemma morale che spesso si pone sul separare l'autore dalla sue opere, ma in questo caso, l'autore di questo pezzo sono io e decido io, e penso sia giusto avvisare, per chi volesse fare scelte diverse dalle mie. 

Bennett nasce come illustratore horror nel natio Brasile, e questo lo rende veramente a suo agio con tutte le sfumature del terrore che la storia ci vuole donare: sa gestire la suspense, usando sia modi impliciti che espliciti, nascondendo quello che in un albo mainstream non si può far vedere, riuscendo però a rendere tutto comprensibilissimo, e anzi ad aumentare il senso di grigia inquietudine mischiata a questo verde di rabbia che si respira per ogni singolo numero. 

Bennett si occupa di fare alcuni piccoli ridesign anche ad alcuni personaggi sia classici che minori, ed in alcuni casi riesce anche a rendere più vere e minacciose alcune scelte grafiche un po' ageé, come il bizzarro aspetto dei potentissimi “U-Foes”, o rendendo l'alieno Xemnu, il primo personaggio Marvel a fregiarsi del nome di Hulk, un qualcosa di molto più minaccioso ma al contempo rasserenante, rispettando appieno lo spirito del personaggio. 

Ai colori della serie troviamo poi Paul Mounts, che usa tutta una palette plumbea per quasi tutto il ciclo, riuscendo poi verso la fine della serie, quando i nodi vengono al pettine, quando i segreti vengono svelati (forse) a cambiare rotta completamente, in un segnale di stile che pochissimi altri coloristi possono vantare. 

Quando andavo all'università, il mio professore di Pedagogia mi disse che un classico è un qualcosa che trascende il tempo in cui è stato creato, ed è una definizione che mi sono stampato a fuoco sul cuore. 

Quando mi venne chiesto di dare vita a questa rubrica, mi resi subito conto che per la maggior parte del tempo, avrei voluto scrivere di fumetti vecchi, fumetti che lessi quando iniziai ad uscire dalle mie prime letture che consistevano nei semplici spillatini da edicola, letture “da grandi”, letture che “si dovevano fare”, letture che, stranamente, non erano mai contemporanee, ma sempre legate all'infanzia o all'adolescenza di qualcun altro. 

E ora, non fraintendiamoci, lessi per davvero cose bellissime, fumetti che cito continuamente senza accorgermene sia quando scrivo sia quando parlo nella mia vita vera, ma difficilmente crescendo, mi è ricapitato di essere così felice, così preso da un albo, come quando lo leggevo a 15 anni, che fosse il tomo dei tomi, o un'avventura riempitiva.

Immortal Hulk prende a piene mani quella classica citazione di Mahler “La tradizione non è venerare la cenere, ma conservare la fiamma”, e la applica ad una storia lunga 50 numeri tutta basata su di una domanda posta sulla copertina di un fumetto creato 60 anni prima, che non aveva nessuna idea di cosa sarebbe dovuto essere, e per tutto ciò che è sacro ci tira fuori tutto. 

Ci tira fuori un horror, una tragedia, una storia romantica, una storia di botte, una critica sociale, e la storia di una vita. La vita, e la morte di un uomo, ma non della sua sconfitta. 

Una storia che è lineare solo all'apparenza, ma che nasconde tutta una seri di sfumature e di interpretazioni, che chiunque l'abbia letta vi spiegherà con estremo piacere, e saranno tutte diverse l'una dall'altra, perchè il senso, della storia, di ogni singolo albo, e forse persino della vita intera, lo decidi tu, che stai leggendo, come lo sta decidendo Bruce Banner, in un gioco speculare, che continua all'infinito, in una galleria di emozioni concentriche. 

Immortal Hulk è un fumetto che ha avuto grandi maestri prima di sé e si è seduto per un po' sulle spalle dei giganti, per poter arrivare a toccare il cielo. Poi però si è messo d'impegno, ha alzato la testa, ed è diventato il nuovo gigante, sulle spalle dei quali dovranno sedersi tutti gli altri, per arrivare ancora oltre. 

Spero di essere ancora qui, quando succederà, per fissare di nuovo tutto questo nella mia memoria, con una potenza devastante, che farà cambiare la pelle al medium fumetto. E fino ad allora, terrò gli occhi bene aperti. 

Visto? Ve l'avevo detto che vi facevo un collegamento con l'inizio del pezzo!

Giovanni Campodonico


La cover del primo volume dell'edizione italiana di Immortal Hulk, edita da Panini Comics.


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