Benvenuti nella fossa: Prison Pit di Johnny Ryan

Una provocazione muscolare, perversa e distruttiva lunga quasi 800 pagine


C’è un pianeta, nelle profondità di uno spazio indefinito, circondato da stelle sconosciute, che sta per essere violentemente penetrato. Il suo buco, o meglio il suo cratere, viene improvvisamente riempito da una gelida e fredda asta di metallo. Un prigioniero incatenato, il volto una maschera di sangue, precipita lungo questo tubo d’acciaio, lottando ferocemente contro uno dei suoi carcerieri.
Cannibal Fuckface - ma si fa prima a chiamarlo Facciadicazzo - interrompe la sua caduta sul corpo del suo avversario, rialzandosi in un polverone di poltiglia, sangue e saliva. “Qui c’è puzza di sborra bruciata”, osserva lui, scrutando nel vuoto.


Le prime pagine di Prison Pit, un’opera iniziata nel 2009 e conclusa dopo ben otto anni, sono l’incubo di qualsiasi genitore terrorizzato dall’eventualità che il proprio figlio possa venir plagiato dalla violenza e blasfemia di “quei maledetti giornaletti”. Eris Edizioni, da sempre fronte attivo per il fumetto indipendente nazionale ed internazionale in Italia, ha raccolto in un solo volume da ben 764 pagine l’intera odissea del terribile Facciadicazzo, tradotta da Valerio Stivè e graficamente curata ed adattata al pubblico nostrano da Adam Tempesta.

Il viaggio di Facciadicazzo attraverso le lande desolate e abitate da esseri ripugnanti quanto (e più) di lui è il cuore della trama di Prison Pit, semplice quanto funzionale: Johnny Ryan accompagna il proprio protagonista lungo un percorso di morti violente ed insulti puerili, districandosi tra i corpi mutilati, le chimere mortifere e l’onnipresente quanto inquietante poltiglia demonica, malvagia, viva e nera come la pece, che infesta la “Fossa Prigione” del titolo. Non esistono punti fissi o strutture narrative familiari a reggere in piedi il caos che Ryan presenta al proprio lettore: Prison Pit si muove lungo un binario interminabile di brutalità, espressa nelle maniera più sboccata, offensiva e disarmante possibile.


La volgarità è uno dei temi dominanti di Prison Pit, un tema che, come già accennato, appare estremamente superficiale, bambinesco e prettamente “maschile”: i personaggi di Johnny Ryan vivono in un perenne stato di immatura competizione, atteggiandosi da bulli del liceo sotto steroidi e LSD. L’idea di poter instaurare un dialogo, giungere ad una risoluzione pacifica non è minimamente considerata e gli animi sono costantemente accesi, con i prigionieri determinati ad asserire il proprio dominio prima con insulti e minacce e poi pronti a soggiogare l’avversario con una bella scazzottata. In Prison Pit Johnny Ryan cattura e inasprisce l’infantile, insignificante e pateticamente esilarante rabbia adolescenziale; come un ragazzino che urla oscenità per “imitare i grandi”, protagonista e antagonisti dell’opera si azzuffano e si ammazzano di calci e pugni minacciando di sodomizzare i teschi vuoti dell’altro e spargere i propri getti di sperma sul corpo putrefatto del nemico. I dialoghi sono disgustosi e puerili e non funzionerebbero in alcun’altra opera.

L’autore sottrae la spinta verticale alla trama per lasciarne espandere invece l’orizzontalità.
Più che puntare al “fine ultimo”, ad uno scopo da raggiungere e dare un senso di fondo alla - se così si può chiamare - trama di Prison Pit, Ryan preferisce concedere episodi ed ampi spazi ai propri personaggi, che si spostano di regione in regione del pianeta scalciando, graffiando e sbudellando. Piuttosto che tentare la fuga o diventare la creatura ributtante più forte del pianeta, i personaggi scritti da Ryan giocano sull’impulso, l’istinto immediato di sfogare le proprie pulsioni ormonali: è un istinto naturale, come se il testosterone e la mascolinità tossica fossero parte stessa dell’atmosfera e della superficie planetaria.


Non a caso, Facciadicazzo non pare assolutamente turbato dal suo imprigionamento sulla crosta dello sporco corpo celeste, ma perfettamente a suo agio. L’arrivo sul pianeta-prigione non è una condanna, quanto più la possibilità di lasciar liberi i suoi impulsi primordiali: uccidi, divora, domina, accoppiati - il cadavere del nemico non dev’essere necessariamente coinvolto. Il suo design appare come l’esaltazione degli aspetti più brutali delle fantasie maschili, un wrestler dal viso coperto di sangue, in short e stivaletti che ricorda la leggenda del puroresu giapponese Minoru Suzuki, icona dello strong style, idolo delle folle noto per il suo atteggiamento psicopatico e disturbato. Le varie mutazioni che il suo corpo subirà durante il percorso hanno duplice valenza: sono trofei e cicatrici di guerra, che si accumulano ad ogni nemico barbaramente decapitato, stuprato e mutilato, cambiandone radicalmente l’aspetto dall’inizio alla fine del volume.

Gli abitanti della Fossa Prigione non sono da meno: grezze creature vomitevoli che si vantano della loro bruttezza e cattiveria, rachitici junkies ossessionati dall’onanismo, che crogiolano nel loro liquido seminale e lo sfruttano come arma, colossi di muscoli coperti di vomitevoli foruncoli e brufoli. Il lettore ha un attimo per imparare ad apprezzare i design e la fantasia malata di Johnny Ryan prima della inevitabile esplosione di violenza e morte, che maciulla, contorce e amputa braccia, gambe, strappa stomaci e squarcia materia grigia.

Ph. Eris Edizioni

La natura distruttiva, scomposta e malformata di Prison Pit è incastrata nelle pagine meticolosamente arrangiate dallo storytelling (paradossalmente) pulito, limpido dell’autore. Ryan gestisce i tempi magistralmente: nonostante il tripudio di torture e brutalità, Prison Pit ha la possibilità di immergere il lettore nella sua atmosfera, coccolandolo nel lago di sangue che scorre dalle pagine. Il pianeta arido è ricco di mistero e fascino, il world-building è silenzioso ma intrigante ed efficace, in grado di contenere, dare valore ed un senso all’interno del caos alla deflagrante energia delle scene d’azione, motore degli eventi del volume.
La “digeribilità” del lavoro di Johnny Ryan dipende da chi vi si interfaccia: la gratuità delle sue sconcezze e l’orgoglio con cui l’autore le presenta non sono alla portata e non incontrano il gusto di tutti i tipi di lettori. Prison Pit di Johnny Ryan disgusta ed eccede ma non fa storcere il naso. Ryan scrive e disegna, racconta di queste orribili creature senz’alcuna morale perché farsi trascinare dal fiume di rabbia e truculenza è maledettamente divertente, non comporta alcuna conseguenza e lascia l’istinto animale del lettore a farsi coccolare dalle ripugnanti creature della Fossa.

Ph. Eris Edizioni.

Prison Pit è una provocazione lunga quasi 800 pagine: un fumetto che gira a vuoto, si perde nella propria natura e sussurra al lettore, lo seduce con muscolarità, perversioni e un immenso parco giochi dove poter sfogare ogni più oscura fantasia. Un fumetto dedicato alla volgarità sguaiata, allo humor infantile e nero come la notte, alla morte spettacolare e ributtante, al sesso non protetto con qualsiasi cosa si muova e abbia una fessura dove poter infilare il proprio pene.

Fabrizio Nocerino


Prison Pit
Testi e disegni: Johnny Ryan
Cover: Johnny Ryan

Edizione italiana: Eris Edizioni
Traduzione: Valerio Stivé
Adattamento grafico e lettering: Adam Tempesta

N.B. Il volume è stato presentato in anteprima a Lucca Comics & Games con una sovracoperta realizzata da Spugna, stampata in una tiratura limitata di 250 copie.

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