Dylan Dog #392 - Il primordio

La meteora della follia


Sebbene sia alquanto soggettivo stabilire l'importanza di un singolo episodio all'interno di una saga, sentiamo di poterci sbilanciare nel definire "fondamentale", nel contesto del ciclo della meteora (e non solo), l'albo della serie regolare di Dylan Dog pubblicato a fine aprile.
Ne Il primordio, infatti, Paola Barbato (con la collaborazione di Roberto Recchioni per la sceneggiatura) e Paolo Martinello mettono a soqquadro l'universo dylaniato con tanto di rivelazioni e colpi di scena che certamente non passeranno inosservati, per i protagonisti così come per i lettori.

(Attenzione: potrebbe contenere spoiler, ma siccome ancora nessuno sa come finisce Game of Thrones, forse potreste fregarvene e continuare a leggere ugualmente!)



Mentre continua inesorabilmente ad avvicinarsi il momento dell'impatto della meteora con il suolo terrestre, Dylan entra in contatto con un oggetto misterioso che sembra essere in grado di modificare le coordinate della realtà a lui circostante.
Da questo incipit si sviluppa una storia che mette in campo sin da subito elementi diversi e stranianti: uno sciamano australiano, antichi artefatti, portali verso altri luoghi, divinità cosmiche. Personaggi, situazioni ed entità che inesorabilmente riportano alla mente i mondi fantastici e onirici immaginati dal maestro di Providence, Howard Phillips Lovecraft. Sono evidenti infatti a più riprese i riferimenti a vari concetti introdotti da uno degli scrittori più influenti di sempre della letteratura horror e fantastica: su tutti, l'esistenza degli Antichi, creature mitologiche di origine extraterrestre che avrebbero dominato il mondo sin dall'inizio dei tempi, prima della venuta dell'uomo.

L'incontro tra la mitologia di Lovecraft e l'universo narrativo dell'inquilino di Craven Road è molto interessante, non solo per gli amanti del genere (per la cronaca, solo per rimanere in ambito Bonelli, in passato le creature lovecraftiane avevano fornito spunti per vari episodi di serie come Magico Vento e Dampyr, fino a essere inseriti appieno nelle loro continuity e rappresentarne fondamenti essenziali).
Del resto, la realtà e la sua percezione, i sogni, gli incubi e la follia sono una materia che accomuna inesorabilmente la penna del Solitario di Providence e l'humus culturale e narrativo di cui la serie ideata da Tiziano Sclavi si è sempre nutrita. E se la spettacolarizzazione di alcuni elementi narrativi e visivi per alcuni lettori potrà riportare alla mente la messa in scena di alcuni lungometraggi del Marvel Cinematic Universe (Doctor Strange, ad esempio), va altresì sottolineata invece una più appropriata comunanza di intenti e di tematiche con il lavoro del regista Christopher Nolan e in particolare con il suo Inception. Anche in quel caso, la distorsione della realtà, il contesto sostanzialmente onirico e le distorsioni visive e percettive erano rappresentate in maniera molto suggestiva.



Dopo aver letto questa storia, una delle domande più interessanti che vengono in mente è: cosa, o meglio, chi è la meteora che è in procinto di impattare sulla Terra? Perché appare ormai evidente che si tratta di una metafora, di un modo per parlare di qualcosa che sta avvenendo nel mondo reale. Ed è impossibile non dare a questo punto un'interpretazione metafumettistica, lettura che accomuna del resto molte delle storie cardine della recente gestione recchioniana (un elemento che, è bene precisare, è presente sin dalle origini della serie e che ha caratterizzato diversi capolavori del corpus sclaviano).
Ecco dunque giungere all'idea che la meteora rappresenti l'impeto degli autori stessi, la pericolosa ma incoercibile voglia di mettere un punto a quasi 400 numeri (più gli speciali vari) e oltre trent'anni di pubblicazioni per azzerare tutto e ripartire da zero, provando a dare ai lettori qualcosa di realmente nuovo.
Ma è davvero questo che ci aspetta? Immaginiamo che dovremo attendere il numero 400 per saperne di più (o magari il successivo, del quale sappiamo ancora molto poco e che vedrà il contributo di Corrado Roi al tavolo da disegno).

Nel frattempo, possiamo notare come vengano portati a compimento alcuni filoni narrativi, sottotrame e accenni proposti nei numeri precedenti ma anche in albi pubblicati ormai alcuni anni fa, a partire da Spazio Profondo (Dylan Dog #337). Ad esempio, viene spiegato il riferimento all'esistenza di una cantina nella casa di Craven Road (c'è sempre stata?), ma anche l'importanza dell'abitazione stessa (come più volte ribadito anche durante ...e cenere tornerai, Dylan Dog #346) e, infine, nuovi accenni nel finale al ruolo di John Ghost e dell'entità che lui stesso serve.
Senza voler poi anticipare ulteriormente altri colpi di scena delle pagine finali, segnaliamo anche la soluzione narrativa del tesseract che, come brillantemente suggeriva già il critico Lorenzo Barberis, rimanda addirittura a un episodio storico come Maelstrom, Dylan Dog #63 (ad opera di Tiziano Sclavi e Luigi Piccatto).
Tutte queste risposte, se da un lato soddisfano alcuni dubbi e curiosità rimasti in sospeso per anni, dall'altro aprono la strada a nuove (e in molti casi inquietanti) supposizioni e teorie sull'evoluzione della saga.


Dal canto suo, Paolo Martinello si esalta cesellando una Londra fuori dalle logiche ma sempre credibile, rievocando con estrema efficacia su carta gli impressionanti ribaltamenti di prospettiva di nolaniana memoria, mettendo dentro molto più caos di quello che Inception ci aveva regalato e suggerendo spesso sensazioni claustrofobiche o vertiginose ad assecondare il racconto.
L'uso del colore avrebbe sicuramente aiutato con le architetture stravolte, puntando sulle gradazioni a suggerire la leggibilità delle stesse, nonostante la deformazione, e invece Martinello non vive il bianco e nero come una limitazione (non ricorre nemmeno alle scale di grigi) riuscendo a regalare vignette degne di nota e, anzi, sfrutta il nero profondo della china per rendere a piena potenza il caos, la paura, il nulla. Un grande esercizio che merita senz'altro di essere evidenziato.

In definitiva, la spettacolare e vertiginosa cover di Gigi Cavenago non mentiva: un albo imperdibile, che sembra ingranare una marcia differente per il ciclo della meteora e condurre la serie dell'Indagatore dell'incubo verso territori inesplorati.
Che Albione prevalga!
Il Sommo & il Fosco



"Il Primordio" 
SERIE: Dylan Dog 
NUMERO: 392
DATA: aprile 2019
SERGIO BONELLI EDITORE 

SOGGETTO: Paola Barbato
SCENEGGIATURA: Paola Barbato (in collaborazione con Roberto Recchioni)
DISEGNI E CHINE: Paolo Martinello
COPERTINA: Gigi Cavenago 


Tutte le immagini © 2019 Sergio Bonelli Editore. 

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