L'incanto, il fantasma e il parcheggio multipiano: intervista a Marino Neri

Quattro chiacchiere con l'autore sulla sua ultima opera pubblicata da Oblomov


L'incanto del parcheggio multipiano è una storia atipica, una sorta di favola che parla di uomini soli che finiscono per incrociare i propri destini, riconoscere di essere accomunati da una vita difficile, in qualche modo aiutarsi e infine redimersi. Dopo aver recensito il volume, pubblicato a fine ottobre da Oblomov, abbiamo raggiunto l'autore, Marino Neri, per parlare di quest'opera, del suo stile, dell'attualità, del cinema e di tanto altro.




Nato a Modena nel 1979, Marino Neri ha pubblicato i graphic novel Il re dei fiumi (2008) e La coda del lupo (2011), tradotti anche all’estero in diversi Paesi. Nel 2012 ha vinto il premio “Nuove Strade” di Napoli Comicon e Centro Fumetto Andrea Pazienza come miglior talento emergente. Nel 2016 esce il suo terzo graphic novel, Cosmo,.per Coconino Press - Fandango.
Ha tenuto mostre in tutta Europa e i suoi disegni sono stati pubblicati su numerosi quotidiani e riviste, da Internazionale a Le Monde.

Quando hai iniziato a lavorare a L'incanto del parcheggio multipiano? Come è nata l'idea originaria?
Ho iniziato a lavorare al libro nell’estate di due anni fa. Avevo voglia di lavorare a una storia dove fosse presente un fantasma. Di solito tutto nasce dalla “visualizzazione” di qualche scena. In un secondo momento cerco di capire se dietro queste scene possa nascondersi una storia interessante.

Nella storia diversi passaggi sono muti. Quanto sono importanti per te i silenzi nella narrazione?
I passaggi muti della storia sono momenti dettati dal disegno, in questi snodi al lettore è richiesta più attenzione, basta un attimo perché non colga qualche sfumatura e l’intera comprensione della storia è compromessa.
I momenti di silenzio permettono anche di dare ritmo alla storia, preparare un climax. È un qualcosa che studio a partire dalla sceneggiatura.

Il tuo approccio narrativo è decisamente contemporaneo e a tratti postmoderno. Quanto è difficile narrare l'oggi?
Mi piace giocare sulla struttura della narrazione, attraverso l’uso dello stravolgimento, del gioco sui generi o del ribaltamento del consueto contratto tra autore e lettore. Sono tutti approcci narrativi che come “inventori di storie” ora possiamo permetterci: più che in passato mi pare ci sia un pubblico preparato e smaliziato.
Non c’è un modo giusto per raccontare una storia, non esiste un unico modo ma penso che ora più che mai la scelta della forma sia una decisione creativa.
Forse il segreto per raccontare l’oggi è farlo tenendo conto che la forma è inestricabilmente legata al contenuto.


Sul postmoderno e la narrazione contemporanea posso dire che non amo particolarmente il citazionismo e il cinismo che ammicca al lettore e che trovo in molti prodotti d’intrattenimento e non solo.

Rimanendo sul postmodernismo, il tuo stile sembra teso a rendere paesaggi desolati e realtà (esteriori e interiori) molto diverse e alquanto soggettive. Quanto è difficile essere universali nonostante la soggettività?
Con il fumetto, attraverso le deformazioni e le interpretazione del disegno, puoi rendere “interiori” anche paesaggi esteriori. La soggettivizzazione è la norma, anche solo nel modo in cui tracci i segni per delineare il contorno di una casa o una strada.
Compito di un autore è, come dice la parola stessa, “aumentare” la realtà, dando pennellate soggettive su temi e consuetudini universali.

Parcheggio.
Macello.

Oltre a J.G. Ballard, citato già in apertura della storia, ci sono autori e opere in particolare che senti ti abbiano ispirato o comunque fornito spunti e motivi di riflessione durante la realizzazione di quest'opera?

C’è un film del 1962 che si chiama Otoshiana di uno di quelli che considero tra i miei registi preferiti, Hiroshi Teshigahara: in questo film si svolge il dramma di un fantasma alla ricerca del suo assassino. È un film d’avanguardia, ermetico e bellissimo sopratutto per il suo aspetto formale.
Nell’idea del titolo del mio libro, ma non solo, c’è anche qualcosa dei racconti di Dino Buzzati.

Una piccola digressione sull'attualità. In che misura credi che questa storia sia inserita nelle tematiche sociali della quotidianità che stiamo vivendo?
Quando ho iniziato a lavorare al libro il tema delle aggressioni xenofobe non era così all’ordine del giorno. Mentre disegnavo i fatti raccontati sono diventati drammaticamente molto attuali e la cosa, l’ammetto, un po’ mi spaventava: non volevo assolutamente dare l’idea di cavalcare queste tematiche per questioni di visibilità.
Ho lavorato diversi anni nel sociale, con ragazzi immigrati di prima e seconda generazione. Quando pensavo al personaggio del fantasma è stato automatico riferirmi a loro.
Sono protagonisti della storia italiana ed era ora che lo fossero anche nei fumetti, senza retorica o forzature: è un dato di fatto.
In fondo anche il personaggio di Zolfo è un fantasma, un invisibile. La sua rabbia da uomo dimenticato è quella che viene utilizzata e trasformata in consenso ai danni di chi è ultimo tra gli ultimi. Il fulcro su cui gira l’intero libro sta tutto qui: fare incontrare vittima e capro espiatorio.
Nella scena del dialogo tra Zolfo e l’avvocato c’è un passaggio in cui quest’ultimo dice: “Chi non ha saputo formulare un progetto va alla deriva, vive in un sogno.”.
Ecco, Zolfo si salva e salva il fantasma proprio dando ascolto ad un sogno. È una possibile lettura del libro: è solo prestando attenzione alle cose impalpabili e dando un nome all’invisibile che salviamo e siamo salvati. Certo è una salvezza “metafisica” ma di una metafisica immanente e non trascendente.
Prima di tutto diamo un nome alle cose e ascoltiamo le storie.


Negli anni hai lavorato sempre di più alla sintesi visiva, fino a giungere al tuo stile attuale, molto asciutto. A che punto si colloca quest'opera nella tua carriera e verso quale direzione credi di essere diretto?
Non ho una direzione precisa se non quello di continuare a fare quello che mi piace e cercare di farlo mettendomi in contatto con gli altri. Ho l’obbiettivo di dire cose che ritengo siano interessanti, spero che lo siano anche per i lettori. Per essere chiaro devo affiancare questi temi a una sintesi visiva, una semplicità che mi permetta di raccontare al meglio. Nel caso anche nascondendo l’autore dietro disegni all’apparenza semplici e asciutti.

In questa storia mostri una regia molto cinematografica. Che rapporto hai con il cinema? Credi che funzionerebbe un film tratto da L'incanto del parcheggio multipiano?
Il mio modo di raccontare attraverso il fumetto, spesso dando prevalenza al racconto per immagini, avvicina i miei libri più al cinema che non alla letteratura. In fondo è quello che ho sempre pensato fosse per me il fumetto: una sorta di cinema privato.
Ho studiato al DAMS e dato diversi esami di cinema. Le mattinate rinchiuso nell’aula multimediale davanti a uno schermo a guardare film di Jean Vigo, Billy Wilder, Monte Hellman o altri ancora, sono tra i ricordi più belli dell’università.
Premettendo che considero il fumetto un linguaggio del tutto indipendente e capace di competere al pari del grande cinema, sarei molto contento se qualcuno volesse trarre un film da L’incanto del parcheggio multipiano.

Sceneggiatura de L'incanto del parcheggio multipiano.
Storyboard.

Leggi fumetti di frequente? Cosa c'è al momento sul tuo comodino?
C’è molto oriente sul mio comodino: per quanto riguarda i fumetti, i racconti di Yoshiharu Tsuge ma anche le saghe galattiche di Leiji Matsumoto che ho avuto il piacere di ascoltare a Lucca Comics.
Per la letteratura sto leggendo i libri della coreana Han Kang, La vegetariana e Atti Umani: ha una scrittura limpida e crudele.

Grazie per la disponibilità e a presto!


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