Essentials: Plastic Man di Jack Cole
“Il lungo braccio della rivoluzione dei comics”
Fra tutti i generi del magico mondo del fumetto americano, pochi sono fondamentalmente ipocriti come quello dei supereroi.
Un'idea dove alla base di tutto c'è un qualcuno che decide di prendere in mano la situazione mettendosi al di sopra della legge (poiché spesso e volentieri dotato di un potere che glielo permette) e fungere da giudice, giuria e perché no in alcuni casi boia in una visione di giustizia che non esiterei a definire fascista.
Certo, nel corso dei quasi 100 anni di storia del genere stesso, si è cercato di ovviare a questo problema in più di un modo, ma, complice comunque tutta una serie di situazioni sistemiche sociali legate al racconto dei superuomini, questo retrogusto di fantasia di potere non si è mai del tutto spento, accendendo spesso e volentieri feroci discussioni tra appassionati, lettori casuali, o persone che si credono estremamente intelligenti perché sono riusciti a capire un dilemma filosofico nella narrativa per i bambini. Se sentite dell'ipocrisia nelle mie parole è perché c'è, ovviamente.
Nel 1940, un giovane autore di fumetti di belle speranze, Jack Cole, venne assunto alla Quality Comics sotto l'ala del maestro Will Eisner per lavorare ad una nuova lunga lista di personaggi pronti ad invadere le edicole di tutta l'America.
Cole non era un novellino del mestiere, anzi, lavorava già dal 1936, e si era fatto le ossa sul fumetto umoristico, creando uno suo stile molto morbido e bizzarro, oltre a lanciare sul mercato tutta una serie di personaggi tanto dimenticabili quanto iconici della famosa Golden Age del fumetto americano, calibrando il suo stile per essere più in linea con la graniticità che veniva richiesta per parlare di superuomini.
Cole sapeva fare quindi un po' di tutto: era in grado di fare un certo tipo di splatter piuttosto raro con il suo The Comet, sapeva far ridere, sapeva imitare gli stili altrui (fu per qualche tempo ghost artist di The Spirit) e sapeva sempre tirar fuori dal cappello qualche idea stramba. L'unico grande problema è che di solito le sue cose non andavano mai in porto del tutto.
Magari la casa editrice per cui aveva creato qualche personaggio chiudeva, magari le sue strisce umoristiche non ottenevano il successo sperato. In qualche caso addirittura l'editore lo considerava una sorta di ruota di scorta: leggenda vuole che Everett “Busy” Arnold, socio della Quality, fece creare a Cole Midnight, un fumetto poliziesco molto simile a Spirit, poiché temeva che Will Eisner potesse morire in guerra durante il servizio militare, lasciando la casa editrice senza il suo fumetto di punta.
Insomma, Cole era un fumettista preparato, in grado di spaziare fra i generi, e sapeva fare tutto da solo, testi e disegni (cosa non così comune): quello che gli serviva era una grande occasione.
E quella grande occasione arriverà con Police Comics numero 1, albo dove a Jack verrà dato... uno spazio su una serie di secondo piano. Sì, il titolare di Police Comics era Firebrand, un meteorico giustiziere senza poteri, ma se osservate bene sulla copertina di quel primo numero, appare il bel faccione di un certo Plastic Man.
Le origini del nostro sono tanto semplici, quanto strane: Eel O'Brian è un piccolo criminale che viene ferito in uno scontro con la polizia, e sfortuna vuole che all'interno di una delle sue ferite cada dell'acido. Rimasto in fin di vita, Eel viene curato da un gruppo di monaci, e dopo aver scoperto di aver sviluppato l'incredibile potere di trasformare il suo corpo in quello che vuole, lascerà indietro la sua identità di criminale per combattere il male con il nome di Plastic Man.
E già qui, le cose da dire sono tante, cercherò di mettere ordine. Partiamo dal punto di vista grafico: Cole mette in scena un teatro dell'assurdo, un mondo fatto di guardie, ladri e un tizio che si trasforma in un scoiattolo volante gigante. Tutta una serie di avventure ai limiti del grottesco, e in alcuni casi dello splatter, dove però torreggia sempre questa figura il cui corpo è solido come una roccia, e fluido come l'olio.
Plastic Man era in grado di affrontare pericolosi mafiosi che venivano mandati al manicomio dal fatto che dovessero affrontare un supernemico che li potesse inseguire ovunque, essere qualunque cosa, al dover fermare una ragazza che non sapeva di avere una voce ipnotica e che veniva manipolata da un piccolo criminale sordo.
In alcune avventure i palazzi prendevano vita, le tipologie di corpi presenti all'interno delle storie erano innumerevoli, la regia della tavola era irregolare ed influenzata dai film screwball comedy che andavano di moda in quel periodo. Quella che sembrava una satira del mondo del fumetto di supereroi ad un occhio inesperto, era in verità forse il distillato più puro del genere, una visione che non temeva di mostrare tutte le contraddizioni di un mondo finto, che doveva parlare al mondo reale.
Cole arriverà anche a dare un assistente al suo personaggio, un sidekick come i veri eroi, un altro ex criminale chiamato Woozy Winks, il cui superpotere era essere stato benedetto dalla natura perché non gli capitasse nulla di male a livello fisico. Questo non salvava Woozy dal finire in situazioni ancora più surreali di quelle delle storie precedenti e, nelle storie dove il secondo diventava primo protagonista, di lanciarsi a tutta birra in quel fumetto comico che Cole non era riuscito a far apprezzare negli anni precedenti, ma che ora lo avevano reso una star.
Dopo poco tempo, Plastic Man si sdoppierà, apparendo sia su Police Comics, sia su una testata personale (che conteneva sia avventure nuove sia ristampe com'era consuetudine all'epoca), e il personaggio di Cole entrerà nella grande macchina produttiva del fumetto americano anni 40, dove dopo qualche tempo i personaggi più famosi venivano smazzati a tutta una serie di ghost artists più o meno abili, che porteranno poi nel 1953, dopo quasi 50 numeri (pubblicati più di 60, ma l'ultima dozzine di uscite erano tutte di ristampe) a vedere chiudere la testa del nostro Eel.
Ritrovatosi senza ingaggio fisso, Cole inizierà a disegnare alcune pin-up secondo i dettami della “good girl art”, modificando ancora il suo stile, finendo poi ingaggiato per diventare uno dei vignettisti ufficiali di una rivistina da nulla che stava nascendo all'epoca, una rivista chiamata Playboy. Dal 1954 al 1958 Cole sarà quindi conosciuto come uno dei più apprezzati vignettisti per un pubblico adulto. Quanto apprezzato? Beh, il secondo merchandise messo in vendita dalla rivista, fu proprio una raccolta dei suoi disegni.
Dopo anni di duro lavoro, Cole era arrivato al successo, aveva un impiego più o meno fisso, guadagnava molto bene, e soprattutto faceva ridere la gente. Quindi, quando nel 1958 Jack Cole comprò un fucile, si chiuse nella sua auto e scrisse una lettera alla moglie e al suo editore dicendogli che se avevano ricevuto quel messaggio, era perché si era tolto la vita... Il mondo del fumetto ne fu sconvolto come un fulmine a ciel sereno. Come molte storie, fatte di persone che raccontano cose ad altre persone con la sprezzante saccenza di sapere tutto di persone che non si conosce, sul suicidio di Cole ci sono mille ed un pettegolezzo, che francamente non ci interessano.
Quello che ci interessa è parlare della sua opera, del suo Plastic Man, prima che venisse gestito da altri, perché è lì che stanno i semi non solo di una rivoluzione del genere stesso, ma di una grandissima risposta alla domanda che nel 1938 Siegel e Shuster avevano posto al mondo: cosa farebbe un uomo che può fare tutto?
Plastic Man è diventato negli anni un personaggio tanto di culto, quanto intrappolato in una bizzarra dicotomia: il dover far ridere a tutti i costi, o essere narrato in storie serissime dove non c'è niente da ridere, per mostrarci che anche i clown piangono.
E questo è... limitante. Limitante a dire poco, come analizzare il personaggio e vederlo solo come una semplice parodia di un genere che spopolava, come vedere l'idea alla base della sua creazione come un semplice pretesto per dar spazio ad un autore di raccontare le cose col suo stile.
Perché certo, Plastic Man è tutto questo, ma, e qui ruberò le parole a Joe Kelly, scrittore di fumetti americano che inserì Plastic Man nella sua versione della Lega della Giustizia (il catalogo Quality e tutti i suoi personaggi vennero acquistati dalla DC Comics sul finire degli anni 50), che raccontava il personaggio come «L'ispirazione che ha preso forma» .
Non è mai semplice scrivere una bella storia, come non è mai semplice disegnarla. Ma nel mondo dei supereroi, nel mondo delle regole scritte e non scritte, delle citazioni, dei colpi di scena, della narrativa in sei (a volte cinque) atti, scrivere alcune storie è più semplice.
Batman, Superman, Wonder Woman sono tutti personaggi tanto iconici quanto codificati, si scrivono dentro certi paletti, e per uscirne bisogna esserne consci davvero e trovare un qualcosa che sia davvero interessante, davvero originale.
Plastic Man, limiti non ne ha.
O meglio, li ha, e sono il rosso, il giallo, il nero e il rosa. Ma oltre a quello? Nessuno. Cole aveva creato un personaggio così poco codificato, perfetta sintesi tra idea creativa ed idea narrativa, che è quasi impossibile rifare un qualcosa che anche solo si avvicini all'originale. La completa libertà di storie senza senso incontrava la piena libertà artistica di creare forme senza senso, che riuscivano però ad analizzare il mondo, la realtà, sotto gli occhialoni di un eroe, che era forse un'estensione del suo creatore.
E poi, quella cosa che mi ha sempre colpito, nella sua poetica naif che è quello che rende davvero interessante il fumetto americano anni 40: alla base di Plastic Man c'è un qualcosa di tanto irreale che mi fa sorridere solo a pensarci. Eel O'Brian era un piccolo criminale, per sua stessa ammissione un uomo cattivo e meschino, e nel momento in cui ottiene il potere di poter diventare tutto quello che vuole... decide di diventare un uomo buono.
Dopo Superman, l'eroe a cui avevano tolto tutto, e aveva deciso di dare tutto ciò che gli era rimasto agli altri, Plastic Man è l'eroe che più ha capito quel concetto di positività bambina, di mito, di leggenda che permea la narrativa supereroica.
Perché, è vero che il fascismo prende il potere tutto per sé, ma indietro non dà nulla. Alcuni supereroi, invece, prendono il loro potere, e dedicano tutta la loro esistenza a far sì che possa essere utile agli altri.
Questo ovviamente non è un balsamo salvifico, non è la carta “esci gratis di prigione” che ci permette di fare uno scacco matto a chi giustamente muove critiche ad un certo tipo di storie, ma è un punto di vista in più.
Un punto di vista che permea ogni singola vignetta del Plastic Man di Jack Cole, anche quelle più sceme fatte solo per strappare una risata.
Plastic Man aveva qualcosa per tutti: per il lettore impegnato che voleva trovare un qualcosa di diverso dai soliti fumetti, per l'appassionato di arte che poteva vedere composizioni stratosferiche, per il lettore che fa delle sovraletture cosmiche quando parla di opere anni 40 che per un tizio forse erano solo lavoro.
L'unica costante di questo groviglio di colori e stranezza, l'unica definizione che si può dare che comprenda tutto questo mare di cose è tanto semplice quanto ricca di una banale innocenza naif: il Plastic Man di Jack Cole è un capolavoro del fumetto.
Una delle serie che più mi ha segnato nella mia esistenza di lettore, e di appassionato. E sebbene questa sia una serie sul cambiamento, non credo cambierò mai idea a riguardo.
Giovanni Campodonico










