Comicon 2026 – La voglia di scappare: Intervista a Vaga

Al Napoli Comicon 2026 abbiamo intervistato Vaga sulla sua nuova opera, Fujakkà, pubblicata da Edizioni BD

In occasione del Napoli Comicon 2026 abbiamo avuto il piacere di intervistare Valentina Galluccio, in arte Vaga, per parlare della sua nuova opera, Fujakkà.

Fujakkà parla di tre persone, due ragazzi e una persona più adulta, e di come, nonostante tutte le differenze, siano accomunate dal desiderio di andare, di scappare, da alcuni luoghi e soprattutto da alcuni sentimenti. Un viaggio che si divide tra passato e presente e che rappresenta quel sentimento di inadeguatezza che accomuna molte persone. 

In questa intervista Vaga ci ha raccontato come è nata questa nuova opera, edita da Edizioni BD, uscita in anteprima al Comicon. Tra sfide con la sua prima opera di grande successo, Dog, e riflessioni sul sentimento di scappare, con particolare riferimento al sud, Vaga ci racconta anche quanto c’è della sua vita in questo suo nuovo fumetto e come è avvenuta la lavorazione.

Ciao, Valentina, bentrovata. Allora, partiamo dal titolo: Fujakkà. È una delle prime cose che ti è venuta in mente della storia oppure è arrivato solo alla fine? Come hai scelto questo titolo?

Allora, stavo scrivendo e stavo ascoltando un brano dei 99 Posse, perché il titolo di un loro brano è proprio Fujakkà. All’inizio doveva essere un titolo provvisorio, quindi l’ho presentato a BD come provvisorio e poi mi sono accorta che tutti quanti sbagliavano a pronunciarlo. I ragazzi di BD principalmente sono milanesi e quindi lo pronunciavano Fujakká o Fugiakka, è stato simpatico. Poi, visto che io ho curato anche la veste grafica della copertina, ho pensato di impaginarlo in stile manga, perché ho pensato: tutti lo pronunceranno male, se non lo legge un napoletano, quindi lo lascio così e faccio questa cosa interattiva con il lettore che secondo me è divertente. Infatti sul retro del libro la copertina è specchiata, i personaggi sono i due protagonisti ma adolescenti e c’è di nuovo il titolo replicato, però sulla destra. Quindi praticamente la gente lo gira e inizia a sfogliarlo come se fosse un manga, legge Fujakkà pensando sia un manga. 

Sicuramente non è stato facilissimo approcciarsi a un nuovo lavoro dopo un’opera importante come Dog, che ti ha dato tanti riconoscimenti, ma che certamente non era stata semplicissima da realizzare, no?

Sì, non ti nascondo che avevo e ho ancora un sacco di ansia da prestazione. Nel senso che Dog è andato molto bene, e non me lo aspettavo perché era il mio primo fumetto ed è stato molto istintivo. Quindi quando ho iniziato a scrivere Fujakkà non ci ho pensato, ma quando ho realizzato che lo stavo veramente pubblicando mi è venuta un po’ di ansia da prestazione. È stato molto più difficile realizzare questo, perché la tipologia di storia è più complessa. Ci sono due tempi, passato e presente, che si intrecciano. Quindi proprio come struttura della storia è stato più complicato gestirla. Poi alla fine è andato tutto bene, con l’aiuto del mio editor Dario Sicchio. Mi ha aiutata molto nello sviluppo, mi ha dato un sacco di buoni consigli, soprattutto sull’uso di campi lunghi, sul disegnare il mio quartiere, le mie zone - cosa che non avevo fatto molto in Dog, pur essendo un lavoro autobiografico -. Non è stato semplicissimo perché non lo avevo mai fatto, non sono molto brava a disegnare gli sfondi, paesaggi ecc. Però mi sono divertita, quindi grazie a Dario penso di aver fatto… un buon lavoro, dai (sorride, n.d.r.).

Sicuramente hai avuto un esordio molto particolare, anche dal punto di vista tematico. Penso che fosse anche abbastanza fisiologico smarcarsi a livello di temi. Quale tematica ti interessava esplorare in questa nuova opera? 

Io con Dog ho raccontato una cosa che mi è successa, quindi è stato “semplice” raccontare quello che io avevo vissuto all’epoca. Perché erano cose che io, bene o male, ricordavo. Quindi le ho solo dovute mettere su carta. Con Fujakkà invece è stato più un lavoro sul raccontare delle sensazioni, delle idee, delle emozioni che io ancora provo e non ho ancora risolto. In sostanza questo fumetto parla della difficoltà di lasciare andare, c’è Napoli e si chiama Fujakkà - che poi vuol dire “Fuggire via di qui” - perché metaforicamente i personaggi hanno bisogno di andare via, e hanno paura di farlo. Diciamo che loro vogliono andare via da un luogo, però per me non è solo un luogo fisico quello da cui scappare. Quindi la differenza con Dog è stata proprio quel voler raccontare delle sensazioni che io provo e il bisogno che io ancora oggi sento di lasciare andare. Arte che, onestamente, non padroneggio appieno. Non è la mia comfort zone la sensazione di lasciare andare, però insomma lasciare andare luoghi, persone, situazioni e anche emozioni, sia positive che negative. 

Al centro del libro c’è una coppia. È nata prima l’idea di raccontare questo rapporto o hai pensato prima a uno dei due personaggi e poi hai costruito l’altro in funzione di uno dei due?

I personaggi sono nati praticamente tutti insieme perché è come se fossero un’unica persona. C’è una coppia però c’è anche un terzo personaggio, che è un uomo più grande (quando parlo del passato è un uomo di mezza età e quando parlo del presente è ormai una persona anziana). Però è come se fossero tutti e tre la stessa persona, quindi io non parto scrivendo i personaggi. Parto, soprattutto con Fujakkà, scrivendo le sensazioni che volevo raccontare. Questo bisogno di crescere, evadere, lasciare andare. Loro sono nati perché hanno tre caratteri completamente diversi, però fondamentalmente hanno un filo rosso che li lega. È appunto questa sensazione di non essere mai nel posto giusto al momento giusto. Di aver perso tempo oppure di non sentirsi a proprio agio nelle situazioni, nei luoghi e anche con i propri sentimenti, sia negativi che positivi. Quindi io credo siano nati praticamente tutti e tre assieme perché è come se fossero tre persone uguali che però evolvono, ovviamente, in modo diverso all’interno della storia.

Invece l’idea di raccontare due momenti diversi della loro vita valorizza il concetto della difficoltà di lasciarsi andare. Vedere come sono cambiati o non sono cambiati i personaggi con il passare del tempo. Ti è venuta subito questa idea o a un certo punto hai pensato che facendo così davi al tutto più forza?

No, avevo proprio bisogno di dividere questa storia. Anche per far sentire la sensazione al lettore del tempo che passa e dell’immobilità che queste persone vivono. Perché il titolo è Fujakkà, queste persone vogliono scappare, si muovono, si agitano, vogliono fare tante cose, però poi di base restano sempre fermi allo stesso posto, stesse situazioni e stesse paure. Quindi giocare con il passato e con il presente mi dava l’opportunità di far capire al lettore quanto fosse lungo il tempo in cui i personaggi alla fine non riescono a risolvere i loro drammi personali e restano incastrati in queste sensazioni che si portano dietro dall’adolescenza all’età adulta. Non riescono, di base, a crescere davvero. Poi ovviamente nella storia c’è un’evoluzione dei personaggi, ma qualcuno resta un po’ più adolescente, bambino. Qualcun altro invece riesce ad evolvere e a crescere e a sentire un senso di colpa verso quello che sa di dover lasciar andare.

È anche un po’ un racconto generazionale, anche abbastanza universale, nell’idea di raccontare persone che vogliono evadere, non per forza solo a livello fisico, ma anche come condizione esistenziale. C'è un po’ della gioventù del sud, perché poi si parla anche di quello, dell’emigrazione dei giovani del sud verso il nord, verso altri posti. Essendo una storia ben geolocalizzata, c’è anche questo aspetto, no?

Sì, questa sensazione di voler andare via e lasciare il sud e lasciare Napoli, casa mia, è una cosa che io ho provato da adolescente e sono andata via da Napoli. Un po’ tutti i miei amici erano di base proiettati verso la fuga, appunto. Credo che questa cosa negli anni sia molto cambiata, a livello generazionale, però per quanto mi riguarda ho combattuto un sacco con questa voglia di scappare. Oggi ho fatto pace con la mia città, sembrerà banale ma amo Napoli, voglio restare qua e sento che è il momento di mettere radici in questo luogo. Non è sempre stato così, tra l’altro è anche strano a dirsi ma questo discorso non tutti lo accettano. Siamo una città che è complicata, lo sappiamo tutti, e ammettere che finalmente è arrivato il momento di rimanere qui, con le persone che amo e a cui voglio bene è sempre un po’ complicato. Gli altri mi hanno vista sempre come una persona che voleva scappare, voleva andare via, era sempre in movimento; non credo sia più così. È ovvio che ora io sono grande, quindi sarà anche l’età. Sento ancora nei ragazzi napoletani, ma anche in quelli del sud in generale, la voglia e l’esigenza di andare via, di scappare. Però con l’età posso dirti che secondo me - e poi è anche un po’ quello che c’è scritto all’interno del fumetto - non risolverei nulla andando via. L’ho già fatto, mi sono solamente portata i problemi in giro, quindi al di là del voler risolvere cose personali, ho bisogno di stare qui nella mia città e nei miei posti.

Quanto è complicato decidere quando di sé mettere nelle opere? Sicuramente lo era già in Dog, ma magari anche qui, indubbiamente, c’è tanto di te. Quanto è complesso decidere quanto esporsi nelle storie?

Per me è semplicissimo, non ho filtri. Almeno all’inizio. L’ho fatto con Dog, l’ho fatto con Fujakkà e probabilmente lo farò sempre. Però ti devo dire che con Fujakkà, mentre stavo disegnando e scrivendo, mi ricordo che una sera ero a casa e c’era questo mio amico, lui non disegna però è appassionato di fumetto, guarda le tavole che stavo facendo e c’erano anche dei balloon provvisori con il testo. Noi non ci conoscevamo ancora bene all’epoca, eravamo in quella fase in cui ci stavamo conoscendo e all’inizio vuoi far vedere il meglio di te a una persona, magari ti piace. Lui mi dice: “Ah, Vale, ma quindi questo è quello che c’è nella tua testa, che bello, non vedo l’ora di leggerlo!”, e io ho fatto tipo: “Ah, oddio, cavolo!” (ride; n.d.r.). Perché poi è solo la consapevolezza che leggeranno soprattutto le persone che conosci, perché di quelle che non conosco non temo il giudizio, ma familiari, parenti, fidanzati, fidanzate, amici, amiche... Devo dire che con Fujakkà l’ho sentito un po’ di più, sarà che è la seconda opera e quindi già ero reduce dai commenti di Dog. Paradossalmente Dog è una storia terribile, però è una storia autobiografica, è una cosa che mi è successa e che io ho deciso di raccontare. Qui invece è diverso, perché è proprio quello che c’è nel mio cervello e allora ho avuto un po’ il timore, è stato un po’ difficile devo dire. Sono ancora in quella fase iniziale in cui ho appena visto per la prima volta il fumetto stampato, non lo avevo ancora sfogliato (ride, n.d.r.). Non so rispondere bene a questa domanda, nel senso che da un lato è complicato, come ti dicevo, e dall’altro invece è molto semplice. Vedremo, perché in questo ci sono delle cose molto creepy che però non ho censurato, vediamo. 

Io ho letto il fumetto in anteprima in digitale e mi è sembrato che quel formato non rendesse al meglio, perché Fujakkà immerge il lettore nelle tavole e ha vari momenti di riflessione.  Quando tu scrivi e disegni, pensi alla pagina, pensi proprio all’oggetto libro o no?

Tantissimo. Io sono grafica, mi occupo anche di grafica, infatti la veste grafica l’ho curata tutta io: font, caratteri, palette, colori, con l’aiuto di Giovanni Marinovich, che è l’art director di Edizioni BD. Infatti quest'idea di usare un verde fluo è stata anche una grossa paura perché il verde fluo è una roba difficilissima da azzeccare, però nella versione stampata va bene. Penso tantissimo al formato, al fatto che la gente lo sfoglierà (e infatti come dicevo proprio per quanto riguarda il titolo ho giocato sul fatto che la gente lo leggesse male). Anche le illustrazioni interne, tipo le doppie splash, il fatto che da una pagina all’altra puoi saltare da un capitolo all’altro. Io penso molto al formato, sarà che essendo grafica sono sempre a stampare roba, pensare come impaginare le cose. Sì, forse il formato digitale non rende, credo. 

Be', hai un digitale che ti fa vedere la singola pagina, il fattore scroll…

Eh no, così no. Ci sono molte pagine che devono essere lette insieme. Non ripudio il digitale, va benissimo, però per quanto mi riguarda penso proprio al prodotto in sé, come oggetto. Me lo immagino in libreria, a casa che qualcuno se lo mette lì e decide dove posizionarlo in base alla palette di colori, poi vabbè questa è una roba… (ride, n.d.r.). Però ci penso tantissimo, sia come fruizione durante la lettura e sia come oggetto d’arredamento, diciamola così. Non so se è una blasfemia, però per me è così (ride, n.d.r.). 

Dal punto di vista delle tavole, del tuo segno, senti di aver avuto un’ulteriore evoluzione rispetto a Dog?

Sì, ho proprio stravolto il segno, in alcuni casi. Le prime pagine somigliano molto a Dog, poi andando avanti credo di aver cambiato quasi stile. Certo, spero di essere sempre riconoscibile, però a me di questa storia della riconoscibilità onestamente interessa poco. È vero, bisogna essere riconoscibili perché per una questione di mercato ecc… Lo capisco. Però per Fujakkà io avevo bisogno banalmente di disegnare i volti in maniera diversa. Per fare questo avevo bisogno, ad esempio, di disegnare gli occhi in maniera diversa. In Dog gli occhi erano delle linee, qui in invece sono molto più espressivi. Questo perché i due ragazzi fanno questi giochi abbastanza al limite, sfiorano la morte più e più volte ecc, però fanno anche molte gag. Quindi avevo bisogno di dare espressività ai personaggi, di farli recitare in maniera diversa, di farli recitare proprio con l’espressione del volto e quindi per quanto riguarda lo stile di disegno sì, credo di aver avuto un’evoluzione e di aver anche un po’ stravolto lo stile in Fujakkà rispetto a Dog. Però penso anche per quanto riguarda la modalità di scrittura. Poi io amo le sfide con me stessa, quindi ho pensato “Dai, facciamo un fumetto di 200 pagine, con passato e presente. Cerchiamo di incastrare tutto in modo che torni, senza fare danni” (ride, n.d.r.). Tipo come quando in polizia cercano il criminale e mettono tutte le fotine al muro per ricollegare tutti gli eventi, ecco, è stato un po’ così con Fujakkà. La scena del crimine (ride, n.d.r.).

Bene, speriamo di avere modo di tornare presto a parlarne, grazie di tutto e a presto!

Intervista a cura di Giuseppe Lamola e Filo Torta, con la collaborazione di Giosuè Spedicato


VAGA

Valentina Galluccio, in arte VAGA, ha frequentato l’istituto d’arte, indirizzo abbigliamento e moda e disegno. Finito il liceo, ha vinto una borsa di studio in una scuola di danza a Firenze dove ha vissuto per due anni per poter diventare una ballerina di danza contemporanea, lasciando in secondo piano la mia passione per il disegno. Nel 2016 ha deciso di riprendere gli studi, così ha frequentato un corso d’illustrazione della durata di tre anni alla Scuola Italiana di Comics a Napoli. Durante gli studi, si è appassionata al mondo dell’animazione 2D che le ha permesso di esplorare nuovi campi dell’arte ampliando i suoi orizzonti. Vincitrice del Lucca Project Contest 2022, la giovane autrice ha presentato a Lucca Comics & Games 2023 l’opera d’esordio Dog, graphic novel sulle insidie di una relazione tossica raccontate attraverso le esperienze e i sentimenti della giovane ragazza alternativa Mia. L’opera è stata candidata ai premi Micheluzzi 2024 nella categoria “Miglior Opera Prima” e l'autrice ai Premi Boscarato come "Autore rivelazione dell’anno”. A COMICON Napoli 2026 presenta Fujakkà, storia ambientata in una Napoli sospesa tra realtà e allucinazione.

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