Comicon 2026 – Belmiele e quel desiderio di bruciare tutto: intervista a Simone Pace

Tra aneddoti e riflessioni, Simone Pace ci racconta com’è nata la sua ultima opera, la sua protagonista, i luoghi e i significati

Al Napoli Comicon 2026 abbiamo intervistato Simone Pace che, con la sua nuova opera Belmiele, racconta un western fantasy nato dai luoghi della sua infanzia. 

Belmiele narra di una bandita che ha l’irrefrenabile istinto di bruciare tutto a causa di un crudele passato. Con un atteggiamento che sembra essere orientato all’anarchia, Belmiele si chiede cosa possa fare per migliorare un mondo che le fa schifo. 

Il legame tra quest'opera e l’attualità è evidente. Attraverso questa storia possiamo entrare nella mente dell’autore, tra passioni e riflessioni sul presente.

Nel corso delle tue opere hai delineato un itinerario che si muove su vari generi narrativi e che ti ha portato, in questa nuova opera, a mantenere qualcosa, a livello di tematiche, però anche ad affrontare un percorso inedito. Quanto ti interessava distaccarti rispetto a quello che hai fatto prima e quanto ti interessava invece mantenere un certo filo?
Diciamo che se per Cuore, la mia seconda opera, c’era proprio l’esigenza di fare qualcosa di diverso, di distaccarmi, e mi sono anche forzato per trovare altro, con una serie di fatiche iniziali, in questo caso è stata una storia che si è veramente fatta da sola. È un approccio diverso rispetto alle mie storie precedenti, che avevo in testa da molti anni, da molto prima di scrivere Fiaba di cenere. Ho trovato la chiave per raccontarlo soltanto adesso ed è venuto da sé il contesto e il genere narrativo, che è una sorta di western fantasy con ibridazioni varie. Il fatto che fosse, per alcuni versi, vicino a Fiaba di cenere, per esempio il fatto che c’è l’elemento del fuoco, non mi hanno dato nessuna noia e non ho fatto nessun tentativo per allontanarmi, la storia ha preso tutta un’altra piega che non c’entra niente con Fiaba di cenere. Devo dire che è stata un’opera in cui, per una serie di ragioni, anche logistiche ma non solo, non ho pensato ma ho soltanto fatto. Quindi è stato perfetto. È stato un lavoro lucido, centrato e anche rapido per questo, quindi non ho fatto sforzi per distaccarmi.

Parlando di tempistiche, indicativamente quanto hai impiegato per la realizzazione?
Allora, ho lavorato con un metodo diverso dal solito, cioè in questo caso ho scritto una sceneggiatura, chiaramente per proporre all’editore l’opera, e poi ho tirato giù tutto quanto il layout della storia, quindi ho abbozzato tutte le pagine, sono sulle 170 pagine se non ricordo male, mentre nelle opere precedenti lavoravo capitolo per capitolo, anche per una questione di pubblicazione online e in capitoli. In questo caso sapevo che sarebbe stato un libro “tutto intero”, la divisione in capitoli mi è servita per esigenze narrative e alla fine ho riprodotto lo stile americano come tipo di formato, sono una ventina di pagine a capitolo. Ho fatto il layout di tutto per avere la storia tutta completa prima di iniziare a disegnarla, con tanto di testi definitivi e tutto. Questa cosa mi ha preso circa tre mesi, in altri circa sei mesi o qualcosa in meno ho fatto il resto. Quindi nove mesi.

Una cosa che colpisce tanto fin dall'inizio di questa storia è l’ambientazione. In genere hai molta cura per l’ambientazione sia da un punto di vista visivo che narrativo, qui mi sembra che tu ci abbia dedicato tanta della tua cura, da quello che emerge dalla lettura. Quanto era fondamentale per te rispetto al racconto in generale?
In questo caso l’ambientazione è reale, nel senso che in gran parte sono luoghi della mia terra, di un territorio in particolare che si chiama Cicolano, che è a metà tra l’Abbruzzo e il Lazio. Ho preso delle scene dai miei ricordi, dai paesini che sono lì, dai laghi che sono lì. È un territorio di brigantaggio, storicamente è un territorio che molto si avvicina alla mia idea di western. Da sempre questa storia era un western ambientato negli appennini, quindi molto montano, meno praterie brulle e più laghi e valli. Potete ritrovare tutto in quelle zone, se leggerete questa storia e visiterete quei luoghi vi ritroverete, sono abbastanza convinto. Chiaramente anche in questo senso c’è stato un word building che è stato più un far riaffiorare dalla mia memoria piuttosto che creare un design da zero e anche la logistica degli spostamenti è stata comoda, perché io ho sovrapposto una mappa mentale a dei luoghi esistenti. Poi ho creato una piccola mappa dello Stato in cui ho ambientato questa storia, che si chiama la Faglia d’oro, che poi alla fine è una sorta di Svizzera, però territorialmente è Cicolano, quindi in quel senso è stato molto immediato.

Questa idea di riportare la narrazione di genere in dei luoghi molto specifici italiani è un qualcosa che, immagino, ti frullava in testa da tempo, perché c’era nelle autoproduzioni da cui sei partito. È un po’ circolare come cosa, essendo partito da lì e trovandoti ora con una storia che ha delle similitudini, no?
Sì, dovete sapere che Gli Audaci mi seguono dall’anno zero, quindi sanno tutto lo storico (ride; n.d.r.). Sì, in quel periodo la nostra etichetta di autoproduzione che si chiamava Sciame ha prodotto una piccola rivista che si chiamava Armata Spaghetto. All’interno di questa rivista, dal nome già si intuisce, c’era questo tentativo di collegare il territorio d’appartenenza ai generi narrativi, quindi era già tutto lì. Una di queste riviste conteneva la prima avventura di Belmiele quindi, in fase embrionale, era già lì, era già la bandita fuorilegge che bruciava le cose con quest’arma infuocata. È sempre stato quello. Devo dire che, se all’inizio era un’operazione un po’ a tavolino di creare questa connessione territorio-genere, per me adesso è naturale. Cioè non ci son toponimi geografici precisi, sono tutti inventati, appunto l’ispirazione visiva, però non è che c’è scritto Provincia di Rieti. Per me è naturale ambientarlo lì: perché devo andare a inventarmi dei gran canyon quando conosco a memoria i territori in cui queste storie si troverebbero benissimo, è così normale no? E non è nemmeno un lavoro che ho avuto bisogno di anni di preparazione, secondo me basta guardarsi intorno certe volte.


Dicevi che Belmiele è un personaggio che avevi in mente da tanto. La caratteristica di Belmiele è appunto essere una bandita, ma soprattutto è questo desiderio di bruciare il mondo, che nello stereotipo è un desiderio giovanile. Cos’è il fatto che ti ha fatto scattare l’idea di riraccontarlo in questo momento?
Ho concepito questo personaggio in un periodo in cui io sognavo di bruciare il mondo. Questo oltre a essere la storia di Belmiele è un piccolissimo fumetto saggistico sull’anarchia. È un fumetto su delle idee politiche che tendenzialmente ti catturano quando sei giovane, che la vita ti porta ad abbandonare e a considerarle sempre più utopiche. È anche una riflessione su quel te stesso in un certo senso. Però mi è sembrata una riflessione che mentre la facevo per scrivere la storia non è così peregrina, cioè Belmiele si pone delle domande su come potrebbe andare meglio l’esistenza, poi si dà delle risposte appunto feroci, è un personaggio aggressivo nel suo approccio alle cose, nichilista, è un personaggio che porta alla fine di tutti quelli che l’accompagnano, sono tutti dei malcapitati; è un personaggio che non ha dei piani precisi se non quello di bruciare quello che trova sin da quando è piccola. Però, se ci pensate, noi abbiamo la risposta quando guardiamo il mondo e ci fa schifo? Cioè lei almeno una risposta se la dà, chiaramente non è la mia risposta, non voglio incitare a bruciare le cose. Però è comunque una domanda che una persona giovane, magari naif, però con uno sguardo più genuino sul mondo, si fa. Non si può non fare questa domanda davanti a certe cose ed è sicuramente un fumetto di denuncia rispetto alla guerra. Come si fa a non parlare di questo in qualche forma, in qualche modo? Non si può far finta che non c’è. Cioè tu scrivi una storia e vivi oggi, come fai a fare finta che non succede quello che succede? Ho la possibilità di raccontare una storia fantastica, quindi do la risposta fino in fondo. Lei è alla ricerca comunque, nel finale si capisce che lei non sa che cosa deve fare, se quello che fa è giusto, però comunque è un istinto a cui deve dare seguito.

Abbiamo intervistato Deniz Camp, autore che scrive per Marvel e DC, quindi di un altro mondo editoriale, e ci ha detto una cosa simile e cioè che quando racconti il presente finisci per parlare di certe cose inevitabilmente. Tornando a quello che dicevi al fatto che sia un fumetto che parla di anarchia. Tu esemplifichi questo ideale, cioè Belmiele trova un libro che non è Michail Bakunin, ma è una citazione di Fabrizio De André. Quanto pensi che l’arte possa ispirare l’azione politica? O era più un omaggio, il tuo?
Non sono un citazionista tendenzialmente. In questo caso ci tenevo, questo è più un regalo al me stesso di quindici anni probabilmente. L’arte può ispirare l’azione…ma guarda nel senso De André è proprio l’esempio di una definizione dell’anarchia nell’arte e non nell’azione, perché De André ha cantato il Maggio francese, ma non ha mai messo in atto il Maggio francese. Purtroppo credo che anche oggi chi mette in atto certe filosofie, non può che rimpicciolirle, purtroppo. Proprio perché l’anarchia non è il bruciare il mondo, quello è il primissimo step di una filosofia molto più complessa che probabilmente è inattuabile per una serie di ragioni.
Belmiele è un personaggio che da bambina viene messa davanti a delle ingiustizie enormi, a un dislivello di vita, e lei ha assaggiato entrambe le vite, quelle del benestare e quelle del malessere più totale, e di fronte a questo non può che provare un rancore atavico, quindi vuole bruciare tutto. Lei stessa legge questo libro, ma non è una propagandista, come lo è invece l’altro personaggio che poi fa un’altra fine. Lei è una persona che lo ha letto e semplicemente ha creato in lei un fomento, però è qualcosa che già c’era, lei era comunque un essere nichilista. Lei è il primo step di un processo, se vogliamo ragionare in termini anarchici. Un processo che non ha un fine e purtroppo oggi quando si parla di anarchia sembra che il fine sia tutto lì, cioè l’anarchia sia soltanto questo primo step. Purtroppo è la grande contraddizione di tutto ciò.

Forse per formazione, ma di fronte a un personaggio come Belmiele, mi vengono in mente certi personaggi di manga shōnen, come Sasuke di Naruto che di fronte all’ingiustizia dice “Io voglio bruciare tutto”. Quanto c’è di questa ispirazione in un personaggio del genere?
Non l’avevo mai pensato perché Sasuke per me è un personaggio proprio fiacco purtroppo. Belmiele non ha certezze, ha molta rabbia sicuramente, però non ha certezze. Forse è un Sasuke della prima ora quando ancora gli andava di scriverlo come personaggio a Kishimoto. No, per me è più un Jaku Kaio, un personaggio che è mosso da un fervore e poi si fa a spegnere sul ring. Cioè, non ha nemmeno dei piani, sicuramente c’è una sorta di vendetta, però non lo so, non mi viene in mente un paragone preciso. Secondo me è più che altro un personaggio molto fragile che risponde col fuoco a un mondo che fa veramente schifo. Sì, non mi viene in mente adesso un paragone preciso, se non forse Black Science, come approccio, sempre per l’anarchia. Anche quello lì è veramente un bel trattato all’anarchia.

I capitoli si chiudono spesso con queste immagini, con queste splash page con un'iconografia che sembra quasi da manifesto bellico. Volevo sapere se c’era un pensiero dietro questo approccio.
Allora, questa è stata l’ultima trovata prima dell’uscita del volume. La cosa per me principale era che avesse una linea narrativa piuttosto dritta questo fumetto. È un concatenarsi di eventi, ci sta tutta una parte di flashback, però la narrazione principale è un unico filo narrativo quasi senza stacchi. È la storia della fine della bandita Belmiele (non è uno spoiler perché ci è scritto pure dietro in realtà, quindi va bene). Però non riesco a evitare di raccontare un mondo fantastico attorno a queste storie perché mi piace troppo, quindi volevo che ci fossero degli assaggi di lore. Perciò i manifesti sono stati degli elementi che volevano semplicemente approfondire, arricchire qualcosa che nella storia c’è e utilizzare questo metodo è sembrato interessante e visivamente d’impatto. I primi sono stai quelli sul reclutamento, perché c’è una guerra in sottofondo, che non è vista però c’è costantemente un'eco. Poi si sono aggiunti altri tasselli che volevo raccontare, poi a un certo punto avrei fatto duecento manifesto e ho detto “No, basta”, sennò prendevo un’altra piega. Però devo dire che mi piace pensare che Belmiele è una storia che quando si legge uno non sente questo gran bisogno di espandere l’universo narrativo, mentre forse in Fiaba di cenere questa esigenza c’è sempre di più, in Cuore anche per certi versi. Belmiele secondo me è la storia di Belmiele, rimane quello. Non so poi se è così, me lo diranno i lettori.

Ti interessava di più anche circoscrivere maggiormente il raggio.
Sì, anche. Sicuramente, sì.

Da un punto di vista visivo, ci sono delle tavole con un ritmo scandito da micro vignette, con anche tanti personaggi, poi invece ci sono anche tavole con delle vignette orizzontali. Hai avuto modo di gestire il ritmo narrativo, anche il layout, in maniera anche abbastanza libera, no?
Sì, sicuramente un lavoro che da Cuore ho iniziato a fare è scardinare le gabbie rigide che ho usato in tutta la prima fase del mio lavoro, compresa l’autoproduzione, mi sono basato su gabbie molto rigide. Cuore aveva la griglia bonelliana. Prima utilizzavo la doppia striscia italiana vecchio stile, alla Diabolik, poi piano piano ho sempre fatto più un lavoro per scomporre. Il mio prossimo fumetto sicuramente avrà una gabbia americana, cioè che proprio esce fuori dai bordi. Ma perché alla fine mi sento di padroneggiare delle cose e ne voglio provare altre. Sicuramente la mia tendenza è quella di andare sul pop più totale, mi piacerebbe mettermi in gioco con il super eroistico anche, non in senso di carriera. Mi piacerebbe contaminarmi con il pop più pop, partendo da un imprinting che è molto più underground. Quindi in questo senso integro e vedo come maneggiare le varie cose. Adesso mi sento più a mio agio con le gabbie più libere e quindi posso portare avanti questo. Per esempio una cosa che vorrei inserire, che per me è stato un tabù fino ad adesso, è la voce narrante, la didascalia, perché no? Ho già una storia in testa, sì.

A me ha colpito molto l’uso dei colori, perché comunque, un po’ la lettura in digitale spara i colori, però mi è sembrato molto efficace nel dare sia la sensazione del fuoco ma anche di questo contrasto fra la natura lussureggiante e poi invece gli ambienti completamente diversi e con il campo in cui Belmiele si trova a vivere a un certo punto. Quanto pensi al colore? È una cosa a cui pensi subito anche per dare un certo mood alla storia o ti arriva dopo?
Nel caso di Belmiele, anche questo è stato piuttosto immediato perché me lo ha suggerito la palette. A parte che, una volta che avevo capito che sarebbe stato western, ho avuto delle grandi agevolazioni: il western ha delle palette abbastanza solide e lì ho inserito anche il mio perché c'è il fuoco. Io fisso il fuoco un sacco di tempo, mi piace tantissimo, lo guarderei tutto il giorno, quindi cerco di capire come disegnarlo, lo sto evolvendo nel tratto, nei colori. Ho capito che dentro al fuoco non c’è il rosso e basta, c’è il blu, il viola, c’è un sacco di roba assurda. Nella prossima storia che disegnerò sarà ancora diverso sicuramente. La palette è naturale, cioè ho fatto uno studio sulle ombre, ho inserito le ombre in maniera più pop, da fumetto americano, sto leggendo un sacco di fumetti americani negli ultimi anni, e mi piace sfidarmi guardando dei mostri della colorazione, anche se io non ho l’imprinting tecnico come loro. Però piano piano sto capendo cose, quindi su quello l’ho fatto. Però sulla palette vera e propria è istintivo, me lo suggerisce il tipo di storia. Alla fine se disegni delle case di paese, delle radure, i tipi di palette sono quelli. Poi ho giocato anche sulle stagioni, nella storia è sempre autunno, è sempre quel tipo di scelta cromatica che mi piace molto e funziona.

Variant cover di Belmiele firmata da Werther Dell'Edera.

Continuiamo a parlare di pop e fumetto americano: in questa storia c’è una specie di supersoldato. Quanto ti diverte, o quanto è una sfida, inserire questi elementi? È più sfidante oppure invece ispirante fare cose un po’ meno realistiche?
Ogni volta che non disegno dei dialoghi tra due persone su una panchina mi sto divertendo. È il mio abbraccio a me stesso, diciamo che vorrei arrivare a raccontare delle storie realistiche anche per provare quello. Ci ragiono spessissimo, però poi se puoi inserire un drago, perché non lo inserisci? È così bello! Ho messo dei robot, cioè la guerra si combatte con i mecha. Perché? Boh, son belli. Alcuni elementi sono puramente di gusto grafico e penso siano delle cifre stilistiche. Io so che do il mio meglio quando disegno delle cose, perché mi diverto di più a disegnarlo. Aspetto di disegnare 30 pagine per arrivare al punto in cui compare il mostro. È normale che sia così, penso che uno dei grossi vantaggi di scriversi le proprie storie sia far disegnare a me stesso le cose che mi piacciono.

Certo, questo si vede anche nelle tue illustrazioni, poi metti quello che ti appassiona, sia come omaggi, sia proprio come tipologia di scene, di narrazioni, quindi chiaramente è anche un po’ un modo per fare il confronto con quello che effettivamente ti piace.
Sì. Posso fare un appello a tutti quelli che mi chiedono un disegno? Se dovete chiedermi Invincible, chiedetemi Battle Beast non Mark. Chiaramente verrà un disegno più bello. Scusate (ride, n.d.r.).

È un'esemplificazione abbastanza chiara anche dei tuoi gusti, di quello che ti può piacere di più e con cui ti trovi più a tuo agio. Grazie, Simone per essere stato qui e speriamo di ritrovarci presto.

Grazie a voi.

Intervista a cura di Giuseppe Lamola e Filo Torta, con la collaborazione di Giosuè Spedicato.

Si ringrazia Chiara Barone ed Edizioni BD.

Simone Pace

Simone Pace è nato a Rieti. Fin da bambino è affascinato dai racconti fantastici, mitologici e dai miti del folklore della sua terra. L’amore per il disegno e la scrittura lo spinge a raccontare a fumetti. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2016 fonda con altri colleghi il collettivo Sciame, con cui autoproduce, pubblica e promuove storie a fumetti di genere. Nel 2022 esce in edizione cartacea a marchio Edizioni BD Fiaba di Cenere, opera inizialmente pubblicata sulla piattaforma di webtoon Tacotoon. Nel 2023 vince il premio Nuovi Talenti a Romics, mentre la sua autoproduzione Sorbo Rosso è candidata ai premi Boscarato come Miglior Fumetto Web. Dopo una incursione nel cyberpunk con Cuore (edito nel 2024 da Edizioni BD) presenta a COMICON Napoli 2026 la sua ultima opera: il fantasy dalle atmosfere western Belmiele.

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