Non è una questione di genere – Storie di donne e serialità
Un focus sulle donne che hanno trasformato la serialità a fumetti in Italia
Sappiamo che leggere è importante perché permette di arricchire il vocabolario e migliorare le capacità linguistiche. È risaputo anche che la lettura contribuisce allo sviluppo della creatività e del senso critico di ognuno. Quello che però spesso dimentichiamo è l’impatto che la prospettiva di chi scrive esercita su chi legge. Mi spiego.
Se è vero che attraverso la lettura abbiamo la possibilità di capire un po’ di più del mondo e delle relazioni che lo animano, allora dovremmo riconoscere anche che, se dessimo tutto o la maggior parte dello spazio a storie ideate da uomini, ci andremmo a perdere tutti quanti, persino i non-lettori. Questo naturalmente non perché gli uomini, in quanto tali, siano meno creativi delle donne, ma perché la scrittura è un complesso miscuglio di esperienze personali, contesto sociale, formazione e cultura. Ogni autore e autrice porta con sé un punto di vista plasmato e determinato da tutto quanto appena citato.
Escludere o trascurare le voci autoriali femminili significherebbe, da un lato, rinunciare a narrazioni capaci di farci scoprire mondi a cui ancora non avevamo pensato e, allo stesso tempo, privare molte lettrici della possibilità di sentirsi viste, comprese, rappresentate, incluse.
L’immedesimazione è infatti una componente centrale dell’esperienza di lettura, soprattutto per i giovanissimi e le giovanissime. Sentirsi “dentro la storia” alimenta il desiderio di proseguire, mentre l’esperienza dei personaggi sulla pagina permette di sperimentare emozioni complesse, problemi, dilemmi morali.
Per ottenere tutto questo non serve alcun “tocco femminile” magico, servono semplicemente donne che raccontano storie. E a volte raccontano storie anche in ambiti che da stereotipo sembrerebbero più “maschili”, ma che, per quello che abbiamo appena detto, maschili non sono affatto.
In questa seconda parte di Non è una questione di genere vogliamo concentrarci su un immenso capitolo della storia del fumetto italiano, con le sue case editrici che coprono ancora oggi una fetta grandissima del mercato: la serialità.
E per parlare di serialità, dobbiamo iniziare chiamando in causa due sorelle rivoluzionarie del settore: Angela e Luciana Giussani.
Tra le case editrici che si occupano di serialità, c’è naturalmente anche la Sergio Bonelli Editore, per la quale è necessario un piccolo stop. Se in molti conoscono infatti l’editore milanese, in pochi sanno che senza il ruolo determinante della madre, Tea Bonelli, la sua storia sarebbe probabilmente stata molto diversa.
Impossibile a questo punto non citare anche Paola Barbato, sceneggiatrice di punta di Dylan Dog da oltre 25 anni. Nella sua carriera però non ha scritto solo di fascinosi indagatori dell’incubo, ma ha lavorato anche a romanzi, racconti e sceneggiature. Nel 2011 ha poi realizzato il webcomic Davvero, ricordato per essere il primo shōjo online italiano, edito in un secondo momento da Star Comics nella sua edizione cartacea.
La sua eredità è stata ottimamente raccolta anni dopo da Valentina De Poli, che dal 2007 è stata direttrice responsabile di Topolino per quasi un decennio. La collaborazione era in realtà iniziata molto prima, già nel 1987. Dopo un breve periodo di pausa, le loro strade si sono però incrociate una seconda volta quando, nel 2001, Disney Italia decise di dare una chance a un nuovo fumetto neonato, di cui De Poli finì per essere direttrice responsabile per i successivi sei anni: W.I.T.C.H.
La loro ideatrice, Elisabetta Gnone, da un po’ di tempo desiderava però un fumetto destinato alle lettrici diverso da quelli in circolazione. Fortunatamente, a pensarla come lei c’erano Alessandro Barbucci e Barbara Canepa, che lavorarono al design e ai colori del neonato universo. Alla fine Disney acconsentì a produrre nove albi, che finirono per diventare 139 quando arrivarono i numeri delle vendite: a un anno dal lancio, W.I.T.C.H. veniva distribuito all’estero e vendeva un milione di copie al mese, di cui oltre 200.000 solo in Italia.
Squadra che vince non si cambia e così, appena due anni dopo il lancio di W.I.T.C.H., il duo creativo Barbucci-Canepa si unisce alla scrittrice e fumettista Katja Centomo e allo sceneggiatore Francesco Artibani per creare Monster Allergy.
A proposito di successo, impossibile non parlare di Silvia Ziche, che nel 1987 ha esordito sulla rivista Linus, per poi lavorare alla Disney dopo essere stata a stretto contatto con il maestro Giorgio Cavazzano. Il suo stile umoristico è visibile in molti dei suoi lavori per la Disney (vi ricordate Paperina di Rivondosa e la Papernovela?) e si è concretizzato nel suo personaggio più famoso: Lucrezia, trentenne single alla continua ricerca dell’amore sul settimanale Donna moderna e, successivamente, in volume.
Queste donne e i progetti che hanno ideato e curato, che siano da libreria, che siano da edicola o underground, dimostrano che per fare fumetti oggi non è necessario sostituire una voce con un’altra, né inseguire un’inclusione di facciata. Hanno ridefinito i generi, intercettato tipi di pubblico fino a quel momento ignorati, aperto la strada a nuove sperimentazioni, dimostrando che quando cambiano le prospettive cambia anche ciò che è possibile raccontare.
Il loro lavoro e la loro esperienza ci ricordano che la vitalità di un panorama editoriale si misura nella varietà delle sue voci e nella loro capacità di contaminarsi. Perché non è una questione di genere, ma di sguardo plurale.
Escludere o trascurare le voci autoriali femminili significherebbe, da un lato, rinunciare a narrazioni capaci di farci scoprire mondi a cui ancora non avevamo pensato e, allo stesso tempo, privare molte lettrici della possibilità di sentirsi viste, comprese, rappresentate, incluse.
L’immedesimazione è infatti una componente centrale dell’esperienza di lettura, soprattutto per i giovanissimi e le giovanissime. Sentirsi “dentro la storia” alimenta il desiderio di proseguire, mentre l’esperienza dei personaggi sulla pagina permette di sperimentare emozioni complesse, problemi, dilemmi morali.
Per ottenere tutto questo non serve alcun “tocco femminile” magico, servono semplicemente donne che raccontano storie. E a volte raccontano storie anche in ambiti che da stereotipo sembrerebbero più “maschili”, ma che, per quello che abbiamo appena detto, maschili non sono affatto.
In questa seconda parte di Non è una questione di genere vogliamo concentrarci su un immenso capitolo della storia del fumetto italiano, con le sue case editrici che coprono ancora oggi una fetta grandissima del mercato: la serialità.
E per parlare di serialità, dobbiamo iniziare chiamando in causa due sorelle rivoluzionarie del settore: Angela e Luciana Giussani.
Le due donne sono le madri del celeberrimo seriale Diabolik, nato nel 1962 e primo fumetto nero italiano. Il personaggio omonimo e la sua compagna Eva Kant sono già da soli dei pionieri in moltissime cose. Prima di tutto, il protagonista è un criminale mascherato che non si fa problemi a uccidere, ma che ha altri valori ben saldi e inviolabili. Inoltre, la sua relazione con Eva Kant non è mai resa ufficiale (ricordiamoci che siamo negli anni ’60), ma è sempre volontariamente monogama e alla pari, un’inversione di marcia rispetto al famoso James Bond che in quegli anni faceva da padrone. Angela ha inoltre fondato e diretto Astorina, la casa editrice che ancora oggi dà spazio all’antieroe.
Tra le case editrici che si occupano di serialità, c’è naturalmente anche la Sergio Bonelli Editore, per la quale è necessario un piccolo stop. Se in molti conoscono infatti l’editore milanese, in pochi sanno che senza il ruolo determinante della madre, Tea Bonelli, la sua storia sarebbe probabilmente stata molto diversa.
Tea, nata Aristea Bertasi, nel 1945 ottenne, in seguito alla separazione da Gianluigi Bonelli, la casa editrice dell’ex marito, Edizioni Audace, futura Sergio Bonelli Editore. In quel momento Bertasi impara il mestiere di editrice, assumendo la guida dell’azienda e contribuendo in prima persona al successo di alcune tra le pubblicazioni più importanti e longeve del panorama fumettistico italiano, tra cui Tex. Durante gli anni della sua direzione, il giovane Bonelli ha l’opportunità di osservare da vicino il lavoro editoriale e di apprenderne i meccanismi, fino a quando, nel 1957, il testimone della direzione passò ufficialmente dalla madre al figlio.
Tea Bonelli non è però l’unica donna da ricordare quando si parla della storica casa editrice. Barbara Baraldi, sceneggiatrice e scrittrice di numerosi gialli di successo, nel 2023 è stata la prima donna a diventare curatrice di una testata Bonelli, Dylan Dog, personaggio creato nel 1986 da Tiziano Sclavi.
Impossibile a questo punto non citare anche Paola Barbato, sceneggiatrice di punta di Dylan Dog da oltre 25 anni. Nella sua carriera però non ha scritto solo di fascinosi indagatori dell’incubo, ma ha lavorato anche a romanzi, racconti e sceneggiature. Nel 2011 ha poi realizzato il webcomic Davvero, ricordato per essere il primo shōjo online italiano, edito in un secondo momento da Star Comics nella sua edizione cartacea.
Dopo aver parlato di Astorina e Sergio Bonelli Editore, non possiamo che passare a casa Disney, e qui non possiamo che nominare Elisa Penna, vicedirettrice di Topolino dal 1972 al 1994 e co-ideatrice nel 1969 nientemeno che di Paperinik, uno dei personaggi più iconici della comitiva Disney. Penna ha contribuito all’introduzione, nel panorama fumettistico italiano del tempo, di un personaggio ibrido, versatile, a metà strada tra il fumetto nero alla Diabolik e la parodia del più classico dei supereroi.
La sua eredità è stata ottimamente raccolta anni dopo da Valentina De Poli, che dal 2007 è stata direttrice responsabile di Topolino per quasi un decennio. La collaborazione era in realtà iniziata molto prima, già nel 1987. Dopo un breve periodo di pausa, le loro strade si sono però incrociate una seconda volta quando, nel 2001, Disney Italia decise di dare una chance a un nuovo fumetto neonato, di cui De Poli finì per essere direttrice responsabile per i successivi sei anni: W.I.T.C.H.
Quando le W.I.T.C.H. erano solo una proposta sui tavoli della Disney, nessuno si aspettava di trovarsi davanti a un futuro successo mondiale, capace di vendere oltre 20 milioni di copie l’anno e d’ispirare una serie animata, un videogioco e merchandising di ogni tipo. Infatti, negli anni in cui le cinque streghe sono nate, il pubblico femminile non era granché considerato dall’editoria e la Disney stessa non era convinta di voler produrre un fumetto i cui disegni, a loro giudizio, richiamavano troppo i manga e troppo poco lo stile disneyano (anche se gli occhi grandi e brillanti sono sempre quelli).
La loro ideatrice, Elisabetta Gnone, da un po’ di tempo desiderava però un fumetto destinato alle lettrici diverso da quelli in circolazione. Fortunatamente, a pensarla come lei c’erano Alessandro Barbucci e Barbara Canepa, che lavorarono al design e ai colori del neonato universo. Alla fine Disney acconsentì a produrre nove albi, che finirono per diventare 139 quando arrivarono i numeri delle vendite: a un anno dal lancio, W.I.T.C.H. veniva distribuito all’estero e vendeva un milione di copie al mese, di cui oltre 200.000 solo in Italia.
Squadra che vince non si cambia e così, appena due anni dopo il lancio di W.I.T.C.H., il duo creativo Barbucci-Canepa si unisce alla scrittrice e fumettista Katja Centomo e allo sceneggiatore Francesco Artibani per creare Monster Allergy.
La serie segue le avventure di Elena Patata e Zick, continuamente impegnati a farsi in quattro per proteggere la loro città da una schiera di mostri improbabili. Nonostante il numero relativamente contenuto di albi (ventinove nella serie originale, più uno ambientato sei anni dopo la conclusione degli eventi) il successo è stato tale da portare a una serie animata, un film, un videogioco e un sequel.
A proposito di successo, impossibile non parlare di Silvia Ziche, che nel 1987 ha esordito sulla rivista Linus, per poi lavorare alla Disney dopo essere stata a stretto contatto con il maestro Giorgio Cavazzano. Il suo stile umoristico è visibile in molti dei suoi lavori per la Disney (vi ricordate Paperina di Rivondosa e la Papernovela?) e si è concretizzato nel suo personaggio più famoso: Lucrezia, trentenne single alla continua ricerca dell’amore sul settimanale Donna moderna e, successivamente, in volume.
In uno dei prossimi articoli esploreremo il mondo delle autoproduzioni e dei collettivi indipendenti, per mettere in luce le donne che, al di fuori dei grandi editori, continuano a ridefinire il fumetto con creatività e libertà.
Queste donne e i progetti che hanno ideato e curato, che siano da libreria, che siano da edicola o underground, dimostrano che per fare fumetti oggi non è necessario sostituire una voce con un’altra, né inseguire un’inclusione di facciata. Hanno ridefinito i generi, intercettato tipi di pubblico fino a quel momento ignorati, aperto la strada a nuove sperimentazioni, dimostrando che quando cambiano le prospettive cambia anche ciò che è possibile raccontare.
Il loro lavoro e la loro esperienza ci ricordano che la vitalità di un panorama editoriale si misura nella varietà delle sue voci e nella loro capacità di contaminarsi. Perché non è una questione di genere, ma di sguardo plurale.
Priscilla Pili
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