Non è una questione di genere – Scrivere il fumetto: Beltramini, Ferramosca, Raule, Torre
Quattro sceneggiatrici a confronto su scrittura, rappresentazione e industria
Quando si parla di fumetto, l’attenzione cade quasi sempre sull’immagine: sul segno, sullo stile, sulla composizione della tavola. Ultimamente cade anche molto sui colori, che stanno prendendo piede sempre di più, tolte alcune pubblicazioni seriali già rodate da decenni.
Ed è normale che sia così, dato che il fumetto è un linguaggio che si offre prima di tutto allo sguardo. Eppure, dietro ogni vignetta esiste una struttura invisibile che ne determina ritmo, tono e andamento. Vi sarà sicuramente capitato di leggere un fumetto il cui finale appare affrettato o quasi uscito dal nulla, o al contrario uno con uno sviluppo troppo lento che finisce per annoiare.
Scrivere fumetti è un mestiere che si costruisce nel dialogo, con chi disegna, con chi colora, con chi leggerà, e che richiede non solo capacità di sintesi, ma anche disponibilità a lasciare che la storia si trasformi nel passaggio da una mano all’altra.
In questa conversazione del Dossier Non è una questione di genere abbiamo scelto di ascoltare alcune sceneggiatrici, per riflettere su cosa significhi oggi scrivere per il fumetto: su come si costruisce una storia in un medium condiviso, su quale spazio occupi l’autorialità, su quanto il tema del genere influenzi (o non influenzi) il lavoro creativo e professionale.
Abbiamo intervistato, in ordine alfabetico, le sceneggiatrici Micol Beltramini, Ilaria Ferramosca, Susanna Raule e Francesca Torre.
Come mai, tra tutte le forme di sceneggiatura, avete scelto quella del fumetto?
Micol B: Io scrivevo libri prima di scrivere fumetti. Poi ho deciso di prendermi una pausa dai libri, ed essendo sempre stata un'avida lettrice di fumetti ho deciso di provare a misurarmi anche con questo media. Mi sono trovata subito meglio! Il mio immaginario era diventato molto visivo, e la mia scrittura sempre più sintetica: premesse ideali, dal mio punto di vista, per sceneggiare anziché scrivere. In più, io sceneggio in storyboard che disegno io stessa: è stato infinitamente gratificante per me chiudere il computer, tirare fuori carta e penna e ricominciare a immaginare il mondo da lì.
Ilaria F: Sono una lettrice di fumetti, divoratrice di storie in genere e amante della narrativa sin da bambina. I miei primi tentativi di fare fumetto risalgono alle scuole medie, per poi proseguire nel tempo. Credo che la scrittura fosse il mezzo con cui le persone timide, ai miei tempi, si sentivano più a proprio agio nell’esprimersi e io ero un’introversa. Per cui è stato quasi automatico, avendo recepito già da lettrice le strutture della “nona arte”, trasformarle intuitivamente in sceneggiatura. Ho provato anche a cimentarmi in qualche script cinematografico o di animazione, per dei corti, ma il fumetto resta sempre il mio “primo amore”.
Susanna R: È stato piuttosto naturale, visto che leggevo fumetti. Lo stesso è stato per la scrittura dei romanzi. Per me non si è trattato di una scelta esplicita, non ho mai pensato “da grande scriverò fumetti”. A un certo punto ho avuto bisogno di dire qualcosa e l’ho detto col linguaggio del fumetto. Altre storie ho deciso di raccontarle sotto forma di romanzo, ma anche in quel caso non si è trattato di una scelta consapevole, è stato istintivo.
Francesca T: Inizialmente avevo puntato al cinema, lo ammetto. Probabilmente perché, tra le forme d'arte, è stata la prima ad appassionarmi. Tuttavia la scrittura del fumetto mi permette una maggiore vicinanza all'opera finita: nei film il prodotto finale è frutto di davvero tante professionalità diverse, e spesso anche il risultato di compromessi importanti. Nel fumetto chi scrive deve interfacciarsi con meno figure e il dialogo resta più facilmente in una dimensione umana. Banalmente, lo senti più “tuo”, fino alla fine.
Quanto descrivete in sceneggiatura e quanto lasciate all’interpretazione del disegnatore o della disegnatrice? Notate delle differenze negli approcci in base al genere, sia del fumetto che della persona?
Micol B: Come dicevo, solitamente io disegno tutta la tavola in storyboard, e inserisco anche didascalia e balloon, in modo che la gestione degli spazi sia chiara. Credo che questo sia molto importante per la buona riuscita del lavoro: il disegnatore o la disegnatrice capiscono dagli story di quanto spazio ho bisogno, quali sono le reali intenzioni dei personaggi, quale vorrei che fosse il colpo d'occhio e il generale ritmo della tavola. Posto questo, per me possono fare quello che vogliono: cambiare inquadrature, dettagli, o anche elementi della struttura. L'importante è che il flow della storia sia preservato: il patto di sospensione di incredulità con il lettore non va tradito per nessuna ragione.
Quanto alla seconda parte della domanda, la base del mio approccio rimane identica: a cambiare è il rapporto con la singola persona. Collaborare con qualcuno non può essere un procedimento rigido: ci vogliono empatia, comprensione, disponibilità a fare passi indietro o anche avanti, ma sempre condivisi. È un approccio che mi ha permesso di lavorare bene sia con uomini che con donne, a patto che avessero la mia stessa disposizione mentale. Da un certo punto di vista è ovviamente anche un mio limite: non potrei mai consegnare una sceneggiatura e poi aspettare di vedere il risultato stampato – per me sarebbe pura tortura!
Ilaria F: La mia personale tendenza è quella a essere abbastanza descrittiva, perché visualizzo mentalmente la scena e la trascrivo. Con il passare del tempo e il rinnovarsi delle collaborazioni con disegnatrici e disegnatori, tuttavia, ho imparato non solo ad adeguarmi a loro, scegliendo inquadrature, griglie o spazi che si adattassero alle rispettive peculiarità, ma ho anche appreso a essere più sintetica nelle descrizioni, per lasciare maggiore autonomia alla sensibilità creativa della collega o del collega. Certamente ci sono delle differenze nell’approcciarsi, ma più che di genere lo sono di stile: c’è chi ama i particolari e spesso desidera avere maggiori elementi descrittivi, o ricevere della documentazione grafica (in genere ne fornisco in abbondanza); c’è invece chi predilige la sintesi e la rende non solo attraverso il tratto, ma anche nel maggior respiro dato alla vignetta. Cerco, quindi, di adeguarmi il più possibile alle loro esigenze, senza trascurare la mia necessità di rappresentare ciò che ritengo opportuno. La stessa cosa con le tipologie di inquadrature: dove posso non vincolo e lascio libertà espressiva, ma lì dove la narrazione richiede un dettaglio, una ravvicinata, un controcampo, o un campo lunghissimo al posto di uno medio, allora sono più precisa e domando espressamente che venga rispettata quella mia determinata scelta.
Susanna R: Di solito ne parlo prima con il disegnatore. Gli chiedo come lavora meglio e si sente più a suo agio. Ci sono autori che preferiscono avere molte indicazioni, molte reference, anche testi, divagazioni ecc., mentre altri si trovano meglio a fare da soli. La cosa che di solito controllo di più in una sceneggiatura è il ritmo, che tutto scorra alla velocità che dico io, e con l’intensità che dico io. Se determinate sequenze hanno uno scopo – creare suspense, rallentare il ritmo, spiazzare il lettore – di solito lo esplicito in sceneggiatura, in modo che il disegnatore possa contribuire.
Francesca T: La condizione ideale quando scrivo una sceneggiatura (e prima ancora un soggetto) è sapere chi sarà a disegnarla. Il livello di esperienza e di conoscenza reciproca con la disegnatrice influenza il modo in cui scrivo la sceneggiatura: se so che è esordiente o quasi (o se so che ha poco tempo da dedicare al progetto) cerco di non farla sentire “abbandonata” nella regia della tavola e mi soffermo di più sulla descrizione, suggerisco idee di inquadrature, composizione. Se so che invece è esperta nello storytelling, o abbiamo già avuto modo di scambiarci idee, le mie sceneggiature sono più rapide, e mi soffermo più sulle impressioni o sul messaggio (e i dialoghi, se ci sono) che sulla regia. Ho tentato diverse strade, e piano piano ho trovato un mio metodo abbastanza elastico e adattabile. Per quel che riguarda il genere, di fumetto e persone, per ora sto approfondendo una strada ben precisa. Scrivo fumetti che descrivono situazioni verosimili, ma sempre con un tocco di fantastico e di simbolico. E inoltre ho sempre lavorato con disegnatrici, un po' per le tematiche che tratto, un po' per scelta.
Quanto anche il lavoro del disegnatore e del colorista influenza una vostra sceneggiatura? Vi è mai capitato di vedere nuovi significati della vostra opera grazie ai disegni ed eventualmente ai colori fatti da altri artisti?
Micol B: Ma certo, succede sempre: è sicuramente uno dei motivi per cui amo scrivere fumetti – la sorpresa del risultato di una collaborazione tra visioni diverse. Però mi piace molto anche discuterne prima: quale direzione di stile si vorrebbe prendere, quale colorazione usare. È molto importante per me che il disegnatore o la disegnatrice trovino la loro sintonia con la storia, anche quando significa rinunciare a dei film che mi ero fatta inizialmente.
Ilaria F: Come dicevo nella precedente risposta, di solito c’è un grande adattamento reciproco, nascente anche da un confronto preventivo. Con disegnatrici e disegnatori, che nella maggior parte dei casi sono anche coloristi, ci consultiamo, proponiamo, valutiamo assieme la colorazione e il significato che vogliamo dare a un colore predominante, a una sfumatura, a una palette specifica rispetto a un’altra, a delle tinte accese rispetto ad altre tenui e acquerellate. Lì dove la collaborazione è ormai consolidata e ben rodata, mi basta far capire il mio intento e poi mi affido all’esperienza della/del partner professionale. Per fare degli esempi, in Charlotte Salomon, i colori dell’anima, Gian Marco De Francisco ha scelto di rispettare i colori primari che la pittrice utilizzava nelle sue gouaches e ho condiviso appieno questa scelta. In Lucille degli Acholi, c’era l’esigenza di staccare il piano narrativo della storia-cornice, ambientata nel presente, da quello che raccontava la vita di Lucille Teasdale; in tal caso, Chiara Abastanotti mi ha proposto di utilizzare tonalità più decise e un colore più compatto per la prima e gradazioni delicate, quasi eteree, per narrare il passato. La stessa cosa vale per la caratterizzazione dei personaggi: se ho apposite richieste fornisco dei riferimenti visivi, altrimenti il/la collega si basa solo sulla descrizione fisica e caratteriale riportata nella scheda del personaggio. Qui l’emozione è nel vedere come esso viene reso e rappresentato, talvolta in maniera diversa da come me l’ero immaginato, ma cerco di non pormi limiti mentali o aspettative.
Susanna R: Lo stile dei disegni e del colore mi influenza a monte, fin da quando inizio a scrivere. Anzi, se ne ho la possibilità, coinvolgo io un certo team nella creazione di una certa storia. In altri casi mi può venir chiesto di scrivere una storia per un certo disegnatore/trice e io lo faccio con già in mente il suo segno e il suo stile. Poi, certo, durante la realizzazione succede spesso che un’interpretazione data dal disegnatore mi stupisca o mi mostri qualcosa di cui io stessa non ero consapevole al momento della scrittura. Oddio, a volte, in questo modo, diventa anche evidente che una scena non funziona!
Francesca T: Cerco di modulare il più possibile ciò che voglio dire sulle qualità della disegnatrice. Se so che l'artista con cui collaboro è particolarmente brava nel disegnare gli animali, per dirne una, cercherò di sfruttare questa possibilità. Certamente non sempre è possibile, ma finora sono stata fortunata. In generale, una volta che finisco di scrivere la sceneggiatura, cerco di lasciare la disegnatrice serena nell'interpretarla come crede, intervenendo solo se ci sono problemi di chiarezza nello storytelling. Però è davvero molto bello quando la storia passa dalle mie mani alle sue e diventa un'altra cosa. Credo che il vantaggio del fumetto (vantaggio che non sempre è sfruttato) è che ti consente di lavorare sulla tua mania del controllo, se parliamo di team artistici. Capisci nuovi significati del concetto di “nostro”: il fumetto finito non è il mio o il suo, è il nostro ed è necessariamente diverso da ciò che avremmo fatto per conto nostro. Anche quando parto da storie molto personali, poi c'è un momento in cui queste devono smettere di esserlo così tanto, altrimenti chi le disegna entrerà sempre in punta di piedi. Per questo il fumetto può essere un'arte molto umana, specialmente nella fase produttiva; è un ottimo esercizio per mettersi nei panni dell'altro e per osservarsi con i suoi occhi. Mi capita continuamente di vedere nuovi significati di ciò che ho scritto, una volta che la sceneggiatura diventa veramente un fumetto (e quasi sempre mi piace molto di più).
Purtroppo nel fumetto lo spazio è tiranno. Come evitate di essere didascaliche? Ci sono state delle opere in cui avreste voluto scrivere in maniera più approfondita, ma che avete dovuto tagliare per esigenze di spazio?
Micol B: Come dicevo, la mia scrittura e relativa disposizione mentale sono molto sintetiche, per cui mi trovo davvero a mio agio con il media fumetto. A volte mi piacerebbe avere a disposizione più tavole soprattutto per dare spazio ai disegni e alla comunicazione non verbale, ma in genere tendo a vivere le limitazioni di spazio come una sfida, come quegli esercizi di giornalismo che ti impongono di scrivere la stessa storia in cinque, dieci o venti righe.
Ilaria F: È proprio così, lo spazio narrativo nel fumetto appare un po’ sacrificato. E non mi riferisco solo alla parte testuale, intendo anche lo svolgimento in sé. Benché il fumetto autoriale sia molto più flessibile di quello seriale, in cui il numero di pagine dev’essere rispettato pedissequamente, anche il graphic novel ha dei limiti minimi e massimi richiesti dagli editori. Senza contare che i balloon non possono contenere moltissimo testo, sia per non appesantire la lettura, sia per non distogliere l’attenzione dal disegno. Col tempo ho imparato a mostrare con le immagini quello che non è necessario dire con le parole e a esprimere i dialoghi in forma stringata, discorsiva, quindi più realistica e meno letteraria (cosa non semplicissima per chi scrive anche romanzi e risente della tendenza all’estetica della frase). Ci sono volte, poi, in cui gli stessi disegnatori chiedono di non superare un determinato numero di pagine, di non eccedere con le vignette nella tavola, di non sacrificare troppo l’illustrazione, per cui è necessario trovare un giusto compromesso. Certamente ci sono delle opere che, a mio parere, avrebbero richiesto una maggiore lunghezza per un dipanarsi più equilibrato della storia; “Sulla collina” è una di queste, ma, come dicevo, nel lavoro a quattro mani è necessario adeguarsi reciprocamente e trovare un buon accordo.
Susanna R: Ormai ho un po’ la misura nelle mani. Quando butto giù la scaletta so già quante tavole prenderà ogni scena. E credo che a volte una buona narrazione passi dalla capacità di tagliare quello che non è indispensabile.
Francesca T: Generalmente la prima cosa su cui mi informo quando sto per scrivere un soggetto, è proprio la lunghezza che dovrà avere il prodotto finito. Siamo pieni di opere striminzite o stiracchiate e non c'è bisogno di aggiungerne altre. Se ho bisogno di esprimere concetti in maniera più diffusa, aspetterò di avere più spazio, ma c'è da dire che di mio sono una persona piuttosto sintetica. Tuttavia, a pensarci bene, proprio la mia prima storia “Due di una” in “Fai rumore” penso avesse bisogno di più spazio: ma va bene lo stesso, comunica quel che voleva comunicare e non sento l'esigenza di tornare su quel tema in quel modo.
Quanto di vostro mettete quando scrivete personaggi già esistenti? Trovate che scrivere per un personaggio codificato sia limitante o al contrario una sfida creativa?
Micol B: Mi è capitato di lavorare con personaggi già esistenti solo con due storie brevi di Valentina di Guido Crepax, che è un personaggio che sento veramente molto affine, per cui non sono sicura di come rispondere; tendo a pensare che la vivrei come una sfida, comunque.
Ilaria F: Forse questa domanda è più pertinente per gli sceneggiatori seriali, che devono scrivere storie su personaggi creati da altri e rispetto ai quali è fondamentale attenersi a delle direttive prefissate (la così detta “bibbia narrativa”). Nel graphic novel, magari, questo potrebbe essere assimilabile al raccontare una storia biografica rispetto a una con un protagonista di propria invenzione. E personalmente la trovo una sfida creativa: il racconto biografico deve saper cogliere il più possibile la realtà e far muovere sulla carta un personaggio che è stato anche una persona in carne e ossa. Il carico di responsabilità è elevato, soprattutto quando ci si deve confrontare con i familiari del o della protagonista. A livello grafico il fumetto vive di sintesi, non è una foto, vanno colti i tratti fisici essenziali, per cui un certo discostamento dal reale è accettabile; al tempo stesso, però, il soggetto in questione deve agire, parlare e pensare in maniera congruente, come avrebbe fatto in vita in base al suo carattere, al suo naturale modo di essere ed esprimersi. Se chi l’ha conosciuto e vissuto la/lo riconosce come coerente e verosimile, allora è una grande soddisfazione. Di certo, chi sceneggia una piccola parte di sé ce la mette, è inevitabile. Benché gli episodi reali possano esserci riferiti da parenti e amici, o essere noti (se si tratta di qualcuno particolarmente celebre), noi che narriamo non li abbiamo osservati, non abbiamo ascoltato le parole esatte pronunciate, per cui possiamo solo presupporre e dedurre cosa avrebbe detto quella persona, che atteggiamento o quale stato d’animo avrebbe manifestato, per come noi abbiamo imparato a percepirla.
Susanna R: Quando ci ho provato non mi sono trovata benissimo ed è una cosa che, se possibile, evito di fare.
Francesca T: Purtroppo non mi sono ancora cimentata con personaggi codificati, ma aspetto quest'occasione con impazienza! Credo sia una bella sfida, e spesso fantastico su come scriverei personaggi anche molto noti. Di sicuro proverei a dare una mia interpretazione al canone, ma senza snaturare il personaggio. Non è solo una questione professionale, ma anche una forma di rispetto per chi l'ha creato e per tutte le persone che ne sono fan.
I personaggi femminili sono stati spesso vittime di stereotipi nel corso degli anni. Siete d’accordo con questa affermazione? Come valutate la rappresentazione dei personaggi femminili oggi? Ritenete che ci sia ancora strada da fare?
Micol B: Credo sia vero che i personaggi femminili sono stati spesso vittime di stereotipi, e credo che ad oggi siano stati fatti passi avanti in questo senso. Però credo anche che la rappresentazione del femminile dovrebbe seguire l'evoluzione del femminile stesso, quindi cambiare virtualmente in continuazione: la strada da fare diventa di conseguenza infinita. E poi credo una cosa importante: nessun dottore ha ordinato a nessuno scrittore di scrivere personaggi femminili, soprattutto se complessi. Se non è una sensibilità che si possiede, o non ancora se non altro, forse si farebbe meglio a rinunciare (il discorso vale anche al contrario per quel che mi riguarda, cioè per le scrittrici che scrivono personaggi maschili).
Ilaria F: È un argomento molto dibattuto e certamente determinati personaggi femminili sono stati vittime di stereotipi. Penso alle supereroine dei comics americani, spesso ipersessualizzate, o alle classiche fidanzate dei protagonisti, di solito rappresentate come “il lato vulnerabile dell’eroe”. Alcune protagoniste, poi, per esempio Wonder Woman, nata per incarnare la forza e l’autonomia della donna durante il secondo conflitto mondiale, sono state via via osteggiate e ridimensionate, rese più fragili o relegate a vicende dal taglio sentimentale. Eroine come Catwoman e altre sono passate al vaglio della censura e, negli anni ‘60, molte case editrici americane avevano linee guida che scoraggiavano l’inserimento di donne nelle storie, o le relegavano a ruoli di secondaria importanza. Almeno fino alle proteste dei movimenti femministi a inizio ‘70. In Italia abbiamo avuto personaggi femminili di particolare rilevanza, donne consapevoli di sé che hanno scardinato questi stereotipi: da Eva Kant a Valentina Rosselli (nata come fidanzata di Philip Rembrandt e poi divenuta protagonista indiscussa delle storie successive); Satanik (alias Marny Bannister, ricercatrice geniale ma di scarsa avvenenza che, umiliata e sfruttata dai colleghi, si vendica grazie a una pozione che la rende bella e letale); Valentina Melaverde, Julia, Legs Weaver... per citare alcune “Ladies” del fumetto seriale. Negli ultimi quindici anni, poi, pure il mondo del graphic novel italiano si è aperto alla narrazione di personaggi femminili, soprattutto nelle biografie di donne che hanno rivoluzionato il mondo dell’arte, della scienza, della narrativa, sociale, politico, eccetera... figure di spicco che valorizzano la donna e la pongono come esempio virtuoso per le diverse generazioni. Ma la questione “donne nel fumetto” non credo sia da limitarsi solo a questo. Quindi sì, a mio parere c’è ancora strada da fare e storie da scrivere, che narrino il ruolo sociale della donna e le sue capacità normalizzandola, non solo rappresentandola attraverso singolarità che hanno fatto la storia (o talvolta persino taciute da essa), ma con vicende attuali che la pongano sempre più alla pari con gli omologhi maschili. Una donna che appaia come “normalmente eccezionale” che come eccezione, insomma.
Susanna R: Per molto tempo il fumetto è stato un feudo maschile. Sceneggiatori e disegnatori erano per lo più maschi, le donne mosche bianche, spesso relegate a progetti “di genere”. E credo che, per un lungo periodo, i personaggi femminili nei fumetti siano stati proiezioni dirette di questo stato delle cose. Gli sceneggiatori li plasmavano per un pubblico che era a sua volta per lo più maschile, quasi oggetti transferali, più che rappresentazioni della realtà. Le cose hanno iniziato a cambiare alla fine degli anni ’80. Un po’ in tutto il mondo, in Italia con dinamiche diverse, ma comunque gli sceneggiatori – ancora in maggioranza maschi – si sono spostati su storie psicologicamente più complesse e hanno iniziato a dare un maggior rilievo alla caratterizzazione del personaggi femminili. Negli USA è stata l’epoca delle grandi editor donne, che hanno dato l’input per un cambiamento molto vasto e a tutti i livelli. Questi fumetti, insieme alla diffusione sempre più ampia dei manga, ha contribuito alla creazione di un pubblico femminile. È da quel pubblico che poi sono venute le sceneggiatrici che ora fanno parte del mondo del fumetto.
Francesca T: Sicuramente negli anni i personaggi femminili sono stati rappresentati seguendo stereotipi basati su concetti sessisti, certamente nei fumetti delle grandi major, ma anche dalle firme più “autoriali”. Diciamo che quelle rappresentazioni sono figlie del loro tempo. Nonostante le resistenze, però, i tempi sono cambiati, così come le persone che comprano, o potrebbero comprare, i fumetti. Le ragazze sono stufe di vedersi rappresentate solo come interesse amoroso dei protagonisti o, quando eroine, come figure iper sessualizzate e di contorno. Devo dire che questa tendenza è mutata già da qualche tempo, anche nel fumetto mainstream. Chiaramente il fumetto di nicchia è all'avanguardia anche su questi temi, ma per sua natura non è quello che arriva alla maggior parte dei lettori. Oggi abbiamo una varietà maggiore di rappresentazione, sicuramente ancora molto legata a un concetto di binarismo di genere (ma anche su questo ci sono dei passi in avanti). Penso che però i tempi siano maturi per fare ulteriori avanzamenti. Il gatekeeping (il controllo da parte di un gruppo storicamente padrone di un certo ambito professionale, che esclude l'ingresso reale di altri gruppi) è ancora una realtà e si tende a concedere pezzettini molto specifici di licenza creativa. In altre parole, è ok se le donne lavorano su storie che parlano di altre donne, è ok se le persone queer raccontano personaggi queer, eccetera. Ma è molto meno frequente che a persone che non siano maschi bianchi etero cis sia “concessa” (tra mille virgolette) la possibilità di lavorare su storie e personaggi iconici della storia del fumetto (e che spesso a loro volta sono maschi bianchi etero cis). Noi autrici e gli autor3 finiamo per essere relegat3 in ghetti culturali, giusto per essere ben riconoscibili negli scaffali delle fumetterie (ed essere evitat3 più facilmente dai lettori reazionari).
C’è un tema che per voi ritorna sempre, anche quando non lo cercate?
Micol B: L'accettazione e l'elaborazione del trauma e del lutto, immagino, in tutte le sue forme. E le sfumature di amore meno comuni, quelle che tendono a sfuggire alle categorie in cui siamo soliti inquadrarle.
Ilaria F: Tendenzialmente le tematiche sociali in senso ampio. Ma credo sia una mia attitudine naturale volgere lo sguardo verso storie di questo tipo, oppure riscoprire temi di interesse contemporaneo anche in vicende del passato, o ancora inserirle in quelle frutto della mia immaginazione. Però posso anche affermare, senza ombra di dubbio, che le sceneggiature da me scritte, o che mi sono state proposte, riguardano in prevalenza donne: da Renata Fonte a Lea Garofalo, Charlotte Salomon, Lucille Teasdale, Frida... persino l’ultima opera in lavorazione, che è un adattamento a fumetti di un classico della narrativa gotica, ha come protagoniste due donne e propone il primo stereotipo letterario di quel particolare genere, che in pochi sanno essere stato proprio femminile. Quindi, forse, il mio leitmotiv è proprio questo.
Susanna R: Sono andata per fasi, credo un po’ come tutti. Nei primi anni delle mia carriera tornava spesso il tema del libero arbitrio e della salute mentale. Quest’ultimo tema è rimasto sempre nel mio lavoro – d’altronde sono una psicologa – e poi se ne sono aggiunti altri, in primis la violenza sulle donne e gli effetti di una società sessista, come la nostra, sulla vita e sulle relazioni.
Francesca T: Più che da un tema, non posso prescindere da un modo di raccontare, o – ancora meglio – da un certo sguardo. Per mia scelta artistica e politica, spesso affronto tematiche legate al genere, ma cerco anche di ampliare la mia riflessione in un'ottica trasversale, o, per dirla con un linguaggio da attivista, intersezionale. L'esperienza umana non è solo legata a genere ed orientamento, ma a tante sfumature sociali ed esistenziali, e cerco di interrogarmi potenzialmente su tutte. L'importante è avere uno sguardo che non si impigrisca su stereotipi e anche una certa dose di critica della realtà, che è davvero lontana dall'essere perfetta. Scrivendo, infine, mi sono accorta di essere molto più ottimista di quanto credessi e i miei finali tendono ad accendere una luce, seppur minima, sull'esistenza dei personaggi.
Pensate che esistano delle storie “necessarie” in base al luogo o al momento storico? Tra queste esigenze, pensate che si debba parlare di più di temi di genere?
Micol B: Penso che sia fondamentale che le storie si occupino anche della realtà, dato che nascono principalmente per tentare di cambiarla (o per spostare il punto di vista di chi legge, se non altro). Quindi è sempre benvenuto l'approfondimento dei temi di genere, certo, ma anche di ogni altro tema di attualità: l'importante è che chi scrive non affronti questi temi perché sono trending, ma perché li sente come una sua intima e non rinunciabile esigenza.
Ilaria F: Purtroppo, per come la società odierna si è moralmente involuta invece di progredire, credo che la necessità di raccontare storie su cui riflettere, o su persone da prendere come modelli di riferimento anche nel quotidiano, sia palese. In un mondo sempre più proiettato verso il virtuale e l’artificiale, in cui tutto ciò che ci circonda è filtrato da schermi, dispositivi, rielaborazioni artefatte, ogni percezione è alterata e i valori sono attenuati ed elastici. Paradossalmente, siamo collegati a tutti ma emotivamente distanti da chiunque e questo porta sempre meno all’identificazione con l’altro, con le sue problematiche, con la realtà stessa che ci circonda. Da sempre l’arte ha cercato di offrire il suo contributo di denuncia e credo che il fumetto sia, in questo, uno strumento molto potente: l’essenzialità del tratto, il passaggio da inquadrature oggettive a soggettive, lo spazio bianco in cui esercitare la propria inferenza, rendono il lettore attivo nella costruzione della vicenda e quindi più coinvolto, aperto alla riflessione e all’immedesimazione. Le questioni di genere sono di certo tra le realtà più urgenti da narrare, oggi, per rendere i lettori e le lettrici più consapevoli; a maggior ragione se facciamo riferimento alle cronache odierne e ai femminicidi, alla rinascita di una mentalità fortemente sessista e mascolinizzata (penso ai gruppi social che hanno fatto scalpore nei mesi scorsi, spalancando il lato oscuro del web e della “maschiosfera”), al ruolo ancora minoritario della donna in diversi contesti sociali, svilito e sminuito nella cultura di alcuni stati. Credo ci sia bisogno, inoltre, di più storie che educhino ambo i sessi a un’affettività fatta di maggiore rispetto.
Susanna R: So che suonerà bizzarro detto da me, ma credo che se ne debba parlare di meno. Credo cioè che i tempi siano ormai maturi perché i discorsi di genere facciano ormai stabilmente parte della conversazione. Non più il tema portante di un’opera, ma il normale substrato su cui crescono tutte le storie. Poi, certo, ci sono stata e ci saranno sempre delle storie “necessarie”. Storie che ci aiutano, collettivamente, a processare certi avvenimenti, anche certi traumi collettivi. Una cosa che mi fa un po’ paura, per esempio, è la mancanza di storie “importanti” sul periodo del Covid, quasi fossimo andati incontro a un fenomeno di rimozione collettiva. Sono storie che mancano all’appello.
Francesca T: Penso che sia necessario dare voce e rappresentanza a quanta più gente possibile, e non chiedere loro prodotti che confermino i bias sociali sulle minoranze, ma iniziare ad ascoltare davvero ciò che le persone vogliono dire. Non credo che si debbano confezionare storie a sfondo sociale solo in un'ottica di marketing: la produzione condizionata dai trend neutralizza ogni spinta vitale delle battaglie politiche che si svolgono anche attraverso l'arte. Il tema, per quanto importante, non può essere l'unico traino di un fumetto: non bisogna mollare il colpo sulla qualità, che è la condizione necessaria perché un'opera sia prima di tutto leggibile, e poi efficace. Questo per dire che non auspico un mercato in cui si parli di più di tematiche legate al genere (e alle discriminazioni di varia natura), ma un fermento artistico e politico in cui se ne parli meglio.
Com’è stato per voi l’ingresso in questo mondo? Vi siete sentite accolte, oppure avete dovuto “guadagnarvi spazio” più del necessario? In tal caso, pensate che uno dei motivi fosse il genere?
Micol B: Sono stata fortunata, non ho mai dovuto sgomitare e mi sono state offerte tante occasioni preziose. So che a molte colleghe non è andata altrettanto bene, e ne sono molto dispiaciuta. Sogno per tuttǝ un mondo in cui il metro di valutazione delle abilità professionali sia la valutazione delle abilità professionali, punto.
Ilaria F: Credo che nel mondo editoriale sia di per sé complicato trovare spazio. È un settore sempre mutevole, che fa i conti con le nuove tecnologie e il calo dei lettori. Il mio accesso al mondo del fumetto non è stato semplice, ma neanche complesso come in quello della narrativa scritta. Quando ho iniziato, nelle fiere principali non esisteva ancora un’Area Pro in cui sottoporre i propri progetti agli editori, bisognava avere un po’ di spavalderia e presentarsi e non sempre si riceveva ascolto, oppure si ottenevano continui rinvii. Non credo che il motivo dei primi rifiuti sia stato l’essere donna, né lo è stata la successiva difficoltà nella ricerca di una mia collocazione. Nel complesso mi sono sentita abbastanza accolta e nel tempo ho sempre avuto a che fare con editori e editrici molto rispettosi, a prescindere dal genere dell’autore o autrice. Ma l’argomento credo sia comunque dibattuto, per cui ritengo non del tutto verosimile pensare a una totale parità, oggi, nel mondo del fumetto. In alcune realtà editoriali, le disegnatrici e le sceneggiatrici sono ancora in numero minore rispetto ai colleghi uomini, ed è un dato di fatto; mentre nel campo narrativo in senso lato, le storie scritte da donne sono spesso etichettate “al femminile”, come se si trattasse di un genere, o inserite nella categoria “rosa” del romance anche quando raccontano altro. Se proviamo a spostarci in altri stati europei, invece, risale a soli dieci anni fa la polemica sorta ad Angoulême sui premi alla carriera assegnati essenzialmente a uomini, che ha spinto gli organizzatori a rivedere le candidature e infine a cancellare la lista. Quindi penso che non sia sempre facile per una donna fumettista (disegnatrice e forse ancor più sceneggiatrice) trovare quello spazio di cui sopra.
Susanna R: La discriminazione di genere nel mondo del fumetto è sempre stata molto soft. Ma ben presente. Guardando indietro con la consapevolezza attuale posso dire che l’atteggiamento paternalista e didascalico con cui mi sono misurata a inizio carriera dipendesse solo in parte dalla mia giovane età. Il fatto di essere una ragazza in un mondo maschile mi ha resa una specie di mascotte per un periodo decisamente troppo lungo.
Francesca T: Apparentemente sono stata fortunata, da molti punti di vista. Ho iniziato a scrivere fumetti nel migliore dei modi: con libertà creativa, con una casa editrice affermata e con un'artista strepitosa, che è anche un'amica. La storia è in un libro che ha avuto molto più successo di quanto onestamente mi aspettassi e mi ha portata pressoché ovunque. Pensavo che sarebbe andata sempre così, e sbagliavo: sto imparando che nessuno ti regala nulla e che se si vuole fare questo lavoro bisogna mandare giù diversi rospi. Ma essere del tutto onesta, ora come ora avverto più difficoltà legate al mio essere “solo” sceneggiatrice, che al mio essere donna (è una mia sensazione o siamo in un mercato che preferisce gli autor* unic*?). A pensarci bene, credo che la mia esperienza legata al genere sia tutto sommato positiva perché mi sono costruita una mia nicchia (tramite il collettivo Moleste, ma anche tramite le varie collaborazioni) in cui le dinamiche sessiste sono combattute attivamente. Che succederebbe se decidessi di uscire da questa nicchia? Per ora cerco di rendere questa nicchia sempre più grande, in modo che ci si possa stare comodamente in tant3.
Se poteste dare un consiglio a una ragazza che vuole scrivere fumetti oggi, quale sarebbe?
Micol B: Da qualche anno insegno alla Scuola Internazionale di Comics, e anche se nelle classi di sceneggiatura le ragazze sono in minoranza mi danno sempre delle grandissime soddisfazioni. Le raccomandazioni che faccio a loro sono le stesse che faccio ai loro compagni maschi: di seguire sé stesse e non l'algoritmo; di cercare di migliorarsi sempre, anche quando sarebbero tentate di tirare via; e soprattutto di mettersi bene in testa, in questi tempi di soglia dell'attenzione bassissima, che le storie richiedono impegno e dedizione, altrimenti è meglio non scriverle. Un consiglio al femminile nello specifico però mi sento di darlo: non lasciatevi intimorire da nessuno, e se dovessero capitarvi esperienze sgradevoli, non esitate a cercare aiuto. Il collettivo Moleste fa da anni uno splendido lavoro in questo senso. La direttiva generale è: parlate, anche quando è scomodo. Le strutture del mondo di ieri devono di necessità cambiare, e lo faranno anche grazie al vostro coraggioso contributo.
Ilaria F: Le suggerirei di leggere molto, di confrontarsi con ogni tipo di storia e di stile narrativo, questo rende capaci di far propri i relativi canoni in maniera quasi inconscia. Le direi anche di abbandonare per qualche ora al giorno telefono, computer o dispositivi analoghi, per guardarsi di più intorno o dentro e di attingere alla realtà e all’esperienza diretta; anche se volesse cimentarsi con fiction e fantasy, poiché ogni racconto, anche di fantasia, è pur sempre una rielaborazione metaforica o indiretta della realtà. E, come dicevamo prima, nel mondo reale c’è sempre tanto da raccontare, su cui sollevare l’attenzione e spingere alla riflessione. Il fumetto, mai come negli ultimi vent’anni, riveste un ruolo fondamentale in quest’azione di sensibilizzazione.
Susanna R: Di non limitarsi ai fumetti. Non ne faccio una questione di opportunità – per quanto, visto lo stato attuale del mercato fumettistico, avere un piano B sia di certo una buona idea – ma di competenze e formazione. Imparate a scrivere. Cose, tante cose diverse. In Italia ci sono fin troppi sceneggiatori di fumetti che sanno scrivere solo sceneggiature di fumetti. Non sono in grado di progettare un racconto, un romanzo, un pezzo di critica, un saggio, una sceneggiatura cinematografica. Padroneggiare diversi tipi di scrittura vi renderà più forti anche come sceneggiatrici.
Francesca T: Leggi i fumetti (tutti i fumetti, non solo il genere che vuoi fare tu), e studia tutte le forme d'arte. Rispetta i lettor3 e chiediti se quello che vuoi dire è quello che effettivamente hai detto, e se lo hai detto chiaramente. Trova persone di cui ti fidi, che siano i lettori più esigenti che potresti avere, e fai leggere quello che scrivi in anteprima. Non torturarti con la sindrome dell'impostore, non devi essere la migliore in assoluto per essere valida.
Intervista a cura di Carlotta Bertola
Micol Beltramini
Micol Beltramini ha pubblicato diversi libri, tra cui 101 cose da fare a Milano almeno una volta nella vita (Newton Compton, 2008), Cornflake (2009) e I 101 luoghi più romantici di Milano (Newton Compton, 2010). Nel 2011 è uscito Vieniminelcuore, romanzo di formazione; nel 2013 è uscito Perché Milano è meglio di Roma (se ci devi vivere). Ha pubblicato anche diversi albi illustrati, tra cui La piccola enciclopedia degli alieni (2017) e Che sfiga! Storie di gente che ha cambiato il mondo ma poi qualcosa è andato storto (2018); ha fatto diversi lavori a fumetti, tra cui Un tributo a Jeff Buckley (Edizioni BD), Murder Ballads (Mondadori Oscar Ink) e Anna dai capelli verdi (Piemme), scritto insieme ad Agnese Innocente. Suo ultimo lavoro, sempre con Agnese Innocente, è Heartbreak Hotel (Il Castoro).
Ilaria Ferramosca
Ilaria Ferramosca è una sceneggiatrice di graphic novel e scrittrice. Ha realizzato le sceneggiature di diversi fumetti per case editrici italiane, alcuni dei quali sono stati tradotti all'estero o ripubblicati in allegato a quotidiani nazionali. Ha vinto diversi premi legati al mondo del fumetto o della narrativa (Premio nazionale piccoli lettori "La Lettura ti fa Grande" - Miglior libro per ragazzi", "Full Comics" - Miglior sceneggiatore, "Premio Zingarelli - Non omnes possumus omnia"). Insegna sceneggiatura presso la scuola di fumetto Grafite, è editor per l'agenzia Dedalo e collabora in seminari e corsi brevi con l'università di Aix-Marseille e la Scuola Italiana di Comics.
Susanna Raule
Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia nel 1981. Ha lavorato come traduttrice e sceneggiatrice di fumetti per vari editori. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi, poi finalista al Premio Micheluzzi. Come giallista pubblica con Salani il ciclo del Commissario Sensi, per Fanucci la serie crime-sovrannaturale del Club dei Cantanti Morti. I suoi ultimi libri sono il crimedy Minerva in fiamme per Mondadori e il giallo per ragazzi Il tesoro dei nazisti per PIEMME. È tra le fondatrici del collettivo per la parità di genere nel fumetto Moleste. Il suo sito è www.susannaraule.com
Francesca Torre
Francesca Torre, redattrice per Panini Comics, nel 2020 scrive un articolo per il sito Stay Nerd sulle molestie nel mondo del fumetto italiano, a cui segue la co-fondazione del collettivo Moleste nell’ottobre dello stesso anno. Ha collaborato con Dinamo Film, per cui ha scritto, tra gli altri, il documentario Vicine sulla Casa delle Donne Lucha Y Siesta, vincitore del bando ministeriale per l’audiovisivo contro la violenza sulle donne. Nel 2021 è tra le firme dell’antologia Fai Rumore di cui coordina anche il progetto editoriale per Editrice Il Castoro. Per Il Castoro è uscito il suo graphic novel L’età verde. È nella redazione della rivista Smack! dedicata al fumetto e alla parità di genere.
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