Non è una questione di genere – Dialogo con Elena Casagrande e Arianna Rea

Le due disegnatrici ci raccontano il loro lavoro e com’è cambiata la rappresentazione delle donne al giorno d’oggi

Tra le professioniste del fumetto, di certo non possiamo non parlare delle protagoniste indiscusse nel mercato editoriale a fumetti, senza le quali questi sarebbero solo testo scritto: le disegnatrici. Dopo anni in cui storicamente il fumettista era al 90% un uomo, pian piano la quota rosa è aumentata e numerose sono le artiste italiane il cui talento è riconosciuto anche all’estero. 

In questa doppia intervista abbiamo avuto modo di parlare con Elena Casagrande, tra i fiori all’occhiello del fumetto supereroistico americano, e Arianna Rea, character designer e disegnatrice Disney di fama internazionale. Ci hanno raccontato il loro percorso artistico, partendo dall’infanzia fino alle ultime produzioni, dialogando sulla rappresentazione della donna e del corpo femminile nel fumetto, rivelando le difficoltà del mestiere e il valore dell’insegnamento. 

Qual è stato il vostro primo approccio al disegno? Quando avete capito che il fumetto era la vostra strada e che quello della fumettista poteva diventare un lavoro vero?

Arianna R.: Come credo molti altri artisti, ho iniziato a disegnare fin da piccolina. Ricordo nitidamente un episodio delle elementari: quando ci chiesero “Cosa vuoi fare da grande?” un mio amichetto rispose che voleva fare il fumettista. Il fatto che invece non ho memoria di cosa risposi io, vuol dire che mi sorprese molto che si potesse vivere di disegno. Forse era un mio desiderio latente. Fino al liceo classico ho continuato a disegnare le cose che si fanno a quell’età, come caricature dei compagni di classe o dei professori. Mentre studiavo filosofia contemporanea all’università, incappai in una filosofa che parlava dei talenti e, non so come, mi venne da pensare che forse ci fosse un senso “etico”. Mi sentii di dover approfondire questa mia dimensione: l’ho sentito giusto nei miei confronti. Così mi sono iscritta alla Scuola Romana dei Fumetti e da lì ha preso piede la mia carriera fumettistica. Ad oggi insegno ancora alla SRF quindi possiamo dire che non ne sono mai uscita del tutto.

Elena C.: Disegno da che ne ho memoria, sin da piccola mamma mi ha sempre messo a disposizione colori e fogli: i miei han frequentato e si son conosciuti al liceo artistico e mi hanno evidentemente trasmesso questa passione per il disegno, con il quale passavo molto del mio tempo libero, per puro piacere, per realizzare qualcosa di bello, per esprimermi… È stato solo sul finire del liceo scientifico che ho cominciato a concretizzare l’idea di farne qualcosa, con la paura di doverlo abbandonare per intraprendere chissà quale carriera lavorativa: trovando la pubblicità della Scuola Internazionale di Comics, mi sono iscritta in una realtà di persone che mi han fatto capire tutto quello che comportava fare fumetti. Ho capito che era quella la strada che volevo percorrere.

Nel fumetto il lavoro è generalmente frutto della collaborazione di più figure: disegnatori, sceneggiatori, inchiostratori, coloristi e letteristi. Nel vostro processo di lavoro quanto è svolto in solitaria e quanto in gruppo? In questi contesti è mai successo di sentirvi discriminate perché donne?

Arianna R.: All’interno del gruppo di lavoro non mi sono mai sentita discriminata. Culturalmente parlando lavorare per Disney vuol dire avere come target principale quello infantile, in particolar modo bambine, se si sta lavorando a progetti sulle principesse Disney. In questo contesto e in quest’ottica, probabilmente essere donna non è considerato uno svantaggio, anzi un valore aggiunto. Trovo insensata qualsiasi discriminazione di genere, ancor più in campo artistico, poiché il processo creativo è produzione fluida, entusiasta, energica e gioiosa, che ovviamente non ha genere. Rispetto a quando ho iniziato, quando noi donne eravamo una netta minoranza, mi sembra che oggi ci sia maggiore equità, non mi sembra che un genere sia più favorito nel lavoro rispetto a un altro, tant’è che nelle classi in cui faccio lezione ci sono tantissime ragazze.

Elena C.: Il mio lavoro è svolto in solitaria per il 90% del tempo. Io mi occupo di disegnare e inchiostrare, il resto sono mansioni diverse di persone che fanno parte del team di creazione, ma con cui io interagisco poco: è l’editor che ci coordina e ci permette di interfacciarci. Per mia esperienza questi scambi possono essere da quotidiani a settimanali, o anche più radi, dipende da editor a editor e da progetto a progetto. Non mi è mai capitato in nessun team di sentirmi discriminata per il mio genere e statisticamente ho lavorato con entrambi i generi per ogni mansione. Ritengo che questo mestiere sia accessibile a tutti. Penso che sia prevalentemente ancora maschile solo per un retaggio statistico storico e per una questione attuale sociale che non è legata prettamente a questo mestiere, ma anche a molti altri.

Spesso nel vostro mestiere si lavora a stretto contatto con degli sceneggiatori. Capita più spesso di lavorare con uomini o con donne? Notate differenze se a scrivere le sceneggiature è un uomo o una donna? Elena, per te com’è nata la collaborazione con Kelly Thompson per Black Widow, la serie con cui avete vinto il Premio Eisner nel 2021?

Arianna R.: Mi capita di lavorare con entrambi i sessi, forse statisticamente è capitato di più con uomini, ma dipendeva dalla testata per cui disegnavo. Per Monster Allergy ho lavorato con i testi di Katja Centomo, Licia Troisi e Francesco Artibani. Quando ho lavorato per Tea Stilton, probabilmente erano più donne a scrivere. Trovo molta differenza a livello di forma mentis, perché ci sono sceneggiatori che sono romanzieri/scrittori e altri che sono disegnatori, lì si sente la differenza. Chi nasce come scrittore non facilita a volte la visione dell'inquadratura, bisogna fare uno step in più perché magari non ha visualizzato bene la scena, mentre allo sceneggiatore/disegnatore bastano due parole e ti fa vedere tutto. Quindi in quest’ultimo caso è chiaro che è più facile collaborare, più diretto.

Elena C.: No, non ho mai trovato differenze stilistiche legate al genere di chi scriveva, ma differenze legate alle esperienze passate o presenti della persona. La collaborazione con Kelly è nata semplicemente da una richiesta che mi arrivò dalla Marvel per la collaborazione su questa nuova mini per il rilancio del personaggio di Black Widow, in occasione anche del suo film… poi il Covid ci ha messo lo zampino e i piani sono andati diversamente… e poi meglio al fumetto che al film, eheheh!

La figura femminile storicamente era relegata a soli due ruoli nei fumetti, completamente in antitesi: quello di donna-angelo e quello di femme-fatale. Successivamente le donne sono entrate a far parte integrante del fumetto supereroistico come protagoniste, tuttavia non era raro trovare corpi disegnati secondo un gusto maschile, talvolta anche fortemente sessualizzati. Com’è cambiata in generale la rappresentazione della donna, narrativamente e graficamente? Le donne dei vostri fumetti quanto si discostano dagli stereotipi classici?

Arianna R.: Come character designer il mio lavoro è quello d’infondere la bellezza (intesa in senso più ampio, non come sola sensualità) nei miei personaggi. Rappresentare il corpo femminile non in base alla moda del momento, ma per come è fatto realmente, è la mia dichiarazione d’amore alle donne, e ciò ovviamente avviene anche disegnando corpi non considerati conformi, che tuttavia risultano armonici proprio grazie alla loro corporatura “atipica”. 

Partendo dal presupposto che ci troviamo in una società storicamente patriarcale, per fortuna adesso la situazione sta cambiando e così anche la rappresentazione delle donne. Mi sono trovata nella situazione di dover lavorare a diverse tipologie di personaggi e corpi femminili. In alcuni casi sono stata io a proporre delle figure diverse a quelle canonicamente usate, in altri mi è stato esplicitamente richiesto a monte, ed è una cosa molto positiva. 

Come spiego nelle mie lezioni, c’è differenza tra gli “archetipi”, le immagini primordiali a cui abbiamo accesso in maniera innata, per il solo fatto di essere umani, e gli “stereotipi”, cioè come la cultura ha declinato l’archetipo, quasi sempre in modo superficiale. Le rappresentazioni che hai descritto sono ovviamente figlie di una cultura patriarcale, infatti seguono il meccanismo dell’on-off: se sei vergine sei pura e casta, per cui buona; se invece hai già fatto sesso sei cattiva, una scaltra manipolatrice, mangiatrice di uomini. Purtroppo non possiamo fare finta che gli stereotipi non esistano, però possiamo renderli nostri strumenti e utilizzarli per mandare messaggi in contrasto con lo scopo per cui sono stati creati inizialmente. Il primo esempio che mi viene in mente è quello di Jessica Rabbit, “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”, per cui tu ti aspetti che lei sarà la cattiva (fondamentalmente perché è bona), quando poi c'è la disattesa delle aspettative, e si scopre che lei è veramente una persona buona.

Elena C.: La rappresentazione è decisamente cambiata, per fortuna, specchio della società e della sensibilità dei lettori/lettrici: le donne non vengono più costantemente ipersessualizzate, c’è una maggior attenzione nella rappresentazione dei corpi, più variegati e meno conformi, c’è anche la voglia di esplorare per dare più profondità a tanti personaggi femminili.

Dal mio canto, quando disegno supereroine cerco sempre di dar loro forza ed eleganza, tenacia e delicatezza. Mi piace che rimangano ambigue, ma che al contempo che non ci siano dubbi sul fatto che siano affidabili anche se “umane”: nei loro corpi provo a raccontare il loro vissuto.

Quali opere e autori vi hanno influenzato?

Arianna R.: Eh, lista infinita! Io ero molto affascinata dal mondo dell'animazione, sicuramente gli Old Nine Man della Disney, in prima posizione Milt Kahl e Mary Blair ovviamente, concept artist pazzesca, che si esprimeva in stile naïf. Claire Wendling, anche se in realtà è illustratrice.

Il mondo Disney è il primo che mi ha affascinato, degli italiani Corrado Mastantuono è stato sicuramente un grande riferimento, come Silvia Ziche. Carlos Nine per quanto riguarda invece quella produzione un po' più matta e fantasiosa. Altri che mi vengono in mente sono Loisel, il suo Peter Pan mi piacque tantissimo, ero ancora allieva a scuola quando lo scoprii, era una cosa fenomenale. Guarnido ovviamente con Blacksad

Elena C.: Autori di fumetti tantissimi, e la lista è in costante aggiornamento. Sono talmente tanti che di alcuni (maledetto internet) non conosco i nomi ma conosco le opere! Tra i nomi che hanno più posto nel mio cuore ci sono, in ordine sparso: Gianni De Luca, Tsukasa Hojo, Eduardo Risso, Claire Wendling, Hiroaki Samura, Stuart Immonen, Kim Jung-gi e tanti tanti altri… Per le opere idem, tantissime tra i fumetti, sicuramente Blade – L’immortale, tantissimo cinema americano action e moltissimi shojo manga degli anni ‘90.

Tra i lettori di fumetti, fino a qualche anno fa, c’era l’idea che ci fossero fumetti di serie A e di serie B in base al genere o allo stile di disegno, tendenzialmente quelli per ragazze erano considerati della seconda categoria. È una concezione che c’è ancora nel fumetto di oggi? È un’idea diffusa solo tra i lettori o che nasceva già all’interno dell’ambiente professionale tra le case editrici?

Arianna R.: Non credo che sia una credenza sviluppatasi all’interno dell’ambiente, tuttavia penso che tra la maggioranza del pubblico ci sia stato, e in parte ci sia ancora, il pregiudizio che un progetto prettamente femminile sia considerato di livello inferiore. Facendo il confronto con chi lavora per un target più adulto può succedere di sentirsi un po' più indietro, però forse è una cosa mia. Negli ultimi anni devo dire stanno uscendo un sacco di pubblicazioni che riprendono personaggi tipici del mondo infantile, rivedendoli in chiave più concettuale oppure elaborandoli con tecniche pittoriche complesse, per cui opere pensate per l’infanzia alla fine piacciono anche agli adulti. Tipo il Pop Surrealism, che parte da personaggi popolari e li rielabora in chiave surrealista, una chiave diversa che trovo molto gradevole.

Elena C.: Questa categorizzazione mi era sfuggita! Mi capitò solo una volta che mi fosse detto a mo’ di complimento “Accidenti, disegni come un ragazzo!”. Ma posso affermare che, esulandolo dal contesto in cui me lo dissero e chi me lo disse, la ritengo una stereotipizzazione assolutamente senza senso: penso sia ormai del tutto sdoganato e chiaro a tutti che lo stile di disegno è legato alla persona e alle sue esperienze culturali, non al suo genere. Mi auguro davvero che le persone che applicano questo criterio siano rimaste pochissime, sia tra i lettori che tra gli addetti.

Il mestiere del fumettista è già abbastanza bistrattato, dato che dai più non viene considerato un lavoro “vero”, anche se questa concezione sta iniziando finalmente a cambiare. È mai capitato che il vostro lavoro venisse sminuito? 

Arianna R.: Sì, soprattutto in passato mi è successo. Chiedendomi del mio lavoro, alla mia risposta spesso ribattevano “Ok i disegni, ma di lavoro che fai?”. Ultimamente non succede più, viene considerato un lavoro “atipico”, ma non viene più screditato a solo hobby, anzi spesso mi fanno i complimenti perché è visto appunto come qualcosa di bello ed entusiasmante. Sicuramente è dovuto alle influenze degli ultimi anni, al passaggio dei fumetti dalle edicole alle librerie. È come se il fumetto, agli occhi del pubblico, abbia assunto la dignità del libro. Anche il fatto che si siano esposte alcune personalità nel mondo del fumetto (vedi Zerocalcare), che con la sua produzione e la sua presenza ha influito molto nel panorama culturale italiano, sdoganando il fatto che il fumettista è a tutti gli effetti un professionista.   

Elena C.: In famiglia, quando fu il momento di decidere, ci fu un allontanamento nei miei confronti nel momento in cui decisi di dedicarmi solo al fumetto e abbandonare gli studi universitari: oggi so che fu una cosa dettata più dall’ansia di un futuro economico incerto che altro, ma capisco anche che parte di quest’ansia fosse dovuta all’ignoranza che c’è su questo mestiere e su tutto quello che ruota attorno, oltre ovviamente al fatto che si tratta di fare il libero professionista. Non ci do peso, non ricordo tante persone che abbiano sminuito questo mestiere davanti a me, ben consapevole che ciò accade proprio quando le cose non si conoscono. Devo dire che spesso invece mi capita d’ incontrare entusiasmo e curiosità ogni volta che dico che lavoro faccio.

Elena, tu sei membro del MeFu e hai firmato il manifesto EGAIR per la regolamentazione dell’AI. Quanto effettivamente si sta facendo per migliorare le condizioni dei fumettisti in Italia e quanto si può ancora fare?

Elena C.: Rispettivamente POCO e TANTO. Poco perché, ahimè MeFu e EGAIR sono due associazioni gestite da pochissime persone attive: per quel che sono riuscite a fare ed ottenere finora, e quel che continuano a fare e rappresentare, è già tanto. Ma servirebbe MOOOOOLTO altro da fare: manca la forza lavoro! Manca la volontà di associarsi, di unirsi, di condividere e di informarsi. C’è, e ahimè lo vedo anche e soprattutto tra i professionisti, una sorta di pigrizia o latitanza verso certi temi. Rimaniamo tutte isole, quando invece dovremmo fare classe, per acquistare un peso, per avanzare richieste, per evitare storture… Per essere rappresentati e ottenere qualcosa. Manca la volontà, ma si potrebbe fare veramente tanto altro.

Hai partecipato anche al Collettivo Moleste, che lavora proprio per raggiungere la parità di diritti nel mondo del fumetto italiano. Come ha operato il collettivo per raggiungere questo scopo? È stato raggiunto qualche risultato o la parità è ancora un sogno irrealizzabile?

Elena C.: Ho firmato il manifesto del Collettivo Moleste e ho fatto una piccola partecipazione attiva, ma il vero cuore dell’associazione è gestito anche in questo caso da poche persone per molto lavoro che c’è e che ci sarebbe da fare. Lavoro divulgativo, informativo ed educativo che comunque il collettivo ha fatto e continua a fare, promuovendosi nelle fiere e online e attraverso le pubblicazioni. Obiettivi concreti, avendone raggiunti magari pochi rispetto a quelli che si vorrebbero ottenere, ma almeno è consolidato un punto di ascolto e di aiuto per quelle situazioni che altrimenti non saprebbero dove sfociare nel nostro settore, o rimarrebbero nel silenzio assordante della solitudine. Moleste fa parte di una necessità collettiva sociale di femminismo, di parità di genere: come per MeFu o EGAIR, se ad adoperarsi si è in pochi, rimane lento e difficoltoso ottenere risultati. Diamo supporto e promuoviamo queste realtà.

Oltre a essere fumettiste siete anche insegnanti, c’è qualcosa di questo mestiere che avreste voluto sapere prima e che ora comunicate ai vostri allievi? Cosa vorreste trasmettere alle fumettiste del domani?

Arianna R.: Chiaramente empatizzo molto con tutti gli allievi e do pari insegnamenti a tutti, ma tendo a immedesimarmi di più con le allieve. Purtroppo è una questione culturale e di educazione a cui siamo state abituate, nelle ragazze rivedo la paura di sbagliare, il provare a fare il “buon compito”, a essere brava come se fosse la condizione imprescindibile per essere vista e riconosciuta dalla società. È una cosa che ho trovato anche in alcuni ragazzi, per carità, ma soprattutto nelle ragazze. Su questa cosa mi soffermo molto in classe, offro sempre supporto e cerco di liberarle da questa convinzione proprio grazie all’insegnamento di un processo creativo fluido. Non è facile liberarsi, ma è possibile.

Elena C.: Ho avuto la fortuna di avere buoni insegnanti che mi han dato l’opportunità di prepararmi al meglio per fare questo lavoro, ma soprattutto di prepararmi al “peggio”, ovvero all’autogestione tra i tempi di consegna, quali progetti scegliere e le interazioni che un libero professionista deve instaurare. Oggi come oggi, direi che l’overworking iniziale a cui sono stata portata a sottopormi, non sia stato del tutto sano e avvertirei i futuri lavoratori degli eventuali abusi che qualcuno o anche loro stessi potrebbero fare. Nel mio caso, non saprei dire quando iniziava l’overworking o quando finiva invece la passione e la volontà di farcela per migliorare e andare avanti, quindi raccontando della mia esperienza personale non saprei davvero se ci possa essere qualcosa che escluderei. Potrei dare sicuramente qualche monito, ma questo tipo di mestiere ha talmente tante vie con cui poter esser perseguito, che diventa spesso una strada assai personale. Rimarrei una guida, e come tale mi sento sempre di dire che in primis chiunque voglia intraprendere questo lavoro deve cercare di capire quanto sia sicuro di volerlo fare e, in caso affermativo, che sappia che ha tutti i diritti del mondo a deprimersi per la fatica, i sacrifici e i risultati spesso deludenti a cui porta, ma ha anche il dovere di non arrendersi e continuare a provare, studiare, parlare e disegnare.

Intervista a cura di Claudia Carrozzino



Elena Casagrande

Dopo aver frequentato il liceo, decide di seguire la sua passione per il disegno, iscrivendosi alla Scuola Internazionale di Comics di Roma. Durante gli anni in cui frequenta la scuola, diventa assistente del suo insegnante David Messina. Da lì ha preso il via la lunga collaborazione con le case editrici americane, prima tra tutte la IDW Publishing, lavorando a serie come Star Trek, Ghost Whisperer, Angel, Infestation, True Blood, Doctor Who e X-Files.

Sempre negli USA lavora per la Marvel, disegnando per testate come Spiderman, Magik, Spitfire e Red Hulk. Per la DC Comics ha realizzato alcune tavole di Arrow e The Flash. Per Image Comics ha curato il finale della serie a fumetti Hack/Slash; per Boom! Studios ha disegnato l'ultima serie di Mike Carey, Suicide Risk, e illustrato il romanzo sequel Big trouble in Little China; ha lanciato la nuova serie di Doctor Who: The Tenth Doctor per Titan Comics.

È l'artista dietro la serie Black Widow della Marvel, al fianco della sceneggiatrice Kelly Thompson, del colorista Jordie Bellaire e del copertinista Adam Hughes. Con questa serie, questa squadra di artisti si è guadagnata l'Eisner Award 2021 per la miglior nuova serie. Inoltre nel 2023 ha fatto parte della classe Marvel Stormbreakers.

In Italia ha avuto alcune collaborazioni con Cronaca di Topolinia, Star Comics, Tunué, Renoir, Manfont e Panini Comics. È copertinista di Kalya per Bugs Comics. È stata componente del Truckers Studio.

Oltre a collaborare con le maggiori case editrici americane, al momento Elena Casagrande è insegnante alla Scuola Romana dei Fumetti, a Roma.


Arianna Rea

Disegnatrice Disney, character designer e illustratrice. Dopo aver frequentato la Scuola Romana dei Fumetti esordisce nel 2005 con Monster Allergy. Diventa così fumettista, illustratrice e character designer per il settore jeunesse del mercato italiano ed internazionale (Rainbow, Piemme, PlayPress, Egmont, Giochi Preziosi, Ferrero). Tra le serie a cui collabora ci sono Angel’s Friends (PlayPress) e Tea Sisters (Piemme/Mondadori). Debutta nel mercato francese con il volume Charlotte, célibataire avec enfants, pubblicato da Vents D’Ouest (Glénat) a cui seguono poi due pubblicazioni per Soleil.

Lavora dal 2013 come fumettista e illustratrice per progetti editoriali Disney (tra cui Frozen, Tangled, Oceania). Sempre per Disney realizza il character design e la trasposizione a fumetti della serie TV Violetta e successivamente quella di Soy Luna.

Dal 2014 lavora come concept artist e character designer alla creazione del mondo di Star Darlings (Disney). Nel 2015 partecipa alla realizzazione della graphic novel Inside Out (Disney/Pixar); nello stesso anno insieme ad Alessandro Barbucci realizza lo speciale numero 30 della serie di Monster Allergy. Per la stessa serie escono nel 2019 e nel 2020 due volumi con la partecipazione ai testi della scrittrice fantasy Licia Troisi. È sempre del 2019 la prima storia del progetto Rocky Mozart (testi di Pierre Makyo) per le pagine di Spirou, storico magazine Dupuis, sul quale prosegue a pubblicare.


Trovate tutti i pezzi del Dossier Non è una questione di genere qui.

Post più popolari