L’eredità di Yoshiharu Tsuge
L’universo di Yoshiharu Tsuge: un viaggio tra solitudine, depressione, alienazione e diffidenza nei confronti dell’essere umano
Pochi giorni fa è morto uno dei più grandi fumettisti della storia: Yoshiharu Tsuge. Parlare delle opere del maestro è estremamente difficile perché ognuna di esse ha una complessità tale che servirebbero interi saggi per poterne intuire, in minima parte, la complessità. Nella maggior parte dei casi conoscere la vita degli autori è un elemento essenziale per comprendere appieno ciò che ha portato quest’ultimo alla realizzazione di una determinata opera. Spesso ci si basa infatti su influenze artistiche, esperienze di vita o anche semplici emozioni per connettere i fili intrecciati del grande puzzle che caratterizza ogni grande opera.
Nel caso di Yoshiharu Tsuge però, conoscere la sua vita non è solo importante per comprendere le sue opere - che comunque rimarrebbero estremamente complesse e, per molti aspetti, indecifrabili -, ma diventa del tutto essenziale. Questo perché Tsuge non ha mai voluto creare un bel manga, ma al contrario ha voluto usare il medium del fumetto per rappresentare la sua vita e la sua visione dell’essere umano. Tsuge, nelle sue opere, non ha mai cercato un modo per creare un manga che piacesse, tanto è vero che non ha mai rispettato nessuna regola né di disegno né di scrittura.
Cerchiamo quindi di ripercorrere la carriera di Tsuge attraverso la sua vita e, per quanto possibile, comprendere come le sue esperienze abbiano plasmato le opere che sono diventate oggetto di studio in tutto il mondo, ben prima che il manga diventasse una forma d’arte così popolare.
Yoshiharu Tsuge nasce a Tokyo nel 1937. La sua infanzia quindi è stata segnata dalla miseria causata dalla guerra. Già questa esperienza ha segnato in modo indelebile la sua vita: egli infatti muoverà i suoi primi passi tra i resti di una Tokyo dilaniata dai continui bombardamenti, in un contesto sociale in cui ognuno cercava di arrivare alla fine della giornata, anche cercando di prevaricare sul più debole se necessario. I segni che la guerra ha lasciato sulla pelle di Tsuge sono evidenti in numerose opere, ma quella che ha espresso in modo migliore il rapporto dell’autore con le atrocità della guerra è senza dubbio Nejishiki.
L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1968, narra le vicende di un ragazzo che, a seguito di una ferita in mare, cerca un dottore in un villaggio che sembra disabitato. Inizia così un viaggio che, col pretesto di curare il braccio, scandaglia l’animo del protagonista - e ovviamente dello stesso Tsuge - cercando di ricostruire il suo passato, segnato da un grande trauma. Comprendere e raccontare Nejishiki è un compito quasi impossibile, soprattutto in così poche righe. Quello che è certo è che in quest'opera il lettore assiste allo Tsuge più onirico e surreale, in cui non si distingue più il vero dal sogno e in cui gli eventi sembrano slegati tra loro. La storia non segue nessuna struttura né a livello di costruzione della pagina né tantomeno a livello di sceneggiatura. Questo però dà al racconto un aspetto più intimo e permette al lettore di avvicinarsi maggiormente al suo animo.
Nonostante il successo, Tsuge inizia in questi anni ad avere problemi di depressione e di ansia. Racconta in poche interviste che il periodo delle consegne era per lui il peggiore in assoluto e che sentiva costantemente una forte pressione e senso di ansia. Tsuge sarà uno dei primi autori a parlare nelle sue opere di temi come la depressione e l’alienazione; le sue storie rimangono ancora oggi tra le migliori ad affrontare questi temi. Questo periodo è caratterizzato da momenti di grande ispirazione artistica e periodi di lungo silenzio. È in questi anni, inoltre, che si ritira dalla società e diventa sempre più impossibile vederlo e tantomeno intervistarlo. In questo periodo, più precisamente i primi anni Settanta, esce Il granchio, racconto in cui l’autore si concentra sul tema dell’alienazione. Gli anni di pubblicazione mostrano uno Tsuge più consapevole del proprio stile, di conseguenza la storia risulta più coesa e la struttura narrativa è più classica (sempre nel contesto delle storie gekiga).
Descrivere la vita di un essere umano è sempre difficile e nel caso della vita di Tsuge probabilmente la difficoltà è ancora maggiore a causa del grande mondo che egli si portava dentro. Queste righe non hanno la pretesa di analizzare l’intera poetica dell’autore, ma vogliono dare uno spunto al lettore su dove iniziare a conoscere un autore che ha cambiato in modo indelebile il mondo del fumetto underground.
Non c’è un modo giusto per iniziare a leggere Tsuge, tutto dipende da ciò che cercate: se avete bisogno di opere oniriche che peschino a piene mani dalla miseria del secondo dopoguerra per darne una chiave di lettura ancora oggi unica allora potete iniziare con Nejishiki. Se cercate opere che affrontano temi come la depressione, l’alienazione, la solitudine allora potete leggere tutte le opere del maestro nel suo primo periodo nella rivista Garo. Se invece volete conoscere l’autore all’apice del suo talento e della sua tecnica, potete ripiegare su opere come Il granchio o il celeberrimo L’uomo senza talento - che è stato volutamente non citato in questo articolo -. A questo proposito, molte opere edite in Italia, come Il libro dei sogni edito da Canicola o Nejishiki edito da Oblomov, raccolgono vari racconti dell’autore che pescano proprio da questi periodi, così da permettere a ogni lettore di avere un assaggio dell’universo poetico del maestro. Ciò che è certo è che, una volta scoperto Tsuge, non potrete più farne a meno e sarete inondati dalla necessità di ascoltare e leggere quanto più possibile sull’autore, per cercare di comprenderne appieno le opere che, ovviamente, a una prima lettura risulteranno ostiche. E nonostante tutte le letture e le conversazioni ascoltate, probabilmente non sarete ancora sazi e percepirete un qualcosa che ancora vi sfugge di Tsuge. Questo, forse, è uno degli aspetti più belli e ancora oggi emozionanti di Yoshiharu Tsuge.
Giosuè Spedicato








