Dossier Tempi moderni - Il lavoro editoriale: crisi, burnout e questioni di classe

"Vale davvero la pena di lavorare in editoria?"


La percezione dei diritti negli ultimi trent’anni è cambiata in modo incontrovertibile: non si parla più di diritti del lavoro, diritto alla casa, tutto questo è stato sostituito da concetti apparentemente innocui, come quello di meritocrazia, ma in realtà lesivi per quello che è diventato il sentire comune della realtà.

Il mondo editoriale italiano sta attraversando una delle fasi più critiche della storia moderna. Da un lato abbiamo l’intelligenza artificiale che minaccia il lavoro di traduttori, redattori e compromette quelli che sono i processi creativi, dall’altro abbiamo un problema sistemico che va oltre le dinamiche di mercato: quello dell’editoria si è trasformato in un settore sempre più esclusivo, riservato alle classi privilegiate e che produce per le classi privilegiate, chiuso alla diversità sociale ed economica.

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla crisi economica.

Secondo un rapporto dell’AIE (Associazione Italiana Editori) del 2025 il mercato italiano è quello che in Europa ha avuto i risultati peggiori per quanto riguarda i guadagni. Nei primi mesi del 2025 il settore editoriale ha subito un calo di vendite del 3,6%, rispetto allo stesso periodo del 2024, con 431,3 milioni di vendite. Sono stati acquistati 975 mila libri in meno rispetto alle 30,193 mila copie vendute negli stessi mesi del 2024 (e ben 31,369 mila del 2023) che si traducono in ben 16 milioni di euro in meno. La crisi riguarda tutti gli editori, ma a subire maggiormente questa flessione sono la piccola e media editoria, che hanno subito perdite del venduto rispettivamente del 7,3% e del 13,1%, rispetto ai grandi gruppi, le cui perdite sono state dell’1,3%. I numeri di vendita positivi si registrano solo per la narrativa per bambini e ragazzi, mentre calano le vendite di tutti gli altri generi. E se dal 2019 al 2021, sempre secondo l’AIE, i fumetti, i manga in particolare, registravano un maggiore interesse che si traduceva in un aumento del 256% di copie vendute, nel 2025 i dati sono stati nettamente negativi. 

Secondo il presidente dell’Associazione Italiana Editori Innocenzo Cipolletta questa situazione è imputabile a diversi fattori: «il calo degli acquisti con le Carte per i neo-diciottenni e quelli delle biblioteche […]. Il calo demografico, l’impatto delle nuove tecnologie sui modi e i tempi della lettura». Negli ultimi mesi ci sono state diverse polemiche sul calo delle vendite, e sono state scandagliate ipotesi diverse, molte anche insensate. Ovviamente la colpa è attribuita, come sempre, alla lettrice e al lettore, colpevoli di spendere i loro soldi nella letteratura di genere e non nella narrativa italiana, di non andare alle presentazioni o di preferire altri passatempi (aperitivi, videogiochi) e soprattutto di leggere poco, o di non leggere abbastanza. Sfuggono a queste riflessioni due elementi importanti: il sempre minore potere d’acquisto rispetto ai prezzi sempre più alti dei libri (in media 19,87 euro secondo l’AIE), compresi quelli in formato ebook, e il fatto che lettrice/lettore non equivalga a consumatrice/consumatore. Si possono leggere libri acquistati nel mercato dell’usato, presi in prestito in libreria, o scaricati illegalmente. La questione, in realtà, sarebbe: bisogna leggere, ma libri nuovi, e pure costosi. 

E tornando al discorso sul prezzo dei libri: su questo incidono molto i costi di promozione e distribuzione (circa 60%), mentre il costo del lavoro si aggira intorno al solo 10%. Quindi quanto guadagna chi lavora in editoria? E soprattutto: ne vale la pena?

Vale davvero la pena di lavorare in editoria? è il titolo della ricerca di Redacta, basata sul sondaggio fatto a 825 lavoratori del settore editoriale nel 2023. Intanto, cos’è Redacta? Redacta (costola di Acta, associazione fondata con l’obiettivo di tutelare il lavoro dei freelance) nasce dall’iniziativa di un gruppo di professionisti dell’editoria libraria specializzati in diversi campi (redazione, traduzione, grafica, comunicazione, illustrazione), consapevoli delle problematiche lavorative di un settore che si regge principalmente sul lavoro sottopagato di persone altamente qualificate. L’obiettivo è quello di «rompere l’isolamento, creare un luogo di condivisione sicuro e promuovere un’azione che permetta di aprire un dibattito serio sullo sfruttamento nell’industria culturale». Ma torniamo alla ricerca del 2023.

L’obiettivo di Vale davvero la pena di lavorare in editoria? è quello di dare una «rappresentazione affidabile e aggiornata del lavoro editoriale in Italia». Secondo i dati raccolti dai sondaggi, per il 69,6% delle lavoratrici e dei lavoratori il percorso formativo include studi specifici per il settore editoriale. Il lavoro è continuativo per l’86,5%, anche per chi lavora in regime di collaborazione occasionale. Le ore di lavoro sono simili per le diverse tipologie di contratto (stagista, partita iva, co.co.co., nero) arrivando anche a superare le 40 ore settimanali, in alcuni casi. Sono alte le percentuali di chi lavora nel fine settimana (40%), di notte (15%), e più di otto ore al giorno (45%) e tutto per un reddito medio di 17.660 euro l’anno, il 9% non supera i 5.500 euro, e dopo i 50 anni il reddito si assesta, quindi: al crescere dell’esperienza lo stipendio rimane invariato. Solo la metà di chi ha risposto al sondaggio ritiene di potersi mantenere in autonomia, mentre il 34,4% è sostenuto da aiuti familiari e il 9% dice di non riuscire a mantenersi; inoltre, molti hanno un secondo lavoro, senza contare che il 70% svolge due mansioni insieme. Nonostante l’editoria sia un settore prevalentemente femminile, la differenza di reddito tra i generi è del 18%. 

E per quanto riguarda i contratti? Il 63,3% non è dipendente (a fronte dei diversi inquadramenti lavorativi), mentre solo il 28,8% ha un contratto a tempo indeterminato. Il 36,2% non firma mai o quasi mai un contratto. Guadagna di più chi lavora per l’editoria specialistica o scolastica, chi ha un contratto a tempo indeterminato e chi lavora come editor o ufficio diritto. Paradossalmente, le figure autoriali (chi scrive, chi traduce e chi disegna) guadagnano molto meno delle altre.

I pro e i contro di lavorare in editoria? Tra i pro spiccano in particolar modo il contenuto del lavoro e la flessibilità, mentre tra i contro ci sono lo stipendio decisamente non soddisfacente, e la disorganizzazione lavorativa (urgenze, conciliazione vita/lavoro, eccesso di concentrazione in determinati periodi) che mette a dura prova chi lavora, e rischia il burnout. 

Il lavoro editoriale spesso è inaccessibile a chi non dispone di risorse familiari (ricordiamo che solo la metà dei rispondenti dichiara di riuscire a mantenersi in autonomia). Gli stage non retribuiti, considerati formativi (spesso obbligatori per accedere al settore) rappresentano un primo filtro selettivo. Chi non può permettersi di lavorare gratuitamente per mesi viene automaticamente escluso. Spesso le competenze richieste vanno oltre la preparazione tecnica: certe skill (come la capacità di fare networking) si acquisiscono attraverso l'ambiente familiare, i contatti sociali, la frequentazione di determinati circoli. Anche la geografia gioca un ruolo discriminante: i centri editoriali si concentrano nelle grandi città, dove i costi della vita sono più elevati. Chi proviene da contesti periferici o economicamente svantaggiati difficilmente può sostenere i costi di trasferimento e mantenimento necessari per iniziare una carriera editoriale.

In Inghilterra sono stati condotti diversi studi sulla differenza di classe nei settori culturali, tra cui Panic! Social Class, Taste and Inequalities in the Creative Industries. Secondo questa ricerca oltre un terzo della forza lavoro creativa in UK proviene dalla upper-middle class, mentre solo il 16,2% dei lavoratori ha origini working class. Il dato più preoccupante riguarda le donne: quelle di estrazione working class hanno quasi cinque volte meno probabilità di ottenere un lavoro creativo rispetto agli uomini di background privilegiato. Questo doppio sbarramento, di classe e di genere, evidenzia come il settore culturale perpetui e amplifichi le disuguaglianze sociali esistenti.

È stato coniato il termine class ceiling per descrivere questa barriera invisibile. Tra i giovani sotto i 35 anni nelle posizioni di vertice dell’editoria, ci sono circa quattro volte più persone di classe privilegiata. Non si tratta di casualità o di meritocrazia: è il risultato di meccanismi sistemici che favoriscono chi possiede già il capitale culturale, sociale ed economico. 

Nel 2024 Sutton Trust (una fondazione che promuove la mobilità sociale nel Regno Unito) ha pubblicato un rapporto (A Class Act? Social mobility and the creative industry) secondo il quale l’accesso ai settori creativi è più facile per le classi privilegiate. Le università di Cambridge, Oxford Bristol e Manchester hanno basse percentuali di studenti nelle aree artistiche provenienti dalla working class (rispettivamente 4%, 5%, 5%, 7%). Inoltre, sebbene la laurea sia un vantaggio per tutte le classi sociali, un uomo bianco borghese con una rete sociale importante riesce ad accedere facilmente a un lavoro creativo, anche senza un titolo di studio superiore.

Dal report FragilItalia Disuguaglianze sociali e ascensore sociale, realizzato nel 2025 da Area Studi Legacoop in collaborazione con Ipsos, emerge che in Italia cresce la percezione del blocco dell’ascensore sociale, con solo 3 persone su 10 certe che i propri figli possano raggiungere una condizione sociale migliore, in una società più povera, più precaria e con meno opportunità lavorative.

Cosa significa per la produzione letteraria un settore formato prevalentemente da privilegiati? Se lo chiede Alberto Prunetti nel libro Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class (minimum fax, 2022). Percorrendo parte della storia della letteratura, Prunetti individua quelle che sono le mancanze della rappresentazione di una classe che «continua a non essere considerata granché intrigante dagli editor»: l’editoria italiana tende a rifiutare le storie della working class, respingendone le voci, pubblicando in larga parte storie borghesi, memoir della classe media, appiattendo il dibattito culturale e la varietà tematica, quella che Prunetti chiama biodiversità dell’editoria.

Ciò è dovuto anche al fatto che poche persone di estrazione sociale working class lavorano nell’industria culturale: questo significa che gli editor non si riconoscono nelle storie, non sono interessati ai testi che parlano di sudore, scioperi, a conflitti come la perdita del lavoro, la mancanza di risorse, l’incertezza economica. Si continuano a pubblicare vicende di «spaesamento, crisi personale, cosmopolitismo, nostalgia, viaggi, amore, giardinaggio» che parlano alla classe media, ma non a chi fa le pulizie, serve la cena nei ristoranti. Come osserva Prunetti, è come chiudere le biblioteche e le librerie in periferia, causando una ovvia diminuzione delle lettrici e dei lettori. 

Infine, la questione guadagno: gli autori working class, snobbati dalle grandi case editrici, vengono, spesso, pubblicati da quelli piccoli. Piccoli editori che pagano meno, o non pagano affatto, spesso non danno anticipi, sono meno chiari nella contabilità del venduto, non riescono sempre a garantire visibilità all’opera e all’autore, e, soprattutto, non hanno lo stesso potere distributivo della grande casa editrice.

L’editoria e il mondo culturale hanno bisogno di trasformarsi: scegliere se rimanere un settore di élite che parla alle élite, oppure aprirsi alla società reale, cambiare le regole del mercato (soprattutto la questione distribuzione e i suoi alti costi) e del mercato del lavoro. Mark Fisher scriveva: «nessun oggetto culturale conserva la propria potenza se non ci sono più nuovi sguardi a osservarlo». I libri e i fumetti devono tornare a essere oggetti culturali, non solo merce. Lettrici e lettori non possono essere considerati solo come «consumatori-spettatori». Solo un rinnovamento totale, che investa ogni singolo aspetto del settore creativo, può portare a un cambiamento reale e a condizioni più giuste per tutti i lavoratori. 

Raffaella Migliaccio


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N.B. Dati aggiornati a novembre 2025.


Bibliografia e link utili per approfondire:

Associazione Italiana Editori


Panic! Social Class, Taste and Inequalities in the Creative Industries

A Class Act? Social mobility and the creative industry


Alberto Prunetti, Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class, Roma, minimum fax, 2022.

Mark Fisher, Realismo capitalista, Roma, Nero, 2018.

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