Essentials: Soulwind di Scott Morse
“Seppur tu abbia conquistato l'arte del fumetto, devi lo stesso leggerlo per capirlo”
Il “come” scegliamo un qualcosa prima di leggerlo è legato ad un'enormità di fattori: i nostri gusti, qualcuno o qualcosa che ce l'ha consigliato, il semplice desiderio di andare fuori dalla nostra solita routine. Nel mio caso, ho trovato l'edizione italiana di Soulwind di Scott Morse in un negozio di libri usati assieme ad altri fumetti, a metà prezzo, e siccome era il volume più grosso in esposizione e non avendo molta liquidità, ho pensato che sarebbe stato l'acquisto più intelligente virando sulla quantità rispetto ad informarmi sull'effettiva qualità del prodotto. Che è poi una delle costanti della mia vita, ma sto divagando.
Fatto sta che, come potrete immaginare dal titolo della rubrica Essentials, dopo aver letto Soulwind io lo abbia ritenuto un grande prodotto, ed in effetti è così... ma con riserva.
Ma credo che avrò tempo per spiegarmi.
Dunque, il progetto di Scott Morse nasce durante gli anni dell'università, sulle pagine delle fanzine (pagine sulle quali debuttava anche Paul Pope), e per il giovane studente di animazione l'idea era quella di giocare sui classici tropi de Il viaggio dell'eroe di Joseph Campbell ed osservare come il concetto stesso di storia potesse essere raccontato in un modo un po' diverso.
Questo approccio cangiante, che spazia
tra varie linee temporali e fra vari generi, aggiunge anche uno strato di
complessità in più perché Morse decide anche di cambiare stile di disegno ad
ogni capitolo della sua saga.
E qui potremmo poi parlare a lungo dell'odissea che l'autore vivrà nel
pubblicare la sua opera, che passerà dalla Image Comics per i primi suoi
capitoli, per poi essere pubblicata sotto l'egida della Oni Press che ristampa
l'opera in volumi più corposi; potremmo parlare di come le prime opere del
giovane Morse avessero attirato l'attenzione di alcuni dei nomi più grossi del
fumetto da Rob Liefeld a Will Eisner... ma parliamo subito del
problema più grosso.
Se decido di narrare una storia in un modo non convenzionale, i motivi possono essere molteplici, ma spesso si riducono a tre: sono giovane e credo che nessuno abbia mai provato a giocare col medium e solo io posso porvi rimedio; ho davvero una buona idea; voglio sbattere il mio membro sul tavolo con così tanta forza che lo devono sentire anche dall'altra parte del mondo per potermi dire quanto cazzo io sia bravo a fare questa cosa.
E per quanto mi pianga il cuore, la seconda opzione è di solito abbastanza
rara. Nel caso di Soulwind, per nostra fortuna, abbiamo di sicuro un bel po' di
arroganza giovanile, ma molto positiva e un talento vero che Morse impiega per
il cartooning.
Nel primo capitolo siamo su un pianeta alieno dove il morbido tratto
associabile ai cartoni della Disney cozza con la crudezza della lotta per
ottenere il premio finale; nel secondo siamo in un pulp anni 50 ma con la magia, e
poi passiamo alle lotte tra eroi leggendari con uno stile che richiama il
fumetto di cappa e spada anni 70, per poi passare all'illustrazione per
bambini, il tutto correlato da scene manga che fanno da cornice, o che sono
forse le scene più importanti per quello che ci vuole raccontare Morse.
Funziona tutto? No. Per quanto Morse si impegni, e si impegna tantissimo, il risultato è strabiliante se ci si ferma ad osservare anche solo la regia della tavola: le influenze da animatore di Morse si vedono eccome e sono assolutamente le benvenute. In uno strano gioco di ossimori le sue scene statiche hanno forse più dinamismo delle sue scene dinamiche, ma è un effetto voluto. L'azione, il combattimento, la lotta e le energie primordiali che si scontrano in questo libro, per quanto siano forze fondamentali del mondo, problemi umani che ci porteremo dietro per sempre, sono alla fine “solo” quello: delle note a piè di pagina in un racconto più grande, quello dell'universo. E l'universo, o almeno il grosso, è fatto di quei momenti di pausa, è fatto dell'andare a trovare una vecchina, è fatto dell'amore che trascende le dimensioni, è fatto di quella materia di cui sono fatti i sogni, che si chiama vivere ogni giorno. La battaglia, la lotta, accade. Non puoi scappare, ma è quello che fai dopo, che conta.
Ed è tutto molto bello, tutto molto poetico, si nota davvero la differenza quando un autore completo è per davvero completo, ma dirvi che lo stacco fra uno stile e l'altro sia abissale sarebbe dirvi una bugia. I personaggi non cambiano volto in senso assoluto, diventano solo più o meno morbidi, la progressione e la regia della tavola ha dei picchi assoluti nel primo capitolo e poi piano piano cambia, e lascia molto di più il posto allo storyboard rispetto all'arte sequenziale in sé per sé. E la differenza è minima, ma c'è. Lo storyboard è il progetto di qualcosa di più grande che deve ancora arrivare, il fumetto è quel qualcosa di grande. E se chiedete a me, forse la seconda cosa più grande di tutte (la prima è la prosa, ma immagino sia personale).
A livello di trama, Morse ci racconta di una spada. Una spada misteriosa, che un prescelto deve brandire per salvare l'universo intero, e il viaggio che compie questa spada, e chi le sta intorno.
E di nuovo, la spada è una scusa, è un McGuffin di primo livello. Quello che si vuole raccontare è una storia di umanità, a metà fra la leggenda e il pettegolezzo, tra la leggerezza dei secoli ed il peso di un singolo momento. Perché questa è una storia di lotta. E di come, forse, si debba lottare per ottenere il risultato sperato.
Tutto fila liscio? Certamente no: i diversi piani temporali sono a tratti un po' confusi, e ad una prima lettura ci si potrebbe perdere sul filo della storia, ma tutto diventa sempre più semplificato verso la fine, forse troppo, quando tutto viene risolto, invece che con un KO, con un Koan.
E, ad una prima lettura, ho posato il libro, e ho pensato «Questo è un fumetto bellissimo, è un capolavoro del genere, una di quelle gemme nascoste di cui nessuno parla». E se penso a chi ero, quando ho acquistato quel fumetto, in che momento ero della mia vita, ha senso. Ha perfettamente senso.
Per una serie di fisime mie, quando scrivo in Essentials, mi piace alternare un articolo che tratta di DC Comics, un articolo che parla di Marvel, ed uno di fumetto indipendente americano. E se nei primi due casi mi rendo conto che sono 15 anni che scrivo sempre delle stesse sei cose, nel terzo mi rendo conto che ho letto molto poco fumetto indie che reputo essenziale per chi si vuole approcciare al fumetto made in USA.
E così, trovandomi di fronte all'ardua scelta di dover pensare a cosa scrivere,
mi è caduto l'occhio su Soulwind e l'ho riletto prima di scrivere questo pezzo.
L'ho letto, dopo aver letto un piccolo numero di saggi sullo zen, aver seguito
qualche lezione di filosofia orientale, in un momento diverso della mia vita.
E mi è parso un bel fumetto. Un bellissimo fumetto. Ma non mi ha cambiato di
nuovo la vita.
E ovviamente, qui potreste dirmi: «Accidenti Giovanni, non credi sia
pleonastico dire che in momenti della vita diversi, godiamo delle gioie
dell'hobbystica in modo diverso?» (forse anche in modo più colorito) e avreste ragione al 100%.
Però mi sono posto il dubbio: se quella rabbia giovanile non ci fosse stata? Se
quelli che ritenevo segnali di stile e scelte fatte appositamente non fossero
altro se non inesperienza?
E allora ho ripensato al fumetto, ho ripensato a Soulwind, e mi sono reso conto che certo, il cambiamento di stile non è un qualcosa di epocale, ma c'è un impegno, c'è uno studio del medium che è veramente carico di passione.
E la storia è sì confusionaria a tratti, e ingenua, ma si parla di un fumetto
scritto per andare non solo contro ad uno stile acclamato e glorificato, ma
contro quella che è la percezione dello stile stesso per Scott Morse.
L'approccio naif che l'autore usa mi è sembrato a questo secondo giro di
giostra un bellissimo banco di prova, la creazione di un mondo che non solo
sovverte la narrazione in senso bidimensionale del medium fumetto, ma una
narrazione che sovverte proprio il concetto di fumetto americano mainstream,
dove non è la lotta il costante della vita, ma è la competizione.
Una competizione su chi sia più forte, più veloce, migliore e raramente una
sfida contro il tempo, per potersi godere al meglio quella scintilla di
infinito che non è solo quanto staremo a leggere una storia, e quanto questa
resterà nella nostra mente, ma quanto proprio stiamo esistendo.
C'è davvero questo afflato filosofico? Siamo davvero di fronte ad un trattato
di filosofia sotto forma di albo a fumetti, che come insegna lo zen ci vuole
far rendere conto che passato e futuro sono una mera illusione e tutto quello
che conta è il qui, e l'ora?
E arriva qui, la parte bella: non lo so.
Perché mentre alcune opere anche meno famose hanno vinto meglio la prova del tempo, è anche vero che leggere Soulwind, un fumetto indie nato da una fanzine, vuol dire anche rendersi conto che siamo di fronte ad un'opera prima, con tutti i difetti e le ingenuità del caso.
Un'opera prima grezza, a tratti pretenziosa, e che per quanto provi a
discostarsi dalla narrazione classica, ne è in realtà un esempio principe, solo
camuffato meglio.
E il fiume di parole spesso che oscilla fra la banalità più assoluta e un
paio di giochi di parole che mi porterò nel cuore che state leggendo in questo
momento è esattamente la stessa cosa.
Un insieme confuso di parole, di idee e di salti temporali su aspetti diversi
del fumetto, alcuni coerenti alcuni in contraddizione fra di loro, che vi
lascerà pensare per un tempo variabile se io l'abbia fatto apposta, o se
semplicemente dover scrivere questo pezzo mi abbia portato
a farlo senza avere in effetti un opinione abbastanza forte da poterci riempire
tre pagine di Word.
Perchè se Soulwind lo consideriamo un'opera prima di un giovane autore, siamo di fronte ad un fumetto meraviglioso, un'opera che lascia a bocca aperta ad ogni pagina, e la cui genesi e il contesto ad esso legata ci permettono di passare oltre a quasi tutti i difetti dell'opera e goderci assieme un viaggio sorprendente nel tempo e nello spazio, una favola amara dove alla fine comunque lo spirito dell'uomo vince, contro ostacoli insormontabili dentro e fuori dal fumetto.
Ma se Soulwind lo prendiamo come un'opera a sé, senza considerare tutto il resto, abbiamo di fronte un buonissimo tentativo di forzare qualcosa, senza rendersi conto che quel qualcosa era già stato forzato meglio, in altre opere anche minori, e la cui risoluzione racchiude una conoscenza superficiale di un argomento molto più grosso. Ma che comunque funziona molto, ma molto meglio di altre opere più blasonate, un esempio perfetto di mirare alle stelle, che in caso di fallimento si raggiungerebbe lo stesso la Luna.
Soulwind è un fumetto che ha una serie di meriti in continua evoluzione, è un fumetto che mi ha spinto ad approfondire non tanto la conoscenza del medium, ma quanto valga alla fine l'essenza dell'analisi di una storia, l'analisi di un fumetto.
Nella sua postfazione all'edizione italiana, Ivano Bariani, oltre a
raccontare in un modo molto bello e poetico come abbia deciso di portare il
fumetto in Italia dopo varie peripezie, cita nel finale una frase del
videogioco The Legend of Zelda, quando un vecchio saggio dona al giovane
protagonista Link una spada, pronunciando l'iconica frase «It's dangerous to go
alone, take this», quasi ad enfatizzare il potere mistico di questo fumetto, a
catturare la bellezza non solo della sua rilevanza culturale, ma come i
pensieri e la morale che prova a lasciarci siano un aiuto nei momenti di
complessità, quell'aiuto che la grande arte può dare.
Ma sarei disonesto se non citassi anche Zac Gorman, autore indie che ha
spesso reimmaginato proprio The Legend of Zelda nel dire che sì, è pericoloso
andare in giro senza spada, ma «Una spada porta solo morte, non dona la vita.
Non è un dono, è una maledizione», quasi come a ricordarci che tutto va analizzato
sotto diverse lenti, e non sempre quella della poesia e dell'amore ha il
potere che vorremmo che avesse.
Quindi, per una volta, vi lascio io con una domanda: Soulwind è un fumetto essenziale perché è una lezione di buon fumetto, o lo è perché è essenziale per affinare la vostra visione critica del fumetto?
Mentre voi cercate la risposta, io proverò a cercarla bussando al cielo.
Giovanni Campodonico














