Affinità-divergenze fra il fumetto e noi - Del conseguimento della maggiore età. 8: Tra intrattenimento e profondità
Quand'è stato che il fumetto e l'immaginazione hanno litigato?
Si parla tantissimo, da anni ormai, della crisi del fumetto, del fatto che i giovani lo stanno snobbando sempre di più e delle scarse vendite. Si dà la colpa a fattori molteplici e molto da addetti ai lavori, ma da lettore la mia percezione è anche legata a un aspetto di cui si parla poco. Sicuramente ci saranno persone molto più in gamba di me a fare speculazioni sul piano economico. Io da lettore mi chiedo una cosa: quand’è che i fumetti hanno divorziato dal mondo dell’immaginazione?
Ho iniziato a leggere fumetti da che ho memoria di sfogliare qualunque cosa avesse pagine.
Crescendo, ciò che mi ha fatto spesso affermare che la nona arte fosse la mia preferita era la capacità di sovvertire le regole, di essere popolare, di arrivare allo stomaco e di usare spesso un linguaggio che fosse legato alla fantasia per raccontare la realtà, di creare immaginari potenti e visionari.
Non credo sia un grande mistero arrivare alla conclusione che stiamo vivendo un periodo terrificante, dal punto di vista politico e umano. Attorno a noi accadono cose che le generazioni dopo leggeranno, si spera, sui libri di storia.
Il fumetto non si è mai tirato indietro dal raccontare con lo strumento dell’immaginazione, dello strambo, del popolare, argomenti pesantissimi da digerire. Anzi, mi correggo: non li ha semplicemente raccontati, ma li ha resi delle storie in grado di parlare alla nostra pancia, di farci incazzare e di farci innamorare. Di sentire prima ancora di riflettere.
Insomma, è stato John Constantine a insegnarmi a diffidare degli yuppie, a dirmi che fanno patti col diavolo in cambio del successo. Prima di lui, per quanto vi possa sembrare ridicolo, i Puffi mi avevano insegnato a non votare chi ti promette di tutto e poi si trasforma in un tiranno (come succede ne Il Re Puffo, 1977).
In Italia ci sono stati esempi di questo modo di trattare la fantasia davvero memorabili: oltre all’immancabile Dylan Dog, ci ricordiamo di Gea, di ESP, di tutti i significati profondissimi che si portavano dietro, tanto per citare i più famosi.
Certo, ci sono stati anche esperimenti imbarazzanti, ma comunque esperimenti.
Non è stato difficile chiedere che i fumetti venissero presi sul serio, né che ci si innamorasse di loro.
La mia sensazione però è che soprattutto in Italia il matrimonio tra fantasia e profondità sia in crisi profonda. L’anarchia linguistica con cui la nona arte si è sempre contraddistinta, la sua volontà di parlare a chiunque, ha ceduto lo scettro ad altri media: giochi di ruolo (anche se pure qui la tendenza sta cambiando), produzioni indie di videogiochi e in parte narrativa fantastica emergente. Il fumetto, manga e webtoon a parte, non si è impegnato molto per evitare tutto questo o per riconquistare il terreno perso.
C’è stato piuttosto un tentativo più miope e goffo di cavalcare la gigantesca concorrenza delle webstar: se non puoi combatterli, fatteli amici. C’è stato un salto verso il biopic, quello didattico abbastanza da sembrare una versione disegnata di una fiction RAI e quello esagerato e sgangherato che vede i vari personaggi della cultura extrafumetto, da Sgarbi a Barbero, mettersi le loro maschere e sfoderare i loro tormentoni.
Ovviamente c’è invece chi è rimasto “dal lato fantastico” (molto pochi, per i miei gusti) ma aderendo spesso ai canoni dell’“onesto intrattenimento”, qualunque cosa questo voglia dire. Il punto è se è possibile da noi partorire un Attack on Titan, ad esempio, e parlare del mondo che abbiamo intorno in termini fantastici. O anche solo sperimentare in maniera folle e lisergica come un DanDaDan o uno Junji Ito.
Onestamente credo sia questa la prima domanda che doveva venire in mente quando ci si è chiesto perché, per un certo periodo, i manga siano andati così bene, rispetto ai fumetti di casa nostra, invece di cercare di clonarne pedissequamente gli stilemi. Chi baratterebbe una storia di mostri per l’equivalente del Machiavelli di Boris o la storiella sul meme del giorno già vecchia tra quarantotto ore?
Quella forbice tra intrattenimento e profondità, tra cultura “alta” e “bassa”, nei fumetti si era assottigliata nei decenni passati con enorme lavoro e pazienza sia da parte di chi li realizzava che della critica.
Ora si è allargata come non mai: da una parte i fumetti “divertenti” che raramente vedo rischiare coi temi, dall’altra quelli “seri” che raramente vedo rischiare col linguaggio.
E vorrei che fosse chiaro cosa intendo per serio: Il Re Puffo era una bomba da leggere, o la già citata Gea. La lotta non è tra “pieno di trovate” o “pieno di significato”. Abbiamo passato anni a rendere chiaro che non c’era un confine tra queste cose.
È una situazione che il cinema italiano conosce bene e ha anticipato da molti anni: stravediamo per il film visionario, per il Longlegs o il Weapons di turno, ma poi nella maggior parte dei casi quello che ci arriva dal mainstream è il dramma borghese sulla crisi di mezza età o il pippone storico.
In tutto questo, le uniche persone a cui non mi sento di dare la colpa sono quelle che i fumetti li fanno. Magari sbaglio, ma penso che siano pochi quelli che realmente leggevano Spider-Man e sognavano davvero di fare un giorno la vita in vignette di Padre Frediani, con lo stesso pudore delle fiction nel non mostrarne troppo i lati negativi.
Il problema, almeno nelle produzioni italiane, lo vedo nella necessità delle case editrici di giocare sul sicuro, cosa che ha finito per autocastrare le proposte sul nascere, a diffondere quella sensazione asfittica del “qui da noi certe storie non le puoi fare”.
Fermo restando che esiste posto per tutte le storie e mi auspico di continuare a vedere nelle librerie anche quelle che non mi piacciono, io credo che stiamo sprecando collettivamente un’occasione, in questo periodo, che è quella di parlare a ragazzi, a bambini, a persone appassionate di un certo tipo di linguaggio di quello che sta succedendo, dando loro speranze, dando loro soprattutto domande, pure scomode. L’occasione di farli immergere e appassionare a un mondo, voltarsi un attimo e dirsi: “ma questo è il mio mondo, questo sono io”.
Perché, my humble opinion, in questa spaccatura tra “onesto intrattenimento” e bignami a strisce di biografie o di eventi storici, i fumetti stanno davvero tornando a essere roba per bambini.
Cristiano Brignola









