Non è una questione di genere – Intervista ad Annamaria Di Matteo

Tra abbattimento di stereotipi e cambiamenti nella percezione, il fumetto è un "linguaggio culturale vivo e in trasformazione". Ne parliamo con la CEO e Direttore Editoriale di Rebelle Edizioni 

“Non è una questione di genere” eppure negli ultimi anni gli immaginari fantastici, prima spazio quasi esclusivamente maschile, sono sempre di più diventati appannaggio di scrittrici, disegnatrici e lettrici. 

Insieme a Annamaria Di Matteo, di Rebelle Edizioni, parliamo di come si smontano i nuovi stereotipi sul fantasy contemporaneo.


Ciao Annamaria, grazie mille per la tua disponibilità e benvenuta sul blog Audaci! Ci racconti come è nata la tua passione per il fumetto e il tuo progetto editoriale con Rebelle?
Ciao a tutti e grazie a voi per avermi coinvolta in questo bellissimo progetto. 
La mia passione per il fumetto nasce molto presto, in casa. Mio padre e mio fratello maggiore erano appassionati e i primi ricordi che ho sono legati al classico Topolino e successivamente ai volumi Bonelli. Erano per me non solo piacevole intrattenimento e immaginazione, ma anche condivisone. Ci scambiavamo opinioni e impressioni, a volte leggevamo insieme.
Crescendo, il mio sguardo si è ampliato e personalizzato. Mi sono innamorata delle graphic novel. Ricordo ancora l’impatto che ebbero su di me l’estetica e la narrativa di Sky Doll di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa. Parallelamente mi sono avvicinata anche ai manga che mi hanno mostrato un modo ancora diverso di raccontare. 
Sono sempre stata un’onnivora di storie, comunque, senza barriere tra generi.
A un certo punto la passione ha chiesto di diventare qualcosa di più concreto. Mi sono iscritta alla Scuola Italiana di Comix di Napoli ed è lì che ho scoperto non solo quanto amassi questo linguaggio, ma anche quanto fossi portata per la grafica, in particolare per quella editoriale. Ho iniziato a lavorare molto presto nel settore con editori importanti.
Ho trascorso molti anni “dietro le quinte”, negli uffici editoriali, imparando ogni aspetto del lavoro. È stata una palestra fondamentale.
Poi, dopo tanto tempo passato a far crescere i progetti degli altri, ho sentito il bisogno di creare qualcosa di mio. È così che nasce Rebelle: dal desiderio di mettere insieme tutto quello che avevo imparato, ma con una voce personale. Siamo partiti da zero, senza scorciatoie, e non è stato facile. Ma proprio quella fatica ha reso il progetto ancora più autentico. Oggi Rebelle è il risultato di un percorso lungo, anche se siamo all’attivo ufficialmente solo dal 2021, costruito passo dopo passo, con consapevolezza e determinazione.

Qual è il tuo ruolo in Rebelle, di cosa ti occupi principalmente?
In Rebelle ricopro il ruolo di CEO e direttore editoriale, due dimensioni che per me sono strettamente intrecciate.
Mi occupo della parte più progettuale e creativa: definisco la linea del catalogo, seleziono i titoli e i progetti da pubblicare e seguo ogni libro nel suo sviluppo. Lavoro a stretto contatto con gli autori, gli editor e i grafici e li accompagno nella costruzione dell’opera, cercando di valorizzarne al massimo l’identità.
La mia formazione grafica mi porta poi a entrare direttamente nella parte visiva: per alcuni progetti realizzo personalmente impaginazione e copertine. 
Come CEO mi occupo anche di coordinare il team promozionale e, in generale, tengo insieme la visione del progetto. Il mio ruolo, in fondo, è questo: custodire l’identità di Rebelle e farla crescere nel tempo, restando fedele alla sua voce. Rebelle è una realtà indipendente, quindi ogni scelta è frutto di un equilibrio delicato tra passione, qualità e strategia.


Il catalogo di Rebelle ha dato spazio ha molte autrici e ha un target prevalentemente femminile, in un ambito - quello del fumetto - storicamente più frequentato da autori/editori/lettori uomini. Pensando all'ambiente editoriale in generale e, più in particolare, a fiere, festival e spazi digitali dedicati al fumetto, ti sei mai sentita considerata "meno" in quanto donna o per via delle vostre scelte editoriali?
È una domanda complessa, e credo che la risposta non possa essere semplicemente sì o no.
Nel mio percorso professionale mi è capitato di sentirmi “meno”, soprattutto agli inizi, quando lavoravo come dipendente. Parliamo di circa vent’anni fa, in un ambiente editoriale ancora più sbilanciato di oggi. Ricordo in particolare esperienze in contesti dove ero l’unica donna in team prevalentemente maschili, ad esempio quando ho lavorato per l’editore che all’epoca deteneva i diritti DC in Italia. In quegli ambienti avevo la sensazione di dover dimostrare qualcosa in più, di dover essere sempre un passo avanti per essere presa sul serio. 
Allo stesso tempo, ho lavorato anche in realtà completamente al femminile, soprattutto nell’editoria per l’infanzia, e lì l’atmosfera era diversa, più collaborativa e rilassata. 
Per quanto riguarda Rebelle, sì: all’inizio si percepiva una certa diffidenza. Il fatto di avere un catalogo con molte autrici e un immaginario fortemente legato al femminile veniva talvolta letto come qualcosa di nicchia o esclusivo per quel target. In fiera, nei primi anni, notavo che buona parte del pubblico maschile semplicemente non si fermava allo stand, probabilmente per una sorta di pregiudizio implicito: come se non fosse un progetto che potesse riguardarli.
La cosa più bella, però, è che questa percezione è cambiata nel tempo. Oggi abbiamo moltissimi lettori uomini che ci seguono con interesse e partecipazione. Questo mi conferma che quando racconti storie autentiche, non sono “per donne” o “per uomini”, ma sono per chi è disposto ad ascoltarle.


Secondo te come è cambiata la percezione del fumetto negli ultimi anni e come questo cambiamento ha influito sul cambiamento della percezione del fumetto come non più un prodotto fatto principalmente da e per un pubblico maschile?
Negli ultimi anni la percezione del fumetto è cambiata in modo profondo, secondo me. Quando ho iniziato, era ancora tanto considerato un prodotto legato principalmente a un pubblico maschile, soprattutto nell’ambito dei supereroi o del fumetto seriale.
L’affemarsi della graphic novel come forma narrativa adulta ha avuto un ruolo fondamentale: il fumetto è entrato nelle librerie di varia e nei festival letterari, è diventato uno strumento riconosciuto per raccontare autobiografia, reportage, identità, tematiche sociali. Questo ha ampliato naturalmente il pubblico.
Parallelamente, è cambiata la rappresentazione. Sono aumentate le autrici pubblicate, sono cresciute le storie che mettono al centro corpi, emozioni, esperienze e punti di vista non filtrati dallo sguardo maschile dominante. Questo ha generato un effetto circolare: più autrici / più lettrici che si riconoscono / più editori che investono in quella direzione.
Un ruolo enorme credo lo abbiano avuto anche i social network che hanno permesso alle autrici di costruire community, raccontarsi direttamente, di mostrare il proprio processo creativo e di intercettare un pubblico che magari non frequentava fumetterie o circuiti tradizionali. I social hanno abbattuto molte barriere di accesso e hanno reso visibili realtà che prima faticavano a emergere.
Credo che il punto non sia che il fumetto sia “diventato femminile”, ma che si sia pluralizzato. Oggi è più evidente che il fumetto non è un genere, ma un linguaggio. E che quindi può raccontare qualsiasi cosa, per chiunque.
Il cambiamento della percezione è stato culturale prima che commerciale. Quando il fumetto ha smesso di essere visto come un prodotto di settore ed è stato riconosciuto come forma narrativa complessa, è caduta anche l’idea che fosse “principalmente per uomini”.
La strada non è conclusa, ma lo spazio oggi è decisamente più aperto rispetto a vent’anni fa.


Oltre te, chi lavora in Rebelle e che ruoli ha?
Rebelle è una realtà piccola, ma in continua crescita e strutturazione. Oltre a me, l’altra figura direttiva è mio marito Giuseppe: lui si occupa di tutta la parte burocratica e contrattuale, della vendita dei diritti all’estero, dell’organizzazione delle fiere e dei rapporti con tipografie e fornitori, e il suo parere è prezioso anche nelle scelte editoriali.
Il team creativo e operativo include poi figure specializzate: Sarah Taibi cura la promozione e l’ufficio stampa, Erika Cornacchia e Letizia Galli si occupano della grafica. Per l’editing ci affidiamo a diverse collaboratrici a seconda del progetto; quest’anno lavorano con noi Nicoletta Scotti, Ilaria Benedetti e Valentina De Carlo.
I nostri autori e autrici sono parte fondamentale del motore di Rebelle: li considero membri del team a tutti gli effetti, perché il loro lavoro e la loro creatività costituiscono il cuore pulsante di ogni progetto.
Non è stato sempre facile trovare persone che condividessero la nostra visione, ma costruire questo piccolo team passo dopo passo è stato uno degli aspetti più gratificanti del percorso di Rebelle.

Secondo te, ci sono delle differenze concrete nel modo in cui si lavora - e nel tipo di opere che si sceglie di pubblicare - tra le case editrici che hanno team prevalentemente femminili e quelle che invece sono prevalentemente maschili?
È una domanda delicata, perché il rischio è sempre quello di semplificare. Non credo esista un “modo femminile” o un “modo maschile” di fare editoria in senso assoluto. Le differenze emergono piuttosto quando cambia chi prende le decisioni e quali esperienze personali porta con sé.
Questo può influire sia sul tipo di opere scelte, sia sul modo in cui si lavora. Personalmente ho sempre cercato di costruire un ambiente basato sull’ascolto, sul confronto e sulla cura del progetto, più che su logiche esclusivamente commerciali.
Non penso che la differenza stia nel genere in sé, ma nella pluralità degli sguardi. Più il mondo editoriale è composto da prospettive diverse, per genere, età, background, più il panorama delle storie si arricchisce. Credo che il vero cambiamento non sia sostituire uno sguardo dominante con un altro, ma creare spazio per una molteplicità di visioni.


A proposito di pluralità, come pensi si relazioni il mondo editoriale/fumettistico con le identità queer/razzializzate/disabili eccetera? Riesce a essere davvero plurale?
Sicuramente il mondo editoriale e fumettistico ha fatto qualche passo avanti in questo senso. Negli ultimi anni c’è stata una maggiore attenzione verso identità e soggettività che per molto tempo sono rimaste ai margini. Sono emerse nuove voci, nuovi autori e autrici, nuove narrazioni che fino a poco tempo fa faticavano a trovare spazio. Anche il pubblico è cambiato: c’è una richiesta più consapevole e più attenta.
Spesso però la pluralità è ancora intermittente o legata a momenti di “attenzione tematica”. Il rischio è che certe identità vengano trattate come tendenza o segmento di mercato, invece che come parte strutturale del panorama culturale.
Sarebbe necessario un impegno continuo, non episodico, e che anche chi costruisce l’industria editoriale rispecchiasse davvero una reale varietà di esperienze e prospettive.

Quindi, secondo te, qual è l'attuale situazione delle donne che lavorano - scrivono, disegnano, editano, pubblicano, eccetera - nel mondo editoriale a fumetti in Italia?
Credo che la situazione delle donne nel mondo del fumetto in Italia sia in evoluzione, anche se ancora segnata da squilibri. Oggi ci sono sempre più autrici, disegnatrici, editor, sceneggiatrici e produttrici: la loro presenza è visibile, riconosciuta e apprezzata. Ci sono progetti indipendenti, collettivi, riviste, iniziative culturali e festival che mettono al centro le voci femminili.
Allo stesso tempo, però, non si può ignorare che molte delle dinamiche di esclusione che attraversano l’editoria nel suo complesso siano ancora presenti anche nel fumetto: la rappresentanza in ruoli decisionali, nelle direzioni artistiche, nelle grandi collane o nei principali circuiti commerciali è spesso limitata. La visibilità delle donne non sempre corrisponde a una reale parità di opportunità, di accesso alle risorse, di riconoscimento economico e istituzionale.
Vedo un movimento in corso, con progressi reali ma anche con sfide ancora aperte.


Per concludere: che consigli daresti alle ragazze e donne che vogliono iniziare a lavorare in questo mondo o che ci lavorano già e affrontano i problemi di cui parli?
Il mio primo consiglio è credere nella propria voce e nel proprio punto di vista: ogni autrice e ogni artista ha qualcosa di unico da raccontare, e questo vale più di qualsiasi percorso “canonico”.
Allo stesso tempo, è importante costruirsi competenze solide e conoscenza del settore.
Consiglio poi di cercare comunità, alleanze e reti di supporto: collettivi, laboratori, festival, social network. Essere parte di una rete significa confrontarsi, ricevere sostegno, imparare dagli altri e trovare opportunità che altrimenti rimarrebbero nascoste.
Infine, suggerisco di non arrendersi alle difficoltà. In un settore storicamente sbilanciato, ci saranno momenti di ostilità, diffidenza o sottovalutazione. Ma continuare a lavorare con passione, coerenza e professionalità costruisce credibilità, visibilità e rispetto.
Il fumetto ha bisogno di voci autentiche: ogni donna che decide di far sentire la propria è un passo verso un panorama più ricco e inclusivo.

Grazie mille per aver condiviso la tua esperienza e per essere stata con noi! A presto!
Grazie a voi per le bellissime domande e per lo spazio che avete voluto dedicare a questi temi. È sempre prezioso poter parlare di fumetto non solo come prodotto, ma come linguaggio culturale vivo e in trasformazione.
Un caro saluto a tutte e tutti i lettori e lettrici di Audaci e a presto!

Intervista a cura di Claudia Maltese (aka clacca)


Annamaria Di Matteo

Annamaria Di Matteo è CEO e Direttore Editoriale di Rebelle Edizioni. Nata a Portici, ha studiato fumetto alla Scuola Italiana di Comics e grafica editoriale all’ILAS di Napoli. Ha lavorato per RW Edizioni, Panini, Disney, De Agostini e Mondadori, occupandosi di grafica editoriale e art direction per fumetti, riviste e gadget. Insieme al marito Giuseppe Coppola ha fondato Rebelle Edizioni. Mamma di Luigi Noah, ama il mare, i gatti e costruire diorami in legno.


Trovate tutti i pezzi del Dossier Non è una questione di genere qui.

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