Il ritorno del Cavaliere Oscuro - Tra sociologia e rappresentazione della realtà

Frank Miller, nel suo capolavoro, ci mostra come un medium diverso dal fumetto possa dialogare con esso

Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, una tra le storie più influenti, amate e citate del fumetto USA, nel 2026 compie quarant'anni.

Abbiamo colto l'occasione per parlarne nel nostro podcast, Building Stories, in team-up con Alessandro “DocManhattan” Apreda (potete ascoltare la puntata qui), e continuiamo a parlarne in questa analisi di Giosuè Spedicato che racconta come, a quattro decenni di distanza dalla sua pubblicazione originaria, il fumetto di Frank Miller, Klaus Janson e Lynn Varley, oltre ad essere una delle massime espressioni della nona arte, rappresenti anche un’analisi sociologica degli Stati Uniti degli anni Ottanta.

Del Ritorno del Cavaliere Oscuro si è detto di ogni, come è giusto che sia. 

Come ogni capolavoro però anche l’opera di Frank Miller, nonostante tutti questi anni di analisi e discussioni, ha ancora molto da dirci: un aspetto che è stato poco sotto i riflettori è quello del fondamentale ruolo della televisione nella trama.

Innanzitutto, è necessario ricordare in che anno uscì The Dark Knight returns: il 1986. Gli Stati Uniti dell’epoca erano caratterizzati da un aumento vertiginoso della criminalità nelle grandi città, dall'accentuazione delle diseguaglianze sociali - nonostante una lieve ripresa dalla crisi degli anni ’80 - e da una comune sfiducia nei confronti delle istituzioni. Il mito del “sogno americano” era ormai al tramonto, i ricordi della guerra del Vietnam erano ancora vivi e, come se ciò non bastasse, la guerra fredda faceva aumentare la paura di una guerra nucleare. In una situazione socio-economica del genere non va dimenticato chi era il Presidente in carica degli Stati Uniti dal 1985 al 1989: Ronald Reagan, ex attore noto soprattutto per le sue grandi doti comunicative, aspetto da non dimenticare nel corso della lettura del fumetto e della sua analisi.

Frank Miller nel suo lavoro ha voluto descrivere in poche pagine l’intera società americana di quegli anni: criminalità, diffusione della droga, perdita di un’ideologia religiosa o politica da seguire, con relativa perdita di valori - giusti o sbagliati che fossero -. In questa accurata analisi, talmente chiara che potrebbe essere studiata da aspiranti sociologi, non poteva mancare uno dei protagonisti della vita di ogni americano degli anni ’80, nonché il primo generatore dell’opinione pubblica: la tv.

La televisione ha, nella trama, un ruolo da protagonista sin dalle prime pagine. Numerose sono infatti le vignette che ritraggono i vari attori di ogni telegiornale: presentatori, ospiti, inviati e intervistati. L’aspetto più interessante però non è solo la rappresentazione di questi soggetti, ma come questi vengono messi in scena nel fumetto. Nelle scene in cui i soggetti sono gli attori dei telegiornali infatti, a cambiare non è solo la prospettiva narrativa, ma anche l’impostazione grafica del medium. In queste scene i bordi delle vignette sono quelli di una classica televisione degli anni Ottanta. In quelle poche, ma frequentissime, vignette il lettore ha la sensazione di guardare un classico talk show - tale effetto è dovuto anche agli stupendi dialoghi scritti da Miller -.

Come se ciò non bastasse, l'autore non si limita a una mera serie di vignette a forma di televisione, ma arriva a catturare l’essenza del medium: la possibile distorsione della realtà. Il lettore conosce in modo oggettivo gli eventi della trama e il loro rapporto di causa-effetto; allo stesso tempo però dalla “vignetta-televisione” il lettore si trova davanti a una rappresentazione della realtà che è, quasi sempre, distorta. In quest’ottica, hanno particolare importanza i cittadini intervistati che nel fumetto raccontano ciò che hanno visto o il loro punto di vista su un determinato argomento. Ad essere più interessante però è il modo in cui l’autore fa dire ai cittadini di Gotham ciò che pensano. Miller infatti, con una lungimiranza che ha dell’inquietante, mette in scena un involgarimento degli attori televisivi, dai classici cittadini agli ospiti in studio. Il lettore assiste a discussioni e opinioni sempre più accese e contrastanti che sfociano in banali insulti e divisioni in due schieramenti. La sconvolgente lungimiranza dell’autore sta nel fatto che anche i talk show contemporanei sembrano combaciare perfettamente con questa triste descrizione.

Analizzare l’importanza della televisione nel Batman milleriano, la sua rappresentazione e il modo in cui ciò avviene non è un lavoro che può essere svolto in modo esaustivo in poche righe. Rimane estremamente interessante però vedere come Frank Miller, in questa sua analisi della società americana, abbia inserito in un riquadro tutt’altro secondario un medium come la televisione. Come se ciò non bastasse, Miller ha anche posto in “dialogo” il lettore con questo medium e, soprattutto, con le sue storture. In maniera forse non pienamente consapevole, Miller voleva avvertire i lettori di quegli anni del pericolo di creare la propria opinione - e di conseguenza di condizionare l’opinione pubblica - esclusivamente attraverso la visione dei telegiornali e talk show, ossia attraverso una rappresentazione, spesso distorta, della realtà; se così fosse, anche in questo campo, Frank Miller sarebbe un genio.

Giosuè Spedicato

Batman: Il ritorno del cavaliere oscuro
(Titolo originale: Batman: The Dark Knight returns)


Copertina: Frank Miller
Soggetto, sceneggiatura e disegni: Frank Miller
Inchiostrazione: Klaus Janson
Colori: Lynn Varley
Casa editrice originale: DC Comics (edizione italiana: Panini Comics)

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