mercoledì 6 aprile 2016

Tra ricordi e attese: intervista a Sergio Algozzino

L'autore palermitano racconta Storie di un'attesa, la sua nuova opera





Poteva bastare un'anteprima del suo nuovo lavoro e un'ampia gallery di immagini audacemente selezionate?
Evidentemente no. Da Sergio Algozzino volevamo di più. Volevamo sentire dalle sue stesse parole cosa aspettarci dall'imminente Storie di un'attesa, fare il punto sulla sua attività fumettistica (e non) e farci un giro dietro le quinte.
Ecco cosa è emerso.

Su quali tematiche verte Storie di un'attesa, la tua nuova opera in uscita a maggio?
Si parla di amore, amore in varie forme: amore fra persone, amore per un ideale, amori impossibili o amore per la propria città, che nel mio caso è Palermo.

Dove è nata l'idea?
Lo spunto è stata la mia voglia di raccontare qualcosa di Palermo, città che amo profondamente, ricca di storia, storie e suggestioni - che poi ognuno potrebbe cogliere dai suoi luoghi natali. Nel mio raccogliere idee, mi sono reso conto che alcune avevano come tema comune l'attesa, fra cui una in particolare, che è il fulcro di tutto il libro. Ho deciso quindi di spingere l'acceleratore restringendo il cerchio e occupandomi di questo stato emozionale che ho reputato particolarmente stimolante per il mio modo di raccontare, a braccetto con una certa "poetica malinconia", che ho sempre amato. Non volevo, poi, rivolgermi ad un pubblico specifico, cosa che ho sempre fatto involontariamente (agli appassionati di De Andrè, dei Beatles o di una certa nostalgia) e con un certo dispiacere - perché poi so (e chi le ha lette se ne rende anche conto) che le mie opere non sono mai state realmente riferite solo a quelle fasce di lettori.


Quanto c'è di autobiografico in questa storia?
C'è qualcosa, ma non ruota affatto intorno a questo. A me piace tantissimo raccontare storie di vita vissuta, o prenderne spunto (come ho fatto per una parte della storia anche in questo caso), ma non ho mai voluto fare qualcosa di autoreferenziale. Gli spunti personali sono sempre stati solo dei pretesti, così, in questo libro, l'unica parte che potrebbe sembrare autobiografica è in realtà stata modificata senza seguire la realtà dei fatti, in funzione di un affresco molto più grande. Il mio desiderio è quello non di ripudiare quello che ho fatto finora, ma, al contrario, tirare fuori tutto il meglio di me stesso, senza nascondermi dietro alcuni temi, per certi versi, più rassicuranti. Non so se ci sarò realmente riuscito, ma credo di avere fatto un passo avanti, narrativamente e graficamente. Proprio nei disegni, in maniera esplicita, credo si noti immediatamente un nuovo approccio, votato tutto alla ricerca di una istintività che mi sento sempre di dovere inseguire libro dopo libro. Ho disegnato tanto e tante cose assolutamente slegate dalla storia prima di pensare di fare anche solo mezza vignetta. E, nel mio andare avanti, sono anche tornato indietro, perché l'evoluzione deve sempre fare i conti col passato, e ho riguardato con occhi diversi opere precedenti come Ballata per De Andrè, che nella sua rozzezza possedeva un certo livello di istintività di cui ero invidioso. Così, più di prima, ho tirato fuori il mio lato influenzato dai fumetti giapponesi, cercando di ricordare l'approccio con il quale disegnavo a quattordici o quindici anni.

Spesso dalle tue opere emerge un animo nostalgico. Bisogna guardarsi indietro per comprendere meglio il futuro?
La nostalgia è una brutta bestia, che io ho domato, ma che, mi rendo conto, non è facile da ammaestrare. E, allo stato attuale, per via di una certa inflazione del termine, sembra quasi una colpa essere nostalgici. Mi stanca un giudizio superficiale su quello che ho fatto con Memorie a 8bit, che, ricordo, essere un libro rieditato con molto materiale proveniente (e già pubblicato) dal 2008, un'epoca in cui sicuramente non fui additato come "un altro che si attacca a quel  carrozzone". Anche nei miei video su Youtube, cerco sempre di "demolire" un certo tipo di approccio sbagliato alla nostalgia, dove chi ne viene sopraffatto tende a considerare le cose del passato migliori di quelle del presente.
Alcune cose possono realmente esserlo, ma altre lo sono solo se vogliamo pensarlo. Pur amandolo, non direi mai che il Commodore 64 è "migliore" di un PC moderno. Come dico sempre, le uniche cose che davvero erano  migliori "ai miei tempi" erano solo le sigle dei Cartoni (essendo, numericamente, molto di più, fra l'altro) e le sorpresine delle merendine (qui è ancora più facile, dato che praticamente sono estinte). In ogni caso, anche in questo libro c'è una certa forma di nostalgia, essendo rivolto al passato (anche se in tre epoche differenti, 1800, 1940 e 1990), ma non è una nostalgia indirizzata a oggetti o situazioni:  quello di cui parlo è la perdita di un certo tipo di pazienza, di cui tutti siamo vittime, mica solo le nuove generazioni.


Dopo la riedizione di Memorie a 8 bit, che ha parecchi legami con il tuo passato di autore, porti in libreria un volume che sembra segnare la tua maturità artistica. A che punto ritieni di essere della tua carriera?
Io spero, e credo, di avere ancora tanto da raccontare su cui migliorarmi. Fortunatamente, ho creato un buon legame con chi mi legge, non saranno milioni, ma, tendenzialmente, mi si apprezza per quello che sono. Non mi considero un gran disegnatore, o il migliore fumettista al mondo, ma sono sincero in quello che faccio. Sono perennemente insoddisfatto, ma, paradossalmente, sono comunque sempre molto fiero di quello che faccio. Storie di un'attesa è il primo libro che ho scritto in cui mi sono commosso rileggendo la sceneggiatura, e questo mi ha colpito molto. Credo, e dico credo, che sia un buon libro.

Tra le uscite degli ultimi tempi c'è un fumetto che consiglieresti?
La riedizione di Dr Slump. Qualche mese fa ti avrei detto Maison Ikkokuma è già conclusa. In Dr Slump, specie nei primi 6 o 7 volumi, si vede chiaramente una spontaneità incredibile, slegata totalmente da qualsivoglia forma puramente commerciale che, da Akira e Dragonball in poi, ha fatto capire ai giapponesi che potevano farsi leggere nel resto del mondo, incrinando un po' le cose.



Illustratore, fumettista, colorista, musicista, ukulele-man. Quale di queste definizioni ritieni ti rappresenti?
Io mi sentirò sempre e solo un fumettista. Qualsiasi altra cosa per me è una passione. I fumetti sono, invece, la mia scelta di vita. Sempre però che riesca per davvero a continuare a fare questo per tutta la vita...

Stai già pensando alla tua prossima opera?
Sì. Sto scrivendo una storia che non disegnerò io. Mi piacerebbe coltivare sempre di più questo aspetto della mia professione. Mi sento molto più vicino al volere raccontare una storia in questa forma che solo nei disegni. Sarà un bel volumone, grande, grosso e tutto a colori: un vero e proprio Canto di Natale infernale (no, non è il titolo!).

Una volta di più, chiudiamo con un sentito ringraziamento a Sergio Algozzino, e con l'augurio di reincontrarlo sempre più di frequente.


Gli Audaci



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