lunedì 8 settembre 2014

Intervista a Gianfranco Manfredi

Adam Wild, l'Africa e la Storia

Tra le novità più importanti e promettenti di questo autunno fumettistico a venire sicuramente è da annoverare l'esordio di Adam Wild, serie ideata e sceneggiata da Gianfranco Manfredi e disegnata, oltre che dal copertinista Darko Perovic e dal disegnatore del primo numero Alessandro Nespolino, da vari artisti al loro debutto sul fumetto Bonelli. Per raccontarci di questa nuova serie "made in Bonelli" abbiamo raggiunto il gentilissimo Manfredi, che ci narra le motivazioni di alcune scelte, ci dà varie anticipazioni interessanti e ci fornisce il suo parere sul mondo del fumetto (e non solo). 
Buona lettura!

Caro Gianfranco, ci ritroviamo a intervistarti dopo la nostra ultima chiacchierata su Shangai Devil. Ora un tuo nuovo personaggio, dopo Magico Vento, Volto Nascosto e, appunto, Shangai Devil, è arrivato: il 4 ottobre uscirà il primo numero di Adam Wild. Che cosa ci dobbiamo aspettare?

VN e SD esaminavano degli eventi storici circoscritti, invece MV passava per degli eventi storici, ma li attraversava volentieri con la fantasia. Si raccontava la Storia Americana, ma si trattava di un western. AW ricorda in questo MV, nel senso che si racconta la Storia Africana, ma si tratta di un fumetto d’Avventura, l’Avventura classica in luoghi sconosciuti, violenti, misteriosi, ma anche pieni di fascino. L’immaginazione è un territorio dove si incontra l’orrido e il meraviglioso, cioè dove si incontrano i CONTRASTI.


Conosciamo il forte legame che ti lega all’Africa. Da che cosa nasce il desiderio di ambientare la tua nuova serie proprio nel continente africano?

Certo, c’è qualcosa di personale, anche se in Africa ci sono stato soltanto un paio di volte, però mio padre ci aveva vissuto, in campo di prigionia, per almeno sei anni, e qualche anno fa, mia figlia ha girato un documentario in Sudafrica. Al di là di questo, gli scenari africani sono talmente vari che non si può certo dire ci siano ormai familiari. Per noi, per tutti noi, sono ancora largamente sconosciuti. Visivamente, questa è una grande opportunità creativa. Non si rischia di aprire l’albo e pensare: ah, ecco, il solito scenario, quello che già conosco perché ci vivo. L’Avventura è andare in posti che NON si conoscono.


Da insegnante di lettere, apprezzo molto il fatto che tu ricostruisca con precisione e correttezza gli scenari e gli eventi storici sullo sfondo delle vicende dei tuoi protagonisti: ritieni anche tu che sia un modo valido per far conoscere, magari ai più giovani, “una parte della storia” – quella del colonialismo – che, solitamente, risulta poco appetibile?
 
Non mi pongo uno scopo didascalico. Io racconto storie di personaggi inventati, ma siccome non sono dei personaggi fantasy o di fantascienza perché vivono invece in un contesto storicamente preciso, perché siano credibili ho bisogno di sapere: cosa mangiano, com’è (com’era) la loro vita quotidiana, quali erano i loro sogni. Questo è il motivo per cui nelle mie ricerche di documentazione faccio molto ricorso a biografie, autobiografie, diari e lettere. In questi materiali si vede la Storia dal punto di vista di chi l’ha vissuta. Il colonialismo, poi, BISOGNA raccontarlo, perché le origini del nostro mondo globale e delle sue contraddizioni, stanno lì. Se non conosciamo quella pagina storica facciamo fatica a capire i nostri problemi di oggi. Se a scuola si cominciasse a spiegare la Storia A PARTIRE dal colonialismo questo appassionerebbe gli studenti molto di più che non partire dalla Storia Antica, perché la Storia Antica è molto più difficile da capire e dunque andrebbe spiegata DOPO. Dopo che gli studenti hanno capito perché sia tanto importante studiare la Storia. Se non facciamo così, si rafforzeranno nell’idea INSENSATA che la Storia cominci da loro e che tutto quello che è accaduto prima, non serva saperlo.


Quali sono i tuoi modelli letterari? A quali autori ti sei ispirato per le atmosfere, le ambientazioni, i personaggi?

Ho naturalmente riletto Tarzan. Mi ha colpito molto. I racconti di Tarzan, ad esempio, non li avevo mai letti prima. Lettura affascinante, ma non per copiare, anzi mi è stata utile per scrivere storie totalmente diverse che non c’entrano proprio nulla. Ho anche letto parecchi romanzi di Wilbur Smith perché sono pieni di suggestioni, ma poi non ho né citato, né raccontato storie che ha già raccontato lui, per il semplice motivo che le aveva già raccontate lui e andava già bene così. L’ispirazione per me, spesso funziona al negativo. Leggo quanto posso leggere su un certo argomento, in modo da poter trovare una strada personale. Credo che il tempo del citazionismo e degli omaggi, che è stato molto importante negli anni '80 e '90, oggi sia finito o meglio che non abbia più lo stesso slancio delle origini. Circola molta stanchezza dopo aver continuato per due decenni e passa a sentir raccontare storie piene di citazioni-di citazioni-di citazioni. Almeno si cerchi di non fare citazioni troppo risapute… e si cerchi di non esibirle per fare bella figura. E’ la storia che conta, il narratore deve SPARIRE dentro la storia. Non solo il narratore attuale, anche i narratori precedenti. Una cosa nuova, non è mai interamente nuova, ma almeno che si sforzi di apparire nuova, altrimenti sarà sempre più bello l’originale che è diventato un classico mica per caso!



Che tipo sarà il protagonista, Adam Wild? Quali saranno le sue caratteristiche principali? Ci saranno altri personaggi secondari che ruoteranno intorno a lui in modo stabile, sia buoni che cattivi?

Dopo aver raccontato molti personaggi problematici, anche al limite della schizofrenia, sentivo il bisogno di raccontare un eroe positivo , non depresso, non squassato da traumi e turbe, uno che si butta e risolve. Non sempre può farlo con il sorriso sulla labbra perché se ci si trova invischiati in una guerra c’è poco da ridere. Però, nella sua carica vitale, Adam è un estroverso. Non tiene quasi nulla dentro di sé. Così come si sente, si esprime. Se crede di dover fare una cosa la fa e dopo non ci pensa più. I suoi amici non sono uguali a lui e non gli danno sempre ragione perché i nostri veri amici sono diversi da noi, non sono nostri cloni e nemmeno nostri fans. L’amicizia è un’altra cosa. Di sicuro non è servilismo, né stare con quelli identici a te come carattere. I nemici, in questa serie, sono invece una galleria di personaggi patologici … ma non si tratta della patologia dei serial killer, non si tratta della follia omicida… si tratta di persone che normalmente non si fanno scrupolo alcuno nel servirsi degli altri, nell’abusare degli altri, nel fare violenza agli altri per propri fini o semplicemente perché si divertono e si eccitano nell’essere spietati e crudeli.


Quanto sarà importante la continuity in questa serie? Quanto, cioè, ogni numero sarà legato al precedente e al successivo?

La continuity è puramente consecutiva nel senso che essendoci delle date, riferite ad alcune circostanze storiche, un qualche ordine dovevo mantenerlo, però attraverso un flash back si possono anche raccontare eventi di anni prima, dunque consecutivo non vuole necessariamente dire in ordine cronologico. Dal punto di vista della lettura quasi tutti gli episodi tranne tre o quattro sono autoconclusivi.

È corretto chiamarla serie regolare, o si deve parlare di più stagioni? Sappiamo che sei già molto avanti nella scrittura…

Ho già scritto 24 episodi, già in lavorazione. Adesso farò una pausa per sentire il parere dei lettori e vedere che tipo di interesse susciterà la serie. Oggi si produce per blocchi.

Cominciare con un blocco biennale è già tanto, nelle attuali condizioni. Per la Casa Editrice è un investimento impegnativo. Dunque, anche se ho pensato la serie senza fine, dipenderà dai lettori. Anche per le serie TV è così. Nessuno mette in pista una nuova stagione se il pubblico cala. Ci sono state serie bellissime come Carnivale che si sono interrotte dopo due stagioni, perché non avevano abbastanza pubblico rispetto all’impegno produttivo e all’investimento. Io sono tra quelli che hanno portato il lutto, ma… è il mercato, bellezza! Quando si parla di mercato, molti pensano che sia governato da chissà quale Spectre che in gran segreto decide al posto nostro. Invece il mercato siamo anche noi. Certi dischi negli anni '70 si sono potuti produrre perché al pubblico piacevano e tutti li chiedevano non perché i discografici avevano deciso di produrli a tavolino.
È stato il pubblico a sostenerli e a imporli.


L’ultima volta che ci siamo incontrati, a Lucca, ci hai rivelato che la squadra dei disegnatori che hai selezionato è caratterizzata dalla forte presenza di artisti dell’est Europa. Come ti sei trovato a lavorare con loro? Sappiamo che le copertine saranno opera di Darko Perovic: hai qualche altro nome che ti ha impressionato in modo particolare?

Be’ adesso la serie è in uscita ed è diventato imbarazzante per me parlar meglio di uno piuttosto che di un altro. Giustamente qualche disegnatore potrebbe risentirsi e comunque sarebbe sbagliato sovrapporre il mio giudizio a quello del pubblico che deve essere lasciato completamente libero. Posso però dire che i disegnatori serbi hanno un merito: non hanno un mainstream nazionale di riferimento e dunque i loro stili sono estremamente vari. Ma in tutti ho trovato una notevole forza espressiva. Non sono tipi da “bravo, hai giocato una discreta partita”.
È gente che sputa sangue, per usare un linguaggio texiano, non gliene importa niente di gestire il tran tran, si buttano e osano.


In quali altri progetti sei coinvolto al momento? Sappiamo che hai appena finito la stesura del tuo nuovo romanzo: ce ne vuoi parlare?

Non so neanche quando uscirà, dunque è più che prematuro parlarne, ma sento che è il romanzo più personale che io abbia mai scritto, perché non ha genere, è un romanzo e basta, senza aggettivi, e anche perché racconta la storia di un musicista e compositore di canzoni, non della mia epoca, degli anni 20, però essendo io cresciuto nel mondo della musica e dello spettacolo, qui ho potuto raccontare esperienze davvero vissute, non puramente immaginate. Più vicina l’uscita di Coney Island, una mini serie a fumetti in tre episodi che ho scritto prima di Adam Wild, ma che ha richiesto tempi lunghi di realizzazione. Racconta la storia del parco dei divertimenti negli anni 20 e unisce il classico racconto gangsteristico a elementi paranormali perché il protagonista è un sensitivo che fa il mago da palcoscenico. Anche in questa serie, disegnata da Barbati e Ramella, c’è molto spettacolo. Uscirà l’anno prossimo. Ormai la lavorazione è quasi al termine.  


Come vedi il mercato del fumetto e del libro in generale? In quali condizioni versa, secondo te?

Lo sappiamo tutti che bene non va. In genere per letteratura e fumetti i momenti di crisi economica sono stati anti ciclici, basti pensare che negli anni '90, DYD ha fatto record di vendite impensabili e stavamo in PIENA crisi. L’attuale crisi invece si riverbera su tutto. Se si mangia meno e peggio, per motivi economici, è evidente che si legge anche meno e peggio. Però che bisogna fare? Io scrivo da sempre e non potrei fare altro. Dunque continuo “against all odds” come cantava Phil Collins in una bellissima canzone. E non ho mai perso la speranza che la lettura possa essere anche di consolazione, in periodi di magra. Per me la lettura è SEMPRE stata di consolazione e di stimolo, persino nei periodi di vacche grasse, figuriamoci negli altri. Dunque non solo continuo a scrivere, ma continuo a leggere. Anzi cerco di leggere PIU’ di prima.


Grazie per la disponibilità e per le parole preziose, Gianfranco, e a presto! 
Gli Audaci seguiranno le avventure di Adam Wild ogni mese e magari ci risentiremo dopo l’uscita dei primi numeri!

RolandoVeloci

[copyright immagini: Sergio Bonelli Editore]

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