Retrocomics 17 - New World Bordel, una piccola rivoluzione culturale ad Amsterdam
La storia di Francesca e del suo spazio culturale, una biblioteca multilingue indipendente e poco mainstream
Continua il nostro viaggio in uno dei fattori fondamentali del fumetto: i luoghi di vendita. Che siano attività che stanno aprendo, come nel caso della libreria Malerba (qui l’intervista alle due fondatrici) o realtà consolidate come Waste of Time (qui per ascoltare il nostro podcast insieme a Simone Resta, titolare della fumetteria) crediamo che sia importante ascoltare le loro storie e le loro considerazioni sul momento storico e sociale che stiamo attraversando.
Questa volta ci trasferiamo in Olanda, più precisamente ad Amsterdam, dove Francesca Marrella ha aperto New World Bordel, una biblioteca internazionale. E proprio da Francesca ci siamo fatti raccontare la sua esperienza e le difficoltà in cui ci si imbatte nel momento in cui si decide di aprire un presidio culturale, perché per noi questo sono le librerie e le fumetterie degne di questo nome.
Partiamo dall'inizio. Chi c'è dietro questo progetto e in cosa consiste?
Dietro ci sono solamente io — Francesca.Vengo da Manduria, in Puglia, e vivo ad Amsterdam da 11 anni ormai, dopo un percorso che definirei tutt'altro che lineare: laurea in Italia, poi la gavetta vera e propria qui, a partire da un lavaggio piatti in un ristorante italiano. New World Bordel nasce da lì, in un certo senso — da quella distanza tra quello che ti insegnano i titoli di studio e quello che ti serve davvero per ricostruirti altrove.
In cosa consiste? È una biblioteca multilingue, ma la definizione da sola non le rende giustizia. È uno spazio culturale che ho costruito nel mio atelier ad Amsterdam-West, venti metri quadri, dove i libri — tanti salvati dal macero, altri arrivati per donazione, altri ancora frutto di una lista scritta su due quaderni del liceo che avevo praticamente rimosso dalla memoria — convivono con eventi, serate, incontri. Non è una libreria nel senso tradizionale, anche se in parte funziona anche come tale, per ragioni di sostenibilità economica, infatti alcuni libri sono in vendita. È soprattutto un posto dove si può stare senza dover dimostrare niente e senza dover consumare per avere diritto a restare.
L'ho creata perché mi serviva, in un momento preciso della mia vita in cui i libri mi stavano tirando fuori da un torpore emotivo importante — e poi ho capito che non ero l'unica ad averne bisogno. Da lì è diventato un progetto collettivo, autofinanziato, condiviso con una comunità di persone — molte italiane all'estero, ma non solo — che in questo spazio si riconoscono.
Cosa significa per un'italiana aprire una libreria ad Amsterdam? Quanto ha influito la tua situazione di expat?
Significa partire da una condizione di outsider, prima ancora che da un progetto imprenditoriale. Io sono registrata AIRE, faccio parte di quella comunità di italiani all'estero che spesso viene raccontata in modo un po' piatto, come se fossimo tutti uguali — ma non lo siamo affatto. E la biblioteca nasce proprio da questa consapevolezza.La mia condizione di expat ha influito su tutto, in modi diversi e a volte contraddittori. Da un lato c'è stata la gavetta pura: sono arrivata qui senza rete, senza risorse, e ho dovuto ricominciare da zero — letteralmente, lavando piatti in un ristorante italiano. Questo mi ha insegnato che i titoli di studio ti danno strumenti, ma non coincidono con l'emancipazione reale. La cultura, per me, si è ridefinita attraverso l'adattamento e il lavoro concreto, non solo attraverso i libri.
Dall'altro lato c'è stato un processo più silenzioso e più doloroso: quello di sentirmi sempre un po' "tra due mondi". Non un vero shock culturale iniziale — l'alfabeto è lo stesso, l'inglese è una lingua condivisa — ma una frattura che è arrivata dopo, più profonda. Quando è morto mio padre all'improvviso, ho capito cosa significa davvero vivere lontano: una parte di te resta sempre in sospeso, sostituita da una versione diversa di te stessa. Impari a pensare in un'altra lingua, ma perdi la fluidità del dialetto, delle sfumature, di tutto ciò che ti appartiene senza sforzo.
Aprire una biblioteca qui, in questo senso, è stato anche un modo per ricucire quella frattura — non tornando in Italia, ma portando l'Italia (e le altre lingue, le altre culture) dentro uno spazio che potessi abitare fino in fondo. È una biblioteca radicale, poco mainstream nella selezione, ed è pensata per chi come me ha attraversato la disillusione del vivere all'estero: gente tra i 30 e i 45 anni, qui da almeno quattro anni, che ha smesso di credere all'idea patinata dell'expat perfetto e cerca un posto dove stare senza pressione.
Sicuramente la difficoltà più concreta è quella economica. La sostenibilità, per un progetto indipendente e non commerciale, passa prima di tutto dalla possibilità di permettersi uno spazio. Ad Amsterdam io non potrei mai aprire una biblioteca in centro: si parla di affitti che vanno dai 2.500 ai 6.000 euro al mese solo per il locale, a cui si aggiungono tutte le altre spese. Al momento lavoro in un piccolo atelier di 20 mq, che è ciò che riesco a sostenere. Con più risorse economiche, potrei immaginare una biblioteca più grande, più aperta, più accessibile.
Ed è proprio questo che a volte genera frustrazione: non è tanto una questione di mancanza di interesse da parte delle persone — anzi, tutt'altro. Il punto è che spesso ci si scontra con limiti strutturali molto concreti, che hanno a che fare con i costi e con l'accesso agli spazi, più che con la volontà o il valore del progetto. In un certo senso, la sfida più grande è riuscire a far esistere qualcosa di collettivo dentro un sistema che rende tutto, inevitabilmente, molto costoso e individuale.
Essere expat, essere italiana, essere sola all'inizio: sono tutte facce della stessa difficoltà strutturale.
Perché hai deciso di chiamarla New World Bordel?
Il nome è un gioco di parole, prima di tutto. "New World Order" rovesciato: non un nuovo ordine mondiale, ma un nuovo disordine — bordello, appunto, che in italiano vuol dire caos. Ed è esattamente quello che volevo rivendicare.Perché questo cosiddetto "nuovo ordine" non mi rappresenta, e non mi rappresenterà mai. Non è qualcosa che ho scelto io, e come me la maggior parte delle persone della mia generazione: è qualcosa che subiamo, spesso senza nemmeno avere gli strumenti per metterlo davvero in discussione. Un mondo iper-consumistico, iper-produttivo, che misura tutto in termini di performance e rendimento, e che ci ha travolti senza chiederci il permesso. Siamo una generazione fatta di persone lucide, sensibili, spesso fuori dagli schemi — ma che si sentono fallite, perché inserite in un sistema che non le rappresenta e che le fa sentire di non contare nulla se non producono, se non performano, se non stanno sempre al passo.
E allora rivendicare la confusione, la contraddizione, il disordine diventa un gesto quasi necessario: è lì che le persone tornano a essere umane, non ottimizzate, non perfette, non sempre "efficienti". New World Bordel nasce proprio da questo rifiuto — dal desiderio di creare uno spazio che sia l'opposto di quella logica: non lineare, non produttivo nel senso tradizionale, ma vivo, aperto, attraversato da differenze e imperfezioni. Un luogo in cui non si è obbligati a funzionare, ma si può semplicemente esistere.
E farlo qui, ad Amsterdam, ha un valore ancora più simbolico. Questa città è diventata il cuore pulsante della gentrificazione, piena di insegne luminose che attirano gli allocchi — vetrine patinate, format ripetuti all'infinito, tutto studiato per farti consumare senza farti davvero stare da nessuna parte. Iniziare proprio qui una piccola rivoluzione culturale, un piccolo atto di resistenza contro tutto questo, mi sembrava il gesto più coerente che potessi fare. Non si cambia un sistema intero da soli, ma si può scegliere di non assecondarlo del tutto — e chiamare il mio spazio "bordello" invece che "ordine" era già, in qualche modo, un modo per dirlo ad alta voce.
Dove invece sento una reazione forte, viva, è tra gli expat — e in particolare tra gli italiani. Lì la risposta è stata bellissima, quasi sorprendente nella sua intensità. È un posto abbastanza unico nel suo genere: non esiste un'altra biblioteca ad Amsterdam con libri in quattordici lingue diverse. E la gente torna — questo è forse l'aspetto che mi tocca di più — non solo per i libri in sé, ma perché qui si sente libera. Libera di esistere, di lavorare in silenzio, o anche solo di stare senza dover parlare, senza dover giustificare la propria presenza. Non è scontato trovare un posto dove il silenzio è permesso quanto la conversazione.
Che rapporto hanno gli olandesi coi libri e con l'editoria in generale?
Qui ti rispondo mescolando quello che vivo ogni giorno nell'atelier con qualche ricerca che ho fatto, perché sull'editoria in senso stretto non voglio sparare numeri a caso.Per quanto riguarda la lettura in sé, gli olandesi se la cavano decisamente bene — molto meglio che in Italia, come immaginavo. Il tasso di alfabetizzazione qui è tra i più alti al mondo, vicino al 99%, e c'è una tradizione solida di promozione della lettura fin dall'infanzia, con programmi nazionali dedicati alle scuole e alle biblioteche pubbliche. Le competenze linguistiche degli adulti olandesi, in generale, si posizionano tra le più alte in Europa nei confronti internazionali.
Sul fronte editoriale, invece, la cosa è più sfaccettata di quanto pensassi. Da un lato l'Olanda ha una tradizione editoriale antichissima e importante — è stata per secoli un centro nevralgico del commercio librario europeo, terra di stampatori indipendenti e case editrici nate in aperta opposizione politica (una fu fondata negli anni '30 apposta per pubblicare testi contro il nazismo). Dall'altro lato, però, ho trovato qualcosa che mi ha sorpresa: un editore di Amsterdam, parlando pubblicamente qualche anno fa, ha descritto una vera e propria "crisi della lettura" nei Paesi Bassi, con un mercato editoriale che si riduce di circa il quindici percento ogni anno — un calo attribuito in parte al fatto che il settore, arrivato da anni d'oro, fatica ad adattarsi ai nuovi canali di vendita e all'editoria digitale.
Quello che invece mi tocca più da vicino, e che riconosco benissimo passeggiando per Amsterdam, è la scena dell'editoria indipendente: piccole case editrici, librerie-atelier, spazi ibridi tra libreria e galleria che si occupano di design del libro, stampa artigianale, pubblicazioni fuori dai circuiti tradizionali. È una cultura editoriale che assomiglia più a un ecosistema diffuso di micro-realtà che a un'industria centralizzata — cosa che, in fondo, mi fa sentire meno sola con New World Bordel.
Per me la biblioteca è il centro sociale del futuro. Lo dico senza retorica: è esattamente questo che sto cercando di costruire con New World Bordel, e più ci lavoro più ne sono convinta.
Concretamente, questo presidio si vede in tre cose. Primo: l'accessibilità radicale — quattordici lingue diverse, libri salvati dal macero invece che perfetti bestseller, perché anche un libro dimenticato ha dignità e ha ancora qualcosa da dire. Secondo: la funzione emotiva collettiva — non è un caso isolato che qualcuno mi abbia detto che non si sentiva così a suo agio tra sconosciuti da tanto tempo. È lì che si vede che uno spazio è diventato un punto di riferimento, non solo uno scaffale di libri. Terzo: la sinergia con il territorio — l'atelier convive con un tatuatore, un laboratorio di ceramica, altre realtà creative (in questo building siamo, 167 persone) senza competizione, creando un piccolo ecosistema di comunità dal basso.
E proprio nel momento storico che stiamo vivendo — editoria in crisi, mercato che si restringe, librerie tradizionali che chiudono, spazi di aggregazione che spariscono uno dopo l'altro sotto la spinta della gentrificazione — una biblioteca indipendente come questa diventa quasi un atto politico. Non risolve il problema alla radice, ma crea un'alternativa concreta: dimostra che si può costruire un'infrastruttura sociale senza il profitto al centro, mettendo in relazione persone che condividono bisogni simili, generando incontri che nascono dalla partecipazione e non dal denaro. In fondo è proprio questo il punto dei vecchi centri sociali che rimpiango: non l'ideologia, ma la porta aperta. Ed è quella porta aperta che voglio che New World Bordel continui a essere.
Hai mai pensato, anche alla luce dell'esperienza maturata in Olanda, di tornare in Italia e aprire una libreria qui?
Certamente ci penso giorno e notte, ormai. Voglio disperatamente tornare al mio paese per portare avanti questo progetto — considerando che non c'è più niente di simile lì, nessuno spazio che faccia da presidio culturale e sociale per chi resta, per chi torna, per chi ha bisogno di un posto che non giudica.In un certo senso è la naturale prosecuzione di tutto quello che ho imparato qui ad Amsterdam, portata a casa. New World Bordel mi ha insegnato cosa significa costruire un'infrastruttura sociale senza soldi pubblici, tenendola in piedi con un altro lavoro e tanto olio di gomito, restando fedele all'idea che un luogo debba esistere per essere attraversato e vissuto, non per vendere. Voglio portare esattamente questo in Puglia — in un territorio che conosco bene, che ho studiato anche a livello sociologico (mi sto concentrando proprio sul ruolo del centro sociale come infrastruttura di cura e aggregazione nei territori marginali), e dove sento che la mancanza di spazi così è ancora più urgente che ad Amsterdam.
Certo, la realtà è più complessa dei sogni: sto ancora navigando la parte burocratica e finanziaria, che in Italia non è mai semplice. Ma la direzione è chiarissima nella mia testa. E se dovessi immaginare il sogno più ambizioso di New World Bordel — quello di espandersi, di tornare anche in Italia, di diventare qualcosa di più grande, quasi simbolico — è esattamente questo: non un secondo progetto, ma lo stesso progetto, portato a casa.
Leggo tanto, sicuramente non quanto vorrei — non ne ho mai abbastanza — ma ho sempre qualcosa tra le mani, qualcosa da sfogliare. Mi aiuta a non finire quindici anni di galera per tentata strage, mettiamola così. Prediligo libri sconosciuti, mai i bestseller, mai le "cacate" commerciali per intenderci: mi interessa poco quello che il mercato spinge di più, mi attrae molto di più un titolo dimenticato, scartato, che ha ancora qualcosa da dire ma che non rientra nelle logiche dominanti. C'è una dignità in quei libri, una libertà — non devono dimostrare niente a nessuno.
Sui fumetti, invece, devo essere onesta: è una lacuna che mi dispiace avere, e che sto cercando di colmare piano piano. Non me ne intendo abbastanza, e vorrei rimediare.
Sulle case editrici invece sono di parte, e non me ne vergogno. Le mie preferite sono Black Coffee, Graphe.it, Agenzia X, Malamente, Joker, Asterisco, Laurana, Fazi, NN, Meridiano Zero e tante altre ancora. Sarò anche banale, ma a me piacciono tutte quelle che dietro hanno una storia — e la cui storia si riflette poi nelle loro pubblicazioni. Non case editrici asettiche che pubblicano di tutto per vendere di più, ma progetti editoriali con un'identità precisa, quasi militante, che scelgono i libri come si sceglie una posizione da difendere. Sono esattamente il tipo di editoria indipendente che cerco di portare dentro New World Bordel: libri che hanno una direzione, non solo un catalogo.
Intervista a cura di Luca Frigerio e Giuseppe Lamola









