Dossier Tempi moderni - Il diario della mia scomparsa, la sparizione come forma di resistenza

Hideo Azuma racconta il dramma della sua depressione e la lotta contro l’alcolismo offrendoci uno sguardo unico sul mondo dei mangaka


Il diario della mia scomparsa, edito in Italia da J-Pop Manga, è un’opera unica nel panorama del fumetto autobiografico giapponese. A realizzarla è Hideo Azuma, noto al grande pubblico per serie cult come Pollon e Nanà Supergirl. Questa volta l’autore sorprende i lettori pubblicando un piccolo memoir graffiante e onesto, dove mette a nudo il lato più intimo della sua persona. In queste pagine infatti Azuma racconta la propria discesa nell’abisso della dipendenza dall’alcool e della depressione, la conseguente decisione di fuggire da tutto e tutti per vivere da clochard, e il lento ritorno ad una più che mai faticosa normalità.


Il fumetto è diviso in tre sezioni e ognuna ci racconta una fase diversa del dramma vissuto dall’autore. La prima parte è forse la più sconvolgente: Azuma racconta, con un tono volutamente spensierato che regala al fumetto uno stile grottesco e crudo, la sua decisione improvvisa di lasciare casa, famiglia e il lavoro da mangaka per vivere in strada, decisione presa dopo un tentativo di suicidio fortunatamente fallito. È la fuga da una vita che non sente più sua, da un lavoro che, nonostante il successo, lo ha progressivamente svuotato. Azuma ci racconta le sue giornate passate in cerca di cibo, di un riparo, di sigarette e di alcol. Il tono della narrazione è leggero, con le tipiche gag da manga a cui l’autore ci ha abituati con le sue precedenti opere, ma la risata, qui, è uno scudo: dietro l’apparente leggerezza si nasconde un grande smarrimento, che traspare nonostante l’autore non cerchi mai il patetismo.

Nella seconda parte, Azuma torna per un po' ad una vita “normale”, accetta le cose giorno per giorno, come gli capitano, ed è così che inizia a lavorare nel settore delle costruzioni. La terza parte infine è forse la più dolorosa a cui assistere e ci mostra la lotta dell’autore contro l’alcolismo. Dopo anni di abuso, Azuma viene ricoverato in una clinica dove affronta il percorso di disintossicazione e anche qui il tono rimane leggero nonostante le vicende narrate: descrive il tremolio delle sue mani, l’abitudine di iniziare a bere sin dal primo mattino, le dinamiche del reparto in cui viene ricoverato, i rapporti con gli altri pazienti e la monotonia delle giornate all’interno dell’ospedale. Nel mostrarci tutto questo però Azuma non si erge mai a vittima, non cerca giustificazioni, né assolve sé stesso, si limita a raccontare, con estrema sincerità, ciò che ha vissuto rendendo il suo racconto accessibile, vicino e umano.


Il vero valore di Il diario della mia scomparsa risiede proprio nella sua radicale sincerità. Azuma racconta tutto: il tentato suicidio, l’abbandono della famiglia, le piccole meschinità, le paure e la vergogna, non si censura mai, dimostrando molto coraggio nel mettersi a nudo in questo modo per noi lettori. È un vero slice of life, nel senso più puro del termine: una fetta di esistenza servita al lettore senza filtri, senza abbellimenti, ma con una grazia narrativa che solo i grandi autori possiedono.

Quello che Azuma mette in scena con questo fumetto è il burnout non solo del mangaka, ma di ogni lavoratore imprigionato in un sistema alienante. È il crollo di un uomo che si sente svuotato, incapace di creare, sopraffatto dalle scadenze, dai rimproveri degli editor, dalla routine e dalle aspettative. Un uomo che guardandosi allo specchio riesce a vedere solo la parodia di sé stesso e di quello che era un tempo. Il suo racconto, pur radicato nel contesto giapponese, ha una portata universale: parla a chiunque abbia vissuto l’angoscia del blocco creativo o professionale, covando il timore di essere diventati la caricatura di sé stessi.

Quello che emerge da queste pagine è un’umanità dolente ma viva. Azuma non cerca redenzione, non costruisce un arco narrativo edificante. La sua è una testimonianza, un atto di resistenza attraverso la narrazione. Scomparire, per lui, è stato un modo per sopravvivere. E raccontarlo, oggi, è un modo per riconciliarsi almeno in parte con quella scomparsa e per spiegarsi in qualche modo anche coi suoi lettori più affezionati.

Lo stile artistico, volutamente semplice e grottesco, richiama quello delle sue opere più leggere in modo da comunicare al lettore “la visione positiva di tutta la faccenda”, come ci dice lo stesso Azuma nelle prime vignette. Inoltre la scelta di non adottare uno stile drammatico o realistico è, paradossalmente, quella che permette ad Azuma di essere più diretto, più onesto e incisivo creando un certo disorientamento nella lettura e rendendola ancora più intensa.


Il diario della mia scomparsa è un fumetto importante non solo per la testimonianza personale dell’autore, ma perché offre uno sguardo unico su un mondo, quello dei mangaka, spesso idealizzato, e su un malessere diffuso che attraversa ogni società iperproduttiva.

Wendy Costantini


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