Rocky Joe - Un uomo contro la società

Il manifesto delle persone escluse dalla società. I motivi per cui il manga di Asao Takamori e Tetsuya Chiba è un capolavoro


Rocky Joe è uno dei più grandi capolavori della narrativa contemporanea. Non è un caso se la stessa Kodansha - casa editrice che pubblicava la serie - organizzò un vero funerale, nel marzo del 1970, presso la sua sede, per la morte di uno dei principali personaggi della serie. Il funerale contò la partecipazione di ben 700 persone, tra lettori e addetti ai lavori, con tanto di altare, incensi e monaci buddisti che recitavano i sutra. Ma come si è arrivati a tanto? Come ha potuto un manga che, per quanto possiamo amarlo, rimane un prodotto di fantasia, causare un tale evento? Sul tema si sono spesi numerosi sociologi e studiosi del fumetto nipponico, creando uno dei maggiori casi di studio riferiti alla nona arte. Il motivo più semplice, ma non per questo sbagliato, è che i personaggi di Joe erano diventati il manifesto di un intero popolo. Il pilastro dell’opera è infatti la sua splendida costruzione dei personaggi, che non sono mai banali e stereotipati, ma al contrario rappresentano in modo impeccabile una complessità di emozioni e stati d’animo che accomuna molti giapponesi dell’epoca.


Ma partiamo dal principio. Rocky Joe inizia nel 1968 dalle mani di Asao Takamori per la storia e Tetsuya Chiba per i disegni - Star Comics ha recentemente pubblicato i primi volumi della sua ultima opera autobiografica, Diario di una vita tranquilla. L’opera parla di Joe Yabuki, ragazzo attaccabrighe che, in cerca di un posto in cui dormire, si ritrova nel quartiere dormitorio Sanya. Qui incontra Danpei Tange, ex pugile che nota il suo incredibile talento per la boxe. L’opera inizia quindi con Tange che cerca di convincere Joe a iniziare una carriera nella boxe. Sulla carta, quindi, Rocky Joe è un classico manga spokon con una peculiarità dovuta all’enorme influenza del movimento gekiga. 

Già dall’incipit della trama troviamo infatti uno dei principali punti di forza dell’opera: unire delle tematiche tipiche delle opere gekiga - uomini ai confini della società, che conducono un’esistenza desolante, sconfitti dalla vita e senza alcuna speranza per il futuro - a una struttura narrativa ed estetica tipica del manga commerciale. Questa serie ha colpito al primo colpo grazie alla sua struttura perfettamente compatibile con il manga commerciale, caratterizzato da vignette dinamiche, un buon dosaggio di plot twist e un’evoluzione, sia fisica che caratteriale, graduale dei personaggi. Il motivo però per cui non è rimasto un “semplice” ottimo manga, ma è diventato un capostipite della nona arte, è dovuto alle tematiche. Il maestro Takamori è riuscito nell’ardua impresa, in cui hanno fallito molti dei più grandi gekigaka, di unire una sovrastruttura - prendendo un termine marxiano - immessa già da anni nel mercato dei manga, a delle tematiche e atmosfere narrative che invece attingevano dal movimento gekiga, che in quegli anni era al suo apice di popolarità e splendore artistico. Rocky Joe è una critica nei confronti di quella nuova società capitalista e iper-consumistica che ormai si stava formando in Giappone.

Questa critica passa proprio da dei personaggi che non si sono immessi in quella società, non si sono “addomesticati” a quei ritmi e a quella logica, ma vivono un’esistenza depressa, priva di qualsivoglia positività nei confronti di ciò che sta fuori e dentro di loro. Questa incapacità di esistere non è una prerogativa dei comprimari; al contrario, è Joe Yabuki il primo a impersonare questo male di vivere. Se gli altri personaggi, nel bene e nel male, riescono a trovare un proprio posto nel mondo, Joe fa tutto il contrario. Joe non può omologarsi in quella società perché non sarebbe più Joe Yabuki “l’attaccabrighe”, ma un comunissimo pugile di grande talento, come i tanti avversari che ha affrontato.

Emblematico, in questo discorso, è la figura di Nishi. I due amici si conoscono per la prima volta al riformatorio di Tokyo e da quel momento muovono insieme i primi passi nel mondo della boxe e nella vita in generale. Nishi, al contrario di Joe, riesce a trovare un suo posto in quel Giappone iper-capitalista. Si omologa e diventa un perfetto ingranaggio di quel sistema, al punto da uscire dal mondo della boxe e diventare un classico salaryman, quasi fin troppo noioso. Joe non solo non ha voluto percorrere quella strada, ma l’ha dichiaratamente rifiutata in un momento decisivo per l’evoluzione del personaggio - l’ultima discussione con Noriko, per chi ha già letto l’opera-. La stessa Noriko è la perfetta incarnazione della brava ragazza inserita in quella società. Noriko non riesce a vivere nel mondo di Joe e perciò, pur di rientrare nella logica sessista del giapponese medio, decide di optare per la “seconda scelta”, Nishi. Nonostante lei stessa sappia che non sarà mai completamente felice, che non proverà quella fiamma dentro il cuore che rischia di bruciarla - per parafrasare le parole di Joe -, decide comunque di scegliere l’opzione migliore, quella che si addice di più ad una vita normale in quella società.

Ancora, un altro aspetto che permette di amare ancora di più la splendida scrittura è proprio il suo rapporto tra Joe e Noriko. Joe non è solo un personaggio stereotipato, il classico “outsider”, ma diventa un vero e proprio “uomo di strada” grazie ai dettagli che emergono dal suo rapporto con Noriko. Joe si accorge da molto dei sentimenti di Noriko nei suoi confronti, ma decide coscienziosamente di ignorarli, facendo finta di niente, al punto di maltrattarla per farla allontanare da lui. Questo atteggiamento rientra completamente nella logica dell’uomo di strada, e non del buon cittadino modello, che pone al centro della sua esistenza il rispetto. Il rispetto per Nishi, suo grande amico, che è innamorato proprio di Noriko. Per questo motivo Joe, che tacitamente aveva già compreso quella situazione, adotta un atteggiamento così ostile nei confronti di Noriko che, al contrario, è di una gentilezza quasi commovente nei confronti del protagonista. Il rispetto di Joe non è ostentato, al contrario è silenzioso, non si fa notare dal diretto interessato (Nishi). Joe pone così Noriko e Nishi al primo posto e non sé stesso, rifiuta un’opportunità di immettersi in quella società. Raggiungiamo così il finale, amato e odiato da tutti gli appassionati della serie. 

La decisione del maestro Takamori la si può amare o odiare, ma non la si può criticare, perché è coerente con l’intera opera. Joe doveva avere quella fine perché ormai non poteva più essere un pugile e senza il pugilato Joe Yabuki non è nessuno, filosoficamente parlando. Joe al di fuori di quel ring, di quei minuti pieni di ardore, non è niente e nessuno, è il ragazzo che arrivò nel quartiere dormitorio nel primo volume. La sconfitta di Joe è la sconfitta di tutte quelle persone al di fuori di una società che alla fine li ha sconfitti, li ha fatti sparire, li ha ridotti a dei “falliti”. Joe Yabuki è uno sconfitto e come tale doveva concludersi la sua storia. Ovviamente è una decisione sofferta. Nel corso dell’opera siamo entrati nella sua ottica, ci siamo affezionati al suo carattere ribelle e abbiamo sofferto e gioito insieme, quindi è normale odiare un finale simile, ma da un punto di vista narrativo è impeccabile.

Durante la lettura è però importante contestualizzare il periodo storico in cui il manga veniva serializzato, perché, nel corso del manga, il lettore assisterà a molte scene in cui traspaiono chiari tratti sessisti e razzisti - basti pensare ad Harimau - a tratti persino fastidiosi. In questi momenti tenere ben presente il tipo di società in cui uscì il manga è estremamente importante perché permette di confinarlo a quei brevi, seppur non rari, momenti che soffrono il peso degli anni.

Passiamo al lato visivo dell’opera. Il maestro Tetsuya Chiba ha fatto un lavoro splendido. L’opera gode di un tratto unico, che riesce a unire - come fa la trama - la rotondità e le linee morbide, influenzate da Osamu Tezuka - e quindi dal manga commerciale -, ad un tratteggio tipico invece del movimento gekiga. I volti dei personaggi, in particolare di Joe, trasmettono al lettore un costante senso di nostalgia, di amarezza e stanchezza dalla vita. Questo è dovuto ad un chiaroscuro impeccabile, magistralmente dosato che dà al lettore un senso di equilibrio e chiarezza nella decifrazione delle azioni ed emozioni dei personaggi.

Il maestro Chiba utilizza una lineart ben visibile, ma abbastanza sottile, che non risulta mai invadente all’occhio del lettore. Anche quando il maestro forza le anatomie, lo fa in un modo comprensibile e mai fastidioso agli occhi del lettore. Questo è dovuto a una profonda conoscenza del disegno in ogni sua forma e regola - dall’anatomia alla prospettiva, passando per le prospettive e i punti di fuga - al punto che l’autore riesce a forzare queste regole in base alle esigenze narrative e di chiarezza del disegno.

Bisogna inoltre soffermarsi un attimo sugli ambienti. Il maestro riesce a trasmettere quella malinconia dai volti ai luoghi dove si muovono i personaggi. Chiba ritrae una Tokyo malinconica attraverso delle luci che permettono al lettore di immedesimarsi in quei luoghi illuminati da innumerevoli luci al neon di tutti i locali notturni. Tokyo di notte assume delle tonalità leggermente cupe e a dare tale sensazione, paradossalmente, sono proprio quelle luci al neon, figlie di un’epoca che ormai non c’è più. Per gli amanti di quell’estetica degli anime anni ’80 e ’90 - alla Perfect Blue - è praticamente un invito a nozze. Chiba, inoltre, riesce a caricare di una tensione poetica momenti estremamente cruciali nell’evoluzione della trama. Che sia un momento estremamente dinamico, un pugno decisivo o un discorso particolarmente importante, Chiba riesce a caricarlo di un’atmosfera poetica che permette al lettore di sentirsi lì presente in quel momento.

Lo stile, nel suo complesso, pur essendo figlio dei suoi tempi - sono comunque passati 58 anni dall’inizio della serie - risulta estremamente intuitivo per il lettore e non soffre di quella pesantezza che caratterizza molte opere, anche più recenti. Se non si è abituati a quel tratto estremamente ondeggiante, figlio dell’enorme influenza di Tezuka, magari ci vorrà qualche pagina per abituarsi a quei grandi occhi e a quelle espressioni delle volte un po’ teatrali, ma la ricompensa è la lettura di una delle opere più belle e meglio disegnate nella storia del manga. 

Rocky Joe è un capolavoro. Per rifarci alle parole dello stesso Joe: anche noi ci sentiremo cenere bianchissima, dopo aver letto un’opera del genere. Molti manga coetanei di Rocky Joe si leggono più per l’importanza culturale e l’impatto che ha avuto sulla nona arte. Anche Rocky Joe viene approcciato per questo motivo, ma dopo pochissime pagine il lettore continua a leggerlo non per analizzarlo e contestualizzarlo storicamente, ma perché si innamora dell’opera. Si innamora di quella narrazione - da cui tanti giovani autori avrebbero molto da imparare -, di quel tratto così carico di emozioni e precisione, delle tematiche che porta avanti e, infine, di quella stessa malinconia che pervade ogni pagina culminando in un finale giusto.

Giosuè Spedicato


Rocky Joe
(Titolo originale: Ashita no Joe)


Sceneggiatura: Asao Takamori
Disegni: Tetsuya Chiba
Traduzione: Manuela Capriati
Casa editrice: Edizioni Star Comics
Edizione: Perfect Edition
Volumi totali: 13
Data di pubblicazione: dal 01/03/2017 al 01/03/2018
Formato: brossurato, 14.5x21, b/n
Prezzo: 9€ / 8 € cad.

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