Letture seriali: Dylan Dog, i 40 anni di un "Old Boy"
Storia di un personaggio che ci ha insegnato a vedere le storture della società nel loro orrore e la normalità che nasconde l'insondabile e il terrificante
Perché arrivare ai 40 anni significa tagliare un traguardo davvero eccezionale, e anche se sulle copertine - che siano di Villa, Stano, Cavenago o Cestaro - continui ad apparire sempre col viso cesellato su quello di Rupert Everett, con indosso la tua giacca nera, la camicia rossa, i jeans e le clarks ai piedi, in qualche misura sei invecchiato anche tu, magari non maturando mai del tutto, sempre pronto ad avere dubbi e porti domande su tutto, ma decisamente non più quello che eri quando sei "nato" in edicola, quel 26 Settembre 1986.
Una data destinata a rimanere impressa, come scritta su pietra tombale, nella Storia del Fumetto Italiano, perché ha segnato "un prima e un dopo" di quelli che, neanche nelle più rosee previsioni di Tiziano Sclavi o di Sergio Bonelli (per paradosso, doloroso e assurdo come ci hanno insegnato molte storie di DYD, l'Oscura Signora si è presa il grande editore proprio il 26 Settembre di quindici anni fa) si sarebbe potuto avverare.
Eppure, all'inizio, nei suoi primi istanti sugli scaffali delle edicole, Dylan era quello che si potrebbe definire un "fiasco", ma lascio che sia lo stesso Sclavi a raccontarvi come andò, in questo estratto di un vecchio editoriale da lui scritto per dei volumi allegati a Panorama:
«In un pomeriggio misi giù il progettino di una serie horror (allora ero un fanatico, e l'horror era sempre piaciuto anche a Bonelli e a Decio Canzio). Il nome provvisorio dell'eroe era Dylan Dog, cioè il nome provvisorio che usavo sempre per tutte le mie proposte di personaggi e che poi alla fine veniva cambiato.
Il progetto era molto diverso da quello che poi diventò la serie. Il protagonista era un duro stile hard-boiled, non aveva “spalle”, e le sue imprese si svolgevano a New York. Ci furono varie riunioni: a New York c’era già Martin Mystère, meglio Londra, che è poi la città “gotica” per eccellenza. Una spalla ci voleva: le avventure sarebbero state comunque un po’ gialle, e il protagonista aveva bisogno di qualcuno con cui condividere i suoi sospetti [...].
Come spalla proposi un sosia di Groucho Marx, appunto Groucho. Ma Bonelli aveva in cantiere un’altra piccola serie, “River Bill”, in cui il personaggio comico era anche lui Groucho. Ripiegai su Marty Feldman, ma disegnato veniva malissimo, un mostro. Tornammo definitivamente a Groucho. Ormai la serie era operativa. Chiamammo Claudio Villa per creare visivamente il personaggio [...] La sera prima ero andato al cinema a vedere “Another Country – La Scelta”, con Rupert Everett. Spedii Villa a vedere il film. La faccia di Dylan nacque così, nel buio di un cinema. Intanto, avevo naturalmente cominciato a scrivere le storie. Era il 1984. Bisognava scegliere i disegnatori. Per il numero uno pensammo, su consiglio di Renato Queirolo, a una firma giovane ma già prestigiosa: Angelo Stano [...].
Il tempo passava, e finalmente arrivò il settembre del 1986. Finalmente arrivò la prima copia di “Dylan Dog”, che fu naturalmente innaffiata di champagne. Qualche giorno dopo il distributore telefonò a Canzio: gli disse che non c’erano speranze, che l’albo era morto in edicola. La notizia mi venne pietosamente tenuta nascosta. Alla fine, comunque, le vendite non furono poi così malaccio: abbastanza per pagare le spese.
Poi il grande mistero: le vendite cominciarono ad aumentare di colpo. E non un colpo qualunque, un colpo grosso. Ricordo ancora uno strillo che mettemmo in copertina: “180.000 copie! Una tiratura da far paura!”. Erano niente in confronto al mezzo milione di copie che avrebbe raggiunto poi, superando nientemeno che il grande Tex [...] E non solo: Dylan era diventato anche un fenomeno di costume. Per la prima volta, i giornalisti e i critici che avevano sempre snobbato il fumetto popolare dedicarono al nostro albo pagine intere. Umberto Eco scrisse che teneva sul comodino la “Divina Commedia”, Omero e Dylan Dog.»
Un fenomeno a cui posso dire di aver assistito: con Dylan siamo quasi coetanei, e per colpa di cugini reprobi (come li definirebbe Kit Carson), alla tenerissima età di due/tre anni, mi ritrovai già tra le mani le primissime storie di Dylan. Chiamala, se vuoi, corruzione di minore, ma tranquilli, non sono diventato un serial killer, nonostante ancora oggi quelle copertine siano stampate indelebili nella mia memoria e tali rimarranno per sempre.
Ho sempre considerato Dylan un fratello maggiore anche per questo, ed in fondo, all'epoca, mi seguiva davvero dappertutto: ricordo le magliette nei negozi con i poster omaggio, ricordo i diari scolastici e i quaderni cartonati Pigna con la calcolatrice integrata, ricordo il gioco da tavolo e quelli per Amiga e computer, arrivando sino a Horror Luna Park.
E poi ovviamente i fumetti, dagli albi regolari, la prima e la seconda ristampa con giusto quella piccola fascetta sull'angolo della copertina, gli Speciali con L'Enciclopedia e i Grouchini, e gli Almanacchi della Paura, così come i team-up con il BVZM.
Dylan c'è sempre stato, e ha continuato ad esserci perché non sono cresciuto solo io, ma ha continuato a farlo anche lui, mutuando i suoi iniziali incubi splatter - ma sempre con buon gusto - in sogni ed incubi più effimeri, più inafferrabili, più comuni al nostro stesso sentire, mutando prospettiva proprio come l'horror stesso come genere ha continuato a cambiare.
Alle volte è sembrato non tenere il passo, alle volte è stato vittima del rimpianto di chi lo ha conosciuto nei propri anni migliori e non ha gradito che quel personaggio sia cambiato, invece di rimanere fossilizzato, almeno lui, nell'eterna nostalgia canaglia.
Eppure, certe cose sono vere oggi come lo erano in quelle pagine de L'alba dei morti viventi, omaggio romeriano sin dal titolo e celebrato con una sequenza ambientata in sala.
Il campanello, le freddure di Groucho («A volte una battuta di Groucho mi ha portato via un giorno intero di lavoro!», dirà sempre Sclavi), la fascinazione per il gentil sesso, Craven Road e soprattutto quella certezza di non essere l'Eroe infallibile alla Tex o Zagor.
Certo, magari a rileggere adesso quelle pagine viene da sorridere per dei dettagli, come l'escamotage della bomba che oggi i social demolirebbero senza pietà, ma il punto chiave era già presente: Dylan affronta l'Orrore armato di una Bodeo e di molti dubbi, fidandosi solo del suo "quinto senso e mezzo", in un modo molto meno granitico di quanto ci si aspetti da un protagonista, e proprio per questo capace di parlare ai suoi lettori.
Altrettanto faceva del resto lo stesso Sclavi attraverso le sue sceneggiature: la citazione non era più, come in passato, un mezzo per convogliare idee e suggestioni su carta, consci del fatto che non tutti avrebbero colto quel riferimento. Dylan Dog ha sempre fatto della citazione il proprio asso nella manica, il proprio gioco con i lettori, che come Leonardo DiCaprio in quella GIF, potevano puntare il dito e vedere cosa riuscivano a cogliere, godendosi l'avventura anche se non ne avevano invece la minima idea.
Era un modo per l'autore di omaggiare ciò che amava, senza mascherarlo ma mettendolo con ostentazione all'interno della storia, nel volto o nel nome di un personaggio, conscio che, spiriti affini ed informati, anche altri avrebbero captato quello stesso sentire. Che fossero L'Antologia di Spoon River o Edgar Allan Poe, le canzoni di De André oppure i film di Raimi, Carpenter, Cameron, Kubrick o Craven.
E quando diventi fenomeno e calamita per l'attenzione, ecco che subito ti trasformi nel fumetto "che vanta innumerevoli tentativi di imitazione", per citare quell'altra rivista che è un altro pilastro editoriale delle (ormai sempre più poche) edicole italiane.
Da Dylan infatti sarebbero nati tanti emulatori nei primi anni Novanta, che magari non si facevano troppi eleganti scrupoli in termini di "mattanza", spesso durando in edicola quanto la neve al sole, ma al tempo stesso concedendo al Fumetto, allora stagnante, nuova linfa.
Del resto, a lungo, la formula perfetta che ha permesso a Dylan di avere successo è stato un segreto quanto quella della Coca Cola, con la differenza che nessuno sapeva quale fosse.
Per anni ce lo si è chiesto, per anni si è cercato di comprendere quale fosse l'amalgama che ha permesso al fenomeno di esplodere.
L'orrore, la bravura dei disegnatori, le trame orchestrate da uno Sclavi in stato di grazia, il modo in cui Dylan si rapportava al gentil sesso, attirando alla sua corte tante lettrici, cosa allora non scontata, perché il Nostro subisce il fascino di tutte, e non come semplice Don Giovanni, come erroneamente molti ritengono, ma perché, seppur nell'arco di cento pagine, lui si innamora veramente di tutte, ognuna lasciando un preciso segno nel suo cuore.
Magari invece, proprio come dicevamo all'inizio, la verità sta anche nel fatto che Dylan è sempre stato materia mutevole e ha continuato ad esserlo, sin dalla sua stessa genesi, in fondo, perché non ci sarebbe Craven Road senza Buffalora.
Facciamo infatti un altro salto indietro nel tempo: nel 1983, Tiziano Sclavi scrive questo libro, Dellamorte Dellamore, uno dei suoi più famosi, che sarebbe dovuto diventare un fumetto disegnato da Claudio Villa (esistono ancora due tavole a dimostrarlo), salvo poi finire in un cassetto sino al 1991, quando l'editore Camunia lo pubblica, e sull'onda del successo dell'Indagatore, lo pubblicizza come "Il romanzo da cui è nato Dylan Dog" (con tanto di illustrazioni di Angelo Stano).
Non è esattamente così, se vogliamo fare quelli pignoli al midollo, ma è al tempo stesso indubbio che tra i due personaggi ci siano molti punti in comune, un senso dell'Orrore, del Sogno, della Morte e dell'Amore (appunto) che li accomuna, oltre alla firma del loro creatore e la presenza di una spalla, cosa che verrà poi esplicitata prima dallo Speciale Orrore Nero e poi nel ciclo di storie 666 firmate, decenni dopo, da Roberto Recchioni.
Possiamo perciò dire che, in un certo qual modo, Francesco, Gnaghi e Buffalora siano le prime scintille di un'idea che sarebbe poi evoluta, riveduta e corretta per il pubblico delle edicole, in Dylan, Groucho e Craven Road.
A chiudere questo ideale cortocircuito ci penseranno poi il regista Michele Soavi, lo sceneggiatore Gianni Romoli e la produttrice Tilde Corsi, che decisero di realizzare un film tratto da Dellamorte Dellamore romanzo, affidando il ruolo di protagonista all'attore i cui tratti ispirarono Villa nella creazione grafica di Dylan, ovvero Rupert Everett (se poi parliamo di cinema, ci sarebbe quella discesa nell'abisso della pellicola che gli "ammerigani" hanno dedicato a DYD, quella del 2011 per la regia di Kevin Munroe, ma facciamo che, per il bene vostro e di questo articolo, non esista).
Forse, però, un'altra delle grandi ragioni del successo di Dylan è sempre stato il suo sguardo sul mondo e sulle cose, sui "mostri".
Sempre Sclavi (continuo a citare lui perché è giusto così) dirà in un'intervista: «Non sono né Dylan né Groucho, io sono i mostri»
Perché è questo che DYD ci ha sempre insegnato, a vedere le storture della società nel loro orrore, la normalità che nasconde l'insondabile e il terrificante, quel senso di affine e di inafferrabile che, come ombre, ci seguono quotidianamente, siano esse scaturite da un telegiornale o dalla nostra personale esperienza.
In Dylan abbiamo così trovato non solo castelli infestati da dame in nero oppure assassini armati di lame di rasoio, ma anche situazioni surreali e fiabesche, prostitute e reietti, malati ed incompresi, serial killer così come anime da salvare, vita e morte che giocano a scacchi.
Il tutto raccontato sempre con un approccio diretto, umano e moderno, ibridato con un'ironia inusuale che finiva per tracimare spesso anche nella narrazione e nelle stesse didascalie, parlando con il lettore in modo aperto, sempre nuovo.
Si fa presto a dire, sempre per la nostalgia citata prima, che i "primi 100 erano meglio", ma la verità è che Dylan Dog aveva applicato all'Orrore lo stesso principio che Ken Parker aveva introdotto con il "Western all'Italiana", ovvero rendere popolare ciò che oggi, con quel tono pomposo da sommelier, non faticheremmo un secondo a definire "romanzo grafico".
Proposto però a cadenza mensile, al costo di un semplice giornaletto da edicola. Perché storie come Finché morte non vi separi, Memorie dall'invisibile o Il lungo addio vincerebbero Eisner a mano bassa, se capite che intendo.
E crescendo insieme, Dylan mi ha insegnato a non avere mai certezze, a continuare a pormi domande, a non dare nulla e nessuno per scontato, ad avere rispetto e guardare alle cose con ironia, perché una risata sarà sempre ciò che ci seppellirà.
A capire che l'Orrore, quello vero, non è solo un brivido lungo la schiena, non è solo un mistero misterioso da risolvere nell'arco di un albo, ma una costante, terribile, che ogni giorno affrontiamo con le nostre forze, perché ci circonda più di quanto ammettiamo.
Per questo non smetto da una vita di comprarlo, di collezionarlo e di volerlo accanto, ogni mese che Dio (o chi ne fa le veci, per dirla alla Groucho) manda sulla Terra, perché sarebbe come staccarmi un braccio (metaforicamente parlando).
Non è solo abitudine, ma il desiderio costante di rivedermi in lui, anche se io non assomiglio a Rupert Everett e le donne... diciamo che i miei appuntamenti a base di pizza e cinema forse non hanno la sua stessa fortuna.
D'altronde, sono cambiato io e altrettanto ha fatto Dylan, e non in quel modo che spesso vedi avvenire coi fumetti americani, dove un eroe cambia e muta in maniera così radicale da segnare le epoche. No, Dylan cambia rimanendo sempre uguale, fedele a sé stesso e ai suoi principi.
Magari siamo noi a tradirli, diventando "adulti", ma lui, seppur disorientato e incerto, non li abbandona mai, semmai li smussa, ne scopre nuove sfumature.
«Dylan è cambiato molto, e spero che cambierà ancora molto. Non è uno di quei personaggi monolitici sempre uguali a sè stessi, deve cambiare per sopravvivere. Quindi nel suo futuro vedo e spero tante idee nuove» (ed è l'ultima citazione a Sclavi che faccio, promesso!).
Con Dylan ho attraversato Zone del Crepuscolo, incrociato Sorrisi dell'Oscura Signora, incontrato quadri di Magritte dove sotto le bombette si nascondeva l'impossibile, perdendomi nei meandri della città Dopo Mezzanotte o nei miei dolori Dopo un Lungo Silenzio, camminato nelle Notti di Luna Piena sino all'Alba dei Morti Viventi, per poi risvegliarmi e aver compreso di essere passato Attraverso lo Specchio.
Perché quando l'Incubo, quello della realtà, si fa troppo... reale, so sempre di poter andare al 7 di Craven Road, Londra, e non mi importa se mi dite che ci sta un bar a quell'indirizzo.
Per quel che so io, c'è invece una porta con sopra una targa che recita "Dylan Dog Indagatore dell'Incubo". E ora scusate, ma devo suonare il campanello, ho da fare degli auguri ad un vecchio amico, al mio fratello di carta, che ha compiuto 40 anni e, buon per lui, può permettersi di non sentirli.
UAAARRGH!

















