mercoledì 13 dicembre 2017

Dario Sicchio: i fumetti, i progetti e... i dettagli

Lo sceneggiatore romano racconta il suo percorso, dai webcomic ai fumetti in edicola passando per l'adattamento di un romanzo



Nell'ultimo anno il nome di Dario Sicchio è apparso diverse volte sulle pagine virtuali del nostro blog. Dal webcomic Black Rock per l'etichetta Wilder a Walter Dice: e Chiodotorto per Magic Press, da Battaglia e Caput Mundi per la Cosmo fino a Il giro di vite (da un racconto di Henry James) per la collana Roberto Recchioni presenta: I Maestri del Mistero della Star Comics.

In questa intervista abbiamo chiesto allo sceneggiatore romano, cofondatore dello Studio Panopticon dove lavora come montatore audiovisivo e si occupa di produzioni multimediali, di condividere alcune considerazioni circa il suo percorso, prima da appassionato poi da fumettista di mestiere, sui suoi progetti passati, presenti e futuri e sul suo modo di vedere il fumetto come mezzo comunicativo.



Ciao, Dario. Partiamo dal principio: come è avvenuto il tuo primo approccio con il fumetto?
Difficile a dirsi. Ho sempre letto fumetti, da che ho memoria. Entrambi i miei genitori sono lettori di fumetti di vecchia data, per cui ne sono circondato sin da quando ero piccolo (leggevo soprattutto Asterix, Lupo Alberto e gli adattamenti a fumetti della serie animata di Batman). Da lì il mio interesse non ha fatto che crescere e le mie letture non hanno fatto che ampliarsi, fino alla situazione attuale, in cui casa mia è letteralmente invasa dai fumetti e devo tenere un quaderno degli acquisti per non spendere tutto quello che ho in fumetteria. Con premesse del genere, direi che il maturare del mio amore per i fumetti in un interesse professionale sembra una conseguenza abbastanza inevitabile.

Quali ritieni siano stati i momenti fondamentali che ti hanno reso lo sceneggiatore che sei oggi? Quali letture incontri, letture, eventi?
Oddio, questa è una domanda pericolosissima da fare a un logorroico come me. Soprattutto perché è una domanda la cui risposta può essere infinita.
Ho sempre letto fumetti e ho sempre voluto farli. Da piccolo disegnavo in continuazione, anche a scuola durante le lezioni. Centinaia e centinaia di pagine. Poi, per qualche motivo, la mia passione per il cinema ha preso il sopravvento e (avendo forse difficoltà a immaginare il fumetto come un vero e proprio mestiere) ho deciso di indirizzare il mio desiderio di raccontare storie su quel medium, per cui stilai un bel piano di vita secondo il quale, dopo il liceo, avrei frequentato il triennio al DAMS di Roma 3 per poi iscrivermi al Centro Sperimentale di Cinematografia, seguendo il corso da regista o quello da sceneggiatore. Ma una volta all'università (durante la quale ho frequentato quanti più laboratori di sceneggiatura mi fosse possibile) questo piano iniziò a scricchiolare nella mia testa. Non so se era il mio interesse per il mezzo a scemare, o se fosse colpa di tutte le esperienze che mi avevano fatto intravedere l'ambiente lavorativo cinematografico e tutte le sue storture... comunque sia, la mia voglia di imbarcarmi in una simile impresa non faceva che precipitare. Nel 2012, poco prima di laurearmi, andai per la prima volta al Lucca Comics & Games e lì decisi di darmi una chance come sceneggiatore di fumetti (un desiderio che avevo sempre avuto). Tutti quelli che avevo intorno mi sostennero molto in questa scelta. La mia ragazza mi fece un regalo che cementò questa mia decisione. In sostanza, per mesi, si era messa a contattare decine di autori di fumetti fra quelli che ammiro di più (italiani e non) chiedendogli di scrivere poche righe per incoraggiarmi a provare la via del fumetto. In molti risposero e lei raccolse tutti questi messaggi in un quaderno che, ancora oggi, è l'oggetto più caro che possieda. Fra questi messaggi ce n'era uno in particolare, di Leo Ortolani, che è forse una delle cose più belle che abbia mai letto. Insomma è iniziato tutto da qui.
Ma da quel giorno al mio effettivo esordio sono passati quasi due anni. Anni in cui, essendo autodidatta, ho sbattuto la testa contro ogni ostacolo possibile, nel mio cammino alla scoperta del mestiere, delle sue difficoltà e delle vie migliori per impostare un percorso lavorativo e artistico sensato. Durante quel periodo ho lavorato molto come montatore audiovisivo (un lavoro che faccio ancora oggi), un mestiere i cui insegnamenti mi hanno aiutato enormemente come sceneggiatore.

Una tavola di Walter Dice:

Una delle tue prime esperienze professionali è stata con i webcomics. Cosa credi rappresentino i fumetti proposti online nel panorama fumettistico attuale? 
Che possibilità offrono i webcomics per un giovane autore?
Che il web e i webcomic siano una grande opportunità per gli esordienti di oggi è sotto gli occhi di tutti. Il web offre sostanzialmente le stesse possibilità di un'autoproduzione, senza averne i costi. In più, essendo contenuti completamente gratuiti e fruibili in ogni momento, e non opere acquistabili solo in certe fiere o sugli e-shop, possono raggiungere un bacino d'utenza infinitamente maggiore, posto ovviamente che dietro ci sia il giusto impegno promozionale.
Ma questo non vuol dire che siano una scorciatoia o una via più facile. Quando un autore alle prime armi realizza un webcomic, deve imporsi una disciplina. Nessuno gli sta chiedendo nulla, nessuno sta attendendo la sua “opera” in nessun modo, e soprattutto non è detto che qualcuno la noti e\o l'apprezzi. Ciononostante realizzare un buon webcomic richiede la stessa quantità di lavoro e impegno che ci vuole a realizzare qualunque altro prodotto editoriale, se non di più. Darsi una disciplina, delle scadenze, degli obiettivi e rispettarli quando si è al di fuori del mercato, è molto difficile. Se ci si riesce però, si gettano le basi per il proprio ingresso nel mondo del lavoro. L'editoria a fumetti è uno dei pochi ambiti editoriali molto attento alle novità e alla scena indipendente. Dimostrare di saper realizzare un contenuto valido e di saperlo portare a conclusione rispettando anche una cadenza è la prova migliore che si possa dare di sé. Soprattutto se si vuole diventare sceneggiatori, figura professionale per la quale non esistono curriculum, portfolio review o profili Instagram che mostrino i propri lavori. Uno sceneggiatore esiste solo nel momento in cui scrive una storia che qualcuno disegna e qualcun altro legge. Punto. Purtroppo, proprio perché il webcomic è il banco di prova degli esordienti di oggi, è sia uno scenario pieno di prodotti validi e innovativi, sia un grande bacino di amatorialità, spesso anche spicciola. Questa è la sfida che progetti come Wilder si impongono di affrontare: creare una linea di fumetti online con una cura autoriale, editoriale e di marketing alta, mantenendo però intatta la libertà creativa data dal web.
Ciò detto, personalmente, mi sento di consigliare comunque ad ogni autore alle prime armi di fare anche un'esperienza con l'autoproduzione, oltre che con il web. Un'autoproduzione ti insegna ad avere a che fare con tutte le fasi che stanno dietro alla creazione di un fumetto e, pertanto, è un'esperienza incredibilmente istruttiva. Costringe a fare i conti con i limiti di una pagina, con la foliazione, con i voltapagina, con la resa del colore, con l'aspetto tipografico e, in piccola scala, con quello imprenditoriale.

Kingsport (Seasons, Uno Studio in Rosso/Verticomics).

Prima con Kingsport poi con Black Rock hai sviluppato tematiche che possiamo far risalire in parte ad autori quali H.P. Lovecraft e Stephen King, giusto per citarne due. Quali sono state le tue influenze nella realizzazione di queste due serie?
I due autori che hai nominato sono sicuramente fra i miei preferiti di sempre. Infatti Kingsport non è solo un omaggio a Lovecraft, è un vero e proprio adattamento sui generis di una parte poco conosciuta della sua produzione (quella più incentrata sugli orrori domestici e morbosi e ambientati nell'america rurale). Kingsport è il nome della meno conosciuta fra le sue cittadine fittizie (vi ha ambientato solo due racconti). Paradossalmente una mia grande fonte d'ispirazione (e sto per fare un nome che mi vergogno anche solo a digitare accostato a un mio lavoro) è Grant Morrison. Il modo che ha di far percepire una minaccia così grande da essere incommensurabile attraverso piccoli dettagli. 
Per Black Rock il discorso è diverso. Non so bene quali influenze rintracciare dietro la sue genesi. Quando mi è stato chiesto di entrare a far parte della scuderia Wilder (il portale di webcomics che ospita la serie) ho solo pensato a realizzare la storia dei miei sogni, senza troppi freni. Dentro c'è un po' di tante cose che mi piacciono: Cormac McCarthy, David Lynch, Lost, Tarkovskij, The Prisoner (la serie degli anni '60), Urasawa e un po' tutto il fumetto autoriale statunitense degli ultimi trent'anni (soprattutto Vertigo e Image). Ma non sono influenze scelte in maniera programmatica; sono solo un'insieme di cose che amo, che formano il mio background fruitivo più consistente e che, in quel particolare momento, avevo voglia di esplorare mettendoci del mio. E poi, dato che tutti mi dicevano che i miei primi fumetti erano troppo parlati, volevo realizzare una storia molto complessa, sforzandomi di usare il minor numero possibile di dialoghi (un obiettivo che sta mettendo sempre più a dura prova il povero Jacopo Vanni, che sta disegnando tutti i dieci capitoli che compongono la serie). Spero di esserci riuscito.

Il giro di vite (Roberto Recchioni presenta: I Maestri del Mistero, Star Comics).

Sempre a proposito di influenze, per la collana Roberto Recchioni presenta: I Maestri del Mistero hai realizzato Il giro di vite, tratto da un racconto di Henry James. Come sei stato coinvolto in questo progetto?
Quali caratteristiche dovrebbe avere secondo te un adattamento per essere realmente riuscito? In che misura è opportuno discostarsi dall'opera originale e prendersi delle libertà?
A coinvolgermi è stato Michele Monteleone, che era stato il supervisore delle tre serie che facevano parte del progetto Seasons (tra cui c'era anche Kingsport). Michele ha funto da coordinatore per questa stagione dei Maestri e mi ha coinvolto nel progetto. Poi, quando mi è stato detto che il romanzo da adattare era Il Giro di Vite, uno dei miei preferiti di sempre, sono andato in brodo di giuggiole. L'adattamento è un processo molto delicato, soprattutto quando si ha a che fare con opere “ingombranti”. Credo sia impossibile creare un manifesto programmatico del buon adattamento. Abbiamo esempi riuscitissimi ed esempi catastrofici di ogni scuola di pensiero. Ci sono splendidi film che aderiscono all'opera di partenza in modo quasi maniacale (penso a Sin City, Watchmen o al Signore degli Anelli) e splendidi film che vi si discostano significativamente (V per Vendetta, Shining ecc.). Credo che l'unica cosa davvero importante sia avere qualcosa da dire con l'adattamento. Adattare un'opera solo per il gusto di riproporla stando ai propri termini crea generalmente dei risultati piuttosto sterili o dimenticabili. Ovviamente ciò che si vuole comunicare dev'essere in linea con l'opera di riferimento o essere una sua espansione, altrimenti non avrebbe senso partire da quel contenuto in particolare.
Il Giro di Vite è un romanzo molto difficile da adattare. Ti porta naturalmente a mettere molto di te stesso nella storia, perché la narrazione di Henry James è studiatamente lacunosa. La storia glissa su alcuni dei suoi snodi più importanti, nasconde informazioni vitali a bella posta e descrive in modo molto incompleto il suo svolgersi. Basti pesare che sono quasi 120 anni che lettori e critici si interrogano su cosa sia accaduto alla fine del romanzo. Dunque, nel trasporre questa storia attraverso un medium visivo come il fumetto, si è portati a cristallizzare alcuni eventi altrimenti piuttosto impalpabili; a trasporre le proprie idee più che la realtà oggettiva della narrazione originale (che non esiste). È stato un processo complicato ed estremamente divertente, in cui sono stato enormemente aiutato dal trittico di disegnatrici che hanno realizzato il fumetto (Letizia Cadonici, Elisa Di Virgilio e Sakka). Posso solo sperare di aver fatto un buon lavoro.

Con Walter Dice:Chiodotorto hai avviato una specie di saga, nata sul web e ora approdata in formato cartaceo per la Magic Press. Da quali concetti siete partiti per realizzare questi volumi e cosa puoi dirci riguardo i capitoli futuri?
È stato un percorso anomalo e, al tempo stesso, molto omogeneo.
Walter Dice: è un progetto che ho cucito addosso a Lorenzo Magalotti (il disegnatore). Quando ci siamo conosciuti eravamo entrambi agli inizi. Nessuno dei due aveva ancora esordito e avevamo un gran desiderio di farlo. Per cui ho visto i lavori di Lorenzo e ho cercato di creare una storia che fosse perfetta per quello stile (invece di cercare qualcuno che avesse un tratto adatto a una storia che avevo in mente). Quindi abbiamo fatto Walter Dice:. Poco prima che il fumetto venisse pubblicato per Magic Press, a me era venuta in mente questa nuova idea, che sarebbe diventata Chiodotorto, e che volevo proporre a Lorenzo. Ma più la sviluppavo, più mi rendevo conto che il progetto aveva molti punti in comune con Walter (il tema della vendetta, la ricerca della moralità del protagonista, l'atmosfera in bilico fra dramma e commedia nera...). Invece di farmi scoraggiare dalla cosa, pensai che poteva essere un punto di forza! Così è nata l'idea di una saga tematica sulla vendetta e di far tornare anche alcuni dei personaggi. Fortunatamente a Magic Press è piaciuta l'idea e ora stiamo procedendo in questa direzione. Per questo progetto abbiamo portato a bordo anche Jacopo Vanni (il disegnatore di Black Rock) e Francesco Segala (colorista sia di Black Rock che di Kingsport). Dopo Chiodotorto ci sarà un terzo e ultimo capitolo e sarà un'altra storia completamente autoconclusiva, con qualche connessione con le due precedenti. Sarà l'ultima della serie. Abbiamo già in mente il plot, il (anzi “la”) protagonista e in che modo porterà avanti il discorso che stiamo sviluppando attraverso queste graphic novel. Ma non dirò assolutamente nulla di più a riguardo!
Una tavola da Chiodotorto (Magic Press).

Con Lo stalliere, l'albo di Battaglia dedicato al Cavaliere, hai affrontato un capitolo incredibilmente ancora attuale della politica italiana. Quali difficoltà hai incontrato durante la realizzazione di questa storia?
È stato interessante e strano. Ero felicissimo di lavorare su Battaglia (personaggio che ho sempre amato come lettore), ma ero molto intimorito dal tema. Tutte le storie precedenti di Battaglia riguardavano eventi storici così lontani da me, che la mia mente non aveva alcun problema a porli in un contesto narrativo, quasi distaccato. Ma il Cavaliere è stato parte della mia quotidianità sin dalla nascita, del mio sviluppo ideologico e politico... e non in senso buono. In qualche modo la mia mente si rifiutava di affrontare il tema a testa bassa, come se mi infastidisse scrivere il Cavaliere come un personaggio, e quindi attribuirgli motivazioni ed emozioni. Tutti i primi soggetti che proposi a Roberto Recchioni usavano il Cavaliere come una figura marginale, quasi avvolta nelle tenebre. Recchioni non condivideva questi timori e, anzi, era più che mai deciso a spingermi a rendere questo “mostro moderno” il vero e proprio coprotagonista della storia. Voleva che il tema fosse affrontato dall'interno, quasi con sfacciataggine... un atteggiamento quantomai consono per una testata come Battaglia. Questo mi ha spinto a fare molta ricerca sul Cavaliere. Mi sono quasi odiato, dato che il mio compito, alla fin fine, era quello di renderlo un personaggio simpatico. Ma la storia ne ha guadagnato. Non è mai una buona idea idealizzare certe figure rendendole solo dei mostri. Ci impedisce di capire quale fascino hanno saputo esercitare sulla società e quindi su quali falle del tessuto sociale hanno saputo costruire il proprio potere. È la forza che alimenta anche molti grandi film su figure del genere, basti pensare a The Wolf of Wall Street; queste opere non condannano mai i loro protagonisti, anzi, li rendono accattivanti, fanno in modo che il pubblico li ami e poi se ne vergogni. Ora tutto questo torna ad assumere connotati oscuri nella mia mente, dato che si sta assistendo ad un agghiacciante ritorno del Cavaliere (da me erroneamente creduto scomparso nella voragine dell'irrilevanza politica) alle luci della ribalta.

Battaglia - Lo Stalliere (Ed. Cosmo).
Hai lavorato alla miniserie Caput Mundi per la Cosmo, co-sceneggiando il primo numero e contribuendo all'ideazione di alcuni dei personaggi chiave della vicenda. Come nasce questa commistione tra realismo e horror/sovrannaturale e in che misura senti che quella storia e quei personaggi ti appartengano?
Temo che la risposta che potrei darti a questa domanda risulterebbe un po' spoetizzante. Quando sono stato contattato da Michele (Monteleone; n.d.r.) e Giulio (Gualtieri; n.d.r.) per entrare a far parte del team di Caput Mundi, il progetto era già in avanzato stato di realizzazione. I personaggi erano stati tutti inventati e i soggetti stesi. Quindi non me la sento di attribuirmi meriti per nessuna delle splendide idee che hanno dato vita a questo progetto. Ma dopo aver co-sceneggiato i numeri 1, 4, 5 e 6 di questa serie, mi sento anche io un po' parte di questo universo narrativo, e sono fiero di tutto ciò che posso aver apportato. Sarebbe una grandissima soddisfazione per me poterci ritornare in futuro, magari in una veste più attiva anche in fase di concezione. Staremo a vedere...

In questa seconda metà del 2017 sei stato impegnato su più fronti: con l'Editoriale Cosmo per Battaglia e Caput Mundi, con Magic Press per Chiodotorto e con l'etichetta Wilder per il ritorno di Black Rock. Come riesci a districarti tra questi impegni e anche tra generi differenti?
E pensare che non è nemmeno il mio unico lavoro! Come dicevo prima, lavoro anche come montatore audiovisivo e fonico, per cui posso rivelare al mondo che il mio segreto è che... dormo molto poco.
Scherzi a parte, sapersi destreggiare fra più progetti e generi è il requisito minimo che uno sceneggiatore deve avere per poter vivere del proprio lavoro. Per quanto possa rivelarsi a tratti molto pesante, trovo che portare avanti più progetti diversi fra loro abbia un enorme lato positivo: ti consente di allontanarti da quello che stai facendo e dalla forma mentis che stai applicando e ritornarci poi con uno sguardo nuovo. Quando si lavora a un solo progetto (come spesso succede quando si è agli inizi) si tende a diventare ossessivi. Se ci si blocca nella lavorazione di quell'unico progetto, per mancanza di idee, di stimoli o semplicemente di voglia, ci si trova in una situazione piuttosto spiacevole: ti senti completamente bloccato. Se hai più progetti, puoi fermare quello che stai facendo e spostarti su altro senza perdere tempo, dato che stai comunque lavorando. Di solito, facendo così, ritornare sulla storia che stava diventando problematica dopo aver lavorato su altro, significa anche vedere chiaramente la soluzione e sorprendersi di quanto fosse palese.

Tornando ai webcomics, cosa dobbiamo aspettarci dal finale di Black Rock?
Risposte e lacrime.

Black Rock (Wilder).
Su cosa stai lavorando attualmente?
Per quanto riguarda i fumetti, al momento sono al lavoro sull'ultimo numero di Caput Mundi. Sto portando avanti Black Rock (che mi impegnerà ancora per altri tre mesi). A gennaio inizieremo a realizzare il secondo e conclusivo volume di Chiodotorto e sto iniziando a mettere insieme i pezzi del mio prossimo progetto per Wilder che, se tutto va secondo i piani, dovrebbe vedere la luce a Maggio 2018. Sto lavorando ad un nuovo progetto per Editoriale Cosmo, assieme a Michele Monteleone. Non posso dire nulla a riguardo o Giulio (l'editor) potrebbe farmi lo scalpo. Ma posso dire che è roba grossa e che ci stiamo divertendo come pazzi. Per il resto, sto lavorando ad alcuni proposal di progetti personali, sui quali, ovviamente, è troppo presto per dire qualcosa.

Hai un sogno fumettistico nel cassetto, una cosa che ti piacerebbe tanto realizzare in futuro?
Mille. Come tutti. Non sono un tipo da "progetto della vita". Credo che se uno ha pensato a un'idea quando aveva 16 anni, e in dieci anni la trova ancora validissima così com'era, o è un genio o è troppo attaccato alle proprie idee. Ciononostante c'è un progetto in particolare che coltivo da un po' di tempo e che prima o poi mi piacerebbe avere modo di realizzare concretamente.
Essendo un lettore piuttosto vorace, ci sono decine di personaggi che mi accompagnano sin da quando ho iniziato a leggere fumetti, su cui sarebbe bellissimo per me lavorare.
Se devo però nominare un sogno nello specifico, me ne viene in mente solo uno piuttosto atipico. Sono un grandissimo amante di Batman. Penso di aver letto il 90% di tutto quello che è stato scritto sul Cavaliere Oscuro. Uno dei miei sogni più grandi sarebbe curare un'antologia davvero onnicomprensiva e ben curata delle storie di questo personaggio. Di raccolte del genere ce ne sono state moltissime in moltissimi formati (allegati, albi da edicola, volumi da fumetteria...), ma le ho sempre trovate discontinue e un po' lacunose. Comprensibilmente concentrate sul riproporre sempre i grandi cavalli di battaglia, ma inclini a ignorare la continuity del personaggio, che, oltre ad essere costellata di storie meravigliose e meno note al grande pubblico, è una delle migliori di tutto il comicdom americano. Il mio sogno sarebbe curare un antologico davvero completo, in cui i lettori possano iniziare dal numero 1 e proseguire, trovandosi a leggere una versione davvero completa della storia di Batman. Mi rendo conto che è un sogno un po' noioso e ossessivo-compulsivo... ma è il mio.

Illustrazione di Marco Mastrazzo per la cover di Caput Mundi #1 (Ed. Cosmo).

Grazie davvero per la disponibilità e a presto.

Giuseppe Lamola & Gli Audaci

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