domenica 13 agosto 2017

Monolith - il film e il fumetto

Un intenso thriller on the road raccontato in due modi diversi



Di Monolith si è iniziato a parlare tanto tempo fa. Come più volte reso evidente durante incontri e interviste di presentazione, il progetto si è sviluppato negli anni parallelamente, a partire da un'idea di Roberto Recchioni, tra il mondo delle nuvole parlanti e quello del grande schermo. Su quest'ultimo fronte, di indubbio interesse è il dato che la produzione rappresenta il primo lungometraggio per le sale cinematografiche sviluppato in seno alla Sergio Bonelli Editore. Il film che giunge ora sugli schermi italiani, presentato in vari festival in Italia e all'estero, è infatti prodotto da Sky Cinema e Lock & Valentine (e distribuito in 200 sale da Vision) e co-prodotto dalla Casa editrice di Via Buonarroti.
Prima di parlare della pellicola, ci sembra doveroso un accenno al fumetto e un breve confronto tra le due storie, che riescono al contempo ad essere simili eppure decisamente differenti.



Monolith: Primo e Secondo tempo (il fumetto)

Pieno deserto. Monolith, l’automobile pubblicizzata come la più sicura e potente mai costruita, si staglia oscura nel vasto panorama assolato. All’esterno di quel portento ultracomfort, Sandra si ritrova sola. Era partita in viaggio sognando un’inafferabile libertà lontano dal marito Carl, ma il piccolo David, suo figlio, è rimasto intrappolato dentro Monolith, che da macchina perfetta si trasforma in una prigione tecnologica apparentemente senza via d'uscita.
È questo momento, mostrato all'inizio del secondo volume, uno degli snodi chiave del thriller su carta, ideato da Roberto Recchioni e da lui sceneggiato insieme a Mauro Uzzeo, che vede ai disegni e ai colori LRNZ, al secolo Lorenzo Ceccotti, una storia alla quale già lo scorso anno avevamo assegnato un premio fuori concorso agli Audaci Awards.
Se in 2001: Odissea nello spazio il monolite nero era, secondo alcune interpretazioni, l'oggetto imponente e quasi alieno che spinge le scimmie umanoidi a compiere passi avanti nell'evoluzione, in Monolith la prospettiva si ribalta: un'automobile nera monoltica costringe quella stessa umanità a riflettere su dove li abbia portati tale spinta evolutiva e a fare i conti con le distorsioni a cui la mente umana può arrivare in nome del "progresso" e della "sicurezza".




È un fumetto in grado di parlare dei tempi moderni con estrema lucidità, condensando in due volumi una narrazione asciutta e intensa, che tiene incollato il lettore in attesa di arrivare allo scoglimento finale.
La narrazione della storia viene sapientemente interrotta più di una volta da momenti onirici, che deviano il racconto e si spingono nei territori dell'incubo, facendo rivivere alla protagonista alcune delle sue paure e soprattutto permettendo a LRNZ di esprimere magnificamente tutto il suo potenziale visivo. 
È infatti Ceccotti a dominare la scena, con le sue scelte cromatiche in grado di rendere la sabbia del deserto, le montagne e il contrasto con il cielo in maniera vivida, facendo evolvere pian piano la storia verso una crescente oscurità nel corso del primo volume, e riuscendo a sopperire alla mancanza del sonoro della pellicola tramite straordinarie trovate, come il giallo acceso e stordente per rendere visivamente la situazione di pericolo. Nel secondo volume il trip della protagonista viene rappresentato con colori appiattiti e uno stile che sembra omaggiare un maestro come Moebius, descrivendo una progressiva perdita dei parametri spazio-temporali e un'immersione nelle sensazioni distorte di Sandra.


Insomma, due volumi molto intriganti soprattutto per la resa grafica, esaltata dal formato (cartonato e "da graphic novel") inusuale per la Casa editrice milanese.
Una curiosità: come già anticipato da Recchioni durante la conferenza di Sergio Bonelli Editore a Lucca Comics & Games dello scorso anno, la storia contiene un rimando alla continuità narrativa attuale di Dylan Dog. Infatti il modello dell'autovettura, che nel film si chiama Lilith, nel fumetto viene denominato Irma (un richiamo interessante e al contempo decisamente inquietante alla presenza di John Ghost, dunque).


Il film
"Da sceneggiatore dovrei definire questo film un thriller psicologico, ma da padre non posso che trovarlo un vero e proprio horror. E in ogni fase della sua realizzazione, dalla scrittura alle riprese, non riuscivo a togliermi dalla testa la domanda: cosa farei se capitasse a me e mio figlio?" 
Ivan Silvestrini



L’auto, nell’immaginario collettivo, è il mezzo ideale per andarsene lontano, evadere da un posto, da qualche situazione o da qualcuno. Anche nel film di Ivan Silvestrini, Sandra evade dalla sua vita, da un'esistenza che sembra non aver scelto e in cui si sente intrappolata, a bordo di "un'auto da combattimento superblindata".
Dunque, se Monolith fosse stato un film su una macchina potente che intrappola un bambino indifeso, il senso della storia si sarebbe retto sulle sue quattro ruote. Potremmo sprecare citazioni di film, da Duel e Thelma & Louise, passando da Bullit a Ritorno al futuro, fino a Punto zero (Vanishing point), in cui l’auto assume a grandi linee il ruolo di protagonista assoluta. Invece, in Monolith ciò non avviene. La sua presenza è, in qualche modo, assente.
Monolith si configura piuttosto come il racconto del percorso esistenziale di Sandra, prototipo di mamma insoddisfatta, distratta e incosciente che pian piano diventa la Sarah Connor di Terminator 2 (citazione suggerita anche dalla colonna sonora di Diego Buongiorno, con frequenti strizzate d'occhio agli anni '80). Proprio nella sua linearità, che rispecchia pedissequamente la superficialità con cui la protagonista ha intessuto le sue relazioni fino a quel momento, risiedono i pregi e i difetti della pellicola.


L’incipit, ben strutturato, ci fa immergere lentamente nel viaggio di una mamma e di suo figlio verso la casa dei nonni. Dopo il primo quarto d'ora, il film diventa una corsa contro il tempo per cercare di rientrare in possesso dell’auto e soprattutto liberare il suo bambino dall'interno, corsa che conduce la mamma a fronteggiare grossi problemi di sussistenza, come trovare acqua da bere e cercare aiuto.
La storia sembra quasi richiamare la tematica di cronaca dei bambini dimenticati nelle auto. Ancor di più però lascia intravedere una critica alle propensione di alcune mamme moderne a delegare la cura dei propri bambini lasciandoli in balìa degli smartphone, al solo scopo di tenerli impegnati e distratti... Propensione che in questo caso nasconde molto più di quello che si possa intuire inizialmente e degenera in un colpo di scena finale folle quanto necessario.
La regia di Ivan Silvestrini, insieme alla fotografia di Michael Fitzmaurice, costruisce un film scorrevole, quasi claustrofobico, senza punti morti, che risente in parte della linearità della trama e dell'assenza di grossi scossoni (ad eccezione del finale). Uno dei pregi migliori consiste nella scenografia a cui ha lavorato il già citato Lorenzo Ceccotti, trait d'union tra il fumetto e il film. Lo Utah, il suo deserto con la sabbia rossa, le montagne striate e la vegetazione molto variegata immergono la storia dentro panorami naturali al limite tra il western e il post apocalittico.


Insomma, un buon inizio, non esaltante ma certo nemmeno deludente, per i “Bonelli movies”. 
Ovviamente, il messaggio per Recchioni & co. è che adesso tocca a Dylan*!


Tra film e fumetto


Certamente i due prodotti, film e fumetto, pur partendo dalla medesima idea partorita dalla mente di Roberto Recchioni, si sviluppano in maniera differente. Innegabile una certa sinergia, che nasce anche dal contributo di Mauro Uzzeo alla sceneggiatura e dal ruolo centrale di Lorenzo Ceccotti, scenografo del film (nonché tra i costruttori fisicamente della macchina e tanto altro) e disegnatore del fumetto. Recchioni, Uzzeo e LRNZ sono sostanzialmente gli stessi autori che (insieme a vari altri, certamente) hanno animato la seconda stagione di Orfani, quella intitolata a Ringo (una delle migliori della serie finora), in cui, guarda caso, una delle tematiche principali era la genitorialità, l'assumersi le proprie responsabilità nei confronti dei figli, tema che emerge con maggiore decisione durante il lungometraggio. Esteticamente, sempre da Orfani, impossibile negare il legame tra il mecha design (ossia la progettazione meccanica) glam de I Corvi, con quelle armature nere sferzate da bagliori di luci rosse, e la Monolith stessa (che sarebbe riduttivo catalogare come una mera fusione tra la Supercar di Michael Knight e un Hal 9000 rivisitato).


I Corvi di Orfani



D'altro canto, le differenze tra il film e il fumetto vanno dalle più superficiali, come il colore dei capelli della protagonista o il nome della macchina (Lilith e non Irma), alle più sostanziali. Tra queste ultime, certamente va annoverato un significato differente attribuito alla caratterizzazione della protagonista e al suo percorso esistenziale. Inoltre, nel film, per motivi legati alla struttura della trama, si sviluppa una diversa empatia con i personaggi. Laddove nel fumetto erano le scelte cromatiche a guidare la scala emotiva, nella pellicola sono i suoni a regnare e rendere significative alcune scene. Last but not least, il finale, su cui non ci dilungheremo oltre per evitare spoiler o comunque per non rovinare il gusto a chi volesse addentrarsi nella storia, film o fumetto che sia, ma del quale possiamo dire che abbiamo trovato più riuscita la conclusione su carta rispeto a quella sul grande schermo.

Grullino Biscottacci e Giuseppe Lamola


P. S. Attenzione al tatuaggio sulla spalla destra della protagonista.


* I diritti per realizzare film, produzioni televisive, merchandising e qualsiasi altra produzione basata sul personaggio sono "tornati a casa" proprio poche settimane fa.





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