sabato 15 marzo 2014

Tre audaci, unastoria.



Un solo Audace sarebbe stato smarrito, impaurito di fronte all'imponenza di unastoria e probabilmente avrebbe realizzato una recensione incompleta e non del tutto esauriente. Anche due Audaci, gomito a gomito come scribacchini d'altri tempi, avrebbero potuto produrre elucubrazioni a tal riguardo, sensazioni ancora non del tutto complete. Ecco perché c'è stato bisogno di ben tre Audaci, che come per magia hanno tessuto tre spunti incredibilmente complementari, tre punti di vista (speriamo!) stimolanti su una delle opere più importanti del fumetto italiano e non solo. 
Buona lettura.

1. Giuseppe “Giuppo” Lamola
Certe volte vorresti solo dire a tutti che vale dannatamente la pena legger 
Nessun altro autore come Gipi riesc 
Una parola che viene in mente immergendosi nelle tavole di unastoria è “abisso”. Una caduta nel vuoto, simile a quella del protagonista alla fine del primo capitolo. Un buio senza fine, una ricerca di cui è difficile comprendere il senso. Solo chi ha vissuto periodi di completo smarrimento sa quanto possa essere profondo questo pozzo. E un periodo del genere, Gipi l’ha vissuto davvero, come riassunto esaustivamente qui. È stato il tempo in cui l’autore pisano si era allontanato dal fumetto, non solo per dedicarsi al cinema, ma anche per dei problemi legati, tra le altre cose, alla sua immensa - e quasi improvvisa - popolarità; e a qualcosa di molto simile a quell’abisso di cui dicevamo. Ma questa storia rappresenta il suo effettivo ritorno alle nuvole parlanti (non sempre “parlanti” in realtà, visto che con immenso stile inserisce alcuni balloon volutamente incomprensibili e altri vuoti, in momenti in cui capire di preciso cosa i personaggi stanno dicendo probabilmente ha meno importanza rispetto alla comprensione del contesto). 
Insomma, per quanto buio possa essere il posto in cui Gipi è stato, per quanto oscuro possa dimostrarsi il tragitto in cui trascina noi e i suoi personaggi, possiamo affermare (senza volervi spoilerare nulla) che già il fatto stesso di aver realizzato questa storia rappresenta un motivo intrinseco di speranza. 


Gipi parte dall’immagine di un benzinaio in una zona simildesertica. La prima vignetta del volume, in bianco e nero, piccola, diventa l’intero dipinto a colori della seconda tavola, una splash page. Un’immagine ricorrente che si incontrerà nuovamente nel corso della lettura. Così come l’immagine dell’albero spoglio, già presente in copertina. Un albero che parla, rappresenta, vive; quasi perseguita i personaggi. 
Acquerelli di spiazzante bellezza si intersecano con tavole più spoglie, in evidente contrasto tra loro. Cambi di registro, di inquadrature, voli pindarici e salti tra la storia di Silvano Landi e di suo bisnonno Mauro. Il primo, rinchiuso in un reparto di Psichiatria. Il secondo, al fronte, in una guerra in cui si è solo pedine di una piccolezza infinita. 
Questa storia, insomma, è così piccola da essere irreparabilmente enorme, incredibilmente universale. Gipi ce lo dice sin dal titolo, in cui la congiunzione non è scissa dal sostantivo, probabilmente per l'indissolubile legame tra le persone, per l’intreccio di destini, tanto da costituire un'unica storia, che si svolge sotto gli occhi della natura, incredula di fronte alle follie e alle angosce dell'uomo. 
Pur nel suo riferirsi a faccende così intime, Gipi ci regala tavole di cui tutti possono godere, in cui tutti possono identificarsi; e in questo non-sense, in questo paradosso irrisolvibile e stupendo si gioca la forza indistruttibile di unastoria. Nella sua universalità non voluta, o quanto meno non millantata. 
Leggiamola e rileggiamola; non è “unastoria” qualunque! 


2. Fosco
È il racconto di una storia. Che poi sono due.
La storia di un uomo con qualcosa da dire e quella di un lettore con qualcosa da capire. Un uomo che nella vita racconta storie, poco inventate, e che negli ultimi anni ha cercato il modo migliore per farlo. Come quando si scelgono le parole migliori per una poesia, o come quando si aspetta che sboccino le viole per dichiarare il proprio amore.
E poi la storia di un lettore, che nella vita vuol essere un uomo, con un problema da risolvere, una questione da chiarire.
L'uomo con la storia racconta al lettore che vuol diventare uomo due storie, la prima è un crollo.
Desolazione, solitudine, angoscia, incomprensione.
Cieli grigi di acqua sporca in cui il lettore si rispecchia. Torbido il suo volto si confonde e si perde nelle tinte opprimenti di pensieri pesanti e ingombranti.
Un abbandono. Una guerra. Il tentativo di sopravvivere ad entrambi. Poi la luce.
Il lettore che vuole diventare uomo capisce che forse sta filtrando male il racconto, forse la sua vita sta traducendo quelle immagini un po' come vuole lei. Poi si rende conto che semplicemente la vita prende a calci un po' tutti, non solo lui. Il lettore continua.
L'uomo con la storia racconta al lettore che vuol diventare uomo due storie. La seconda è una conquista.
La luce.
Ogni abbandono è una guerra, ogni guerra esige un abbandono. Vivere è però ribellione. E conquista.
Si fa presto a cadere, toccare il fondo, crollare sotto i colpi di una vita che non da tregua, o di un fucile che cerca la sua personalissima idea di pace. Difficile è rialzarsi, ricostruire, consolidare, cercare una luce tra le tenebre, trovarla, aggrapparsi ad essa e stringerla con i denti e farsi trascinare via. L'abisso è una rapida discesa se non hai appigli. Un posto caldo, un profumo, uno sguardo, un particolare, un abbraccio. E più cadi, più quel desiderio di risalire diventa forte, e più si allontana quella luce, più forte diventa il suo bagliore.
Il lettore che vuole diventare uomo sta cadendo.
Sprofonda in un abisso oscuro e crede ormai di non avere appigli, nessuna luce alla bocca del pozzo. 
Cade.
Legge.
Cade.
Giù.
L'uomo con la storia fa sapere al lettore cadente, che invece c'è sempre qualcosa a cui appigliarsi. L'uomo con la storia ricorda al lettore che tra le nubi, nella nebbia, c'è sempre un lampione acceso. O il faro di una stazione di servizio, o la pelle chiara della donna che ami. Un motivo per risalire c'è sempre. Il lettore che vuole diventare uomo capisce. Mette da parte la paura - io ho te - e decide di cercare il suo modo di risalire. Succederà. In una sera d'estate forse, quando tutto sembra uguale al niente. Forse con lo squillo del telefono.
O magari issato da un raggio di sole.


3. Frank
Un torpore esistenziale anima la storia di Silvano Landi, scrittore senza più “una storia” da raccontare, che si è trincerato nel bunker delle sue guerre interiori. La sua condizione è in absentia dalla realtà, dal mondo; il suo mondo sono le immagini che la sua mente sofficemente accarezza: una stazione di servizio – reminiscenza di una lucidità smarrita - e un imponente albero rinsecchito – grido primordiale della natura -. Arrivato alla soglia dei cinquant’anni, “scivolando secondo dopo secondo”, la sua realtà si increspa; la figura che viene riflessa allo specchio non è quella che si aspetterebbe, è la sua caricatura. Landi precipita, si inabissa in un sonno della ragione, e il “sonno della ragione genera mostri” ( Francisco Goya). È malato, finisce in una struttura psichiatrica, ma di cosa soffre veramente Silvano Landi? I dottori gli prescrivono ingenti dosi di pasticche ma, probabilmente, non basteranno a curare il suo male, il male dei moderni: l’infelicità. 
Ma questa è anche la storia di Mauro Landi, bisnonno di Silvano, soldato con “una storia” da vivere; una felicità da raggiungere – la donna amata – che intravede luminosa, nonostante tutto, tra la coltre grigiastra del cielo sferzato dalla polvere e dalla cenere che la ferocia della guerra ha innalzato. Il suo modo di affrontare la realtà è diametralmente opposto a quello del bisnipote; mentre quest’ultimo guardando dal vetro che lo separa dal mondo esterno non vedrà “niente” di bello, Mauro prenderà la vita a morsi pur di raggiungere la bellezza che per lui esiste e si trova oltre l’abisso del fronte. 
Le storie dunque sono due ma in realtà è una, unica; Silvano è lo “scrittore”, il guscio vuoto, il libro con le pagine bianche, editor di se stesso, inadatto a vivere se non che nella proiezione di una “storia” che è Mauro, suo alter ego che ne rappresenta il riscatto, quella tensione vitale in lui andata in pezzi, in mille pezzi. 


Immergersi nelle pagine di unastoria è un’esperienza disorientante e per questo artisticamente valida; splendidi e foschi paesaggi a tutta pagina in cui perdersi, da cui le lettere stesse molto spesso rifuggono, per lasciar fluire solo l’essenziale della narrazione. Le tavole, irrequiete come i personaggi che le abitano, mutano costantemente forma, colore, stile così come mutevole è la storia narrata che balza continuamente dal vertiginoso mondo interiore di Silvano all’arioso campo di battaglia dove è impegnato Mauro. 
Gipi in questa sua nuova opera, dai palesi tratti autobiografici (basta dare una rapida occhiata al volto dei protagonisti per intuirlo), illustra, ora con acquerelli ricchi di colori e di sfumature, ora con minimalisti tratti in bianco e nero, un affresco umano complesso e intimo, in combutta con sé stesso e con la natura circostante - una natura tragicamente spaventosa ma comunque necessaria e vitale.







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