martedì 21 febbraio 2012

lo chiedo a CARMINE DI GIANDOMENICO

Cari Audaci di terra e di mare eccovi il resoconto della nostra chiacchierata con l’autore Carmine Di Giandomenico, uno dei disegnatori italiani più importanti della sua generazione. Ha lavorato alla Marvel, ma anche con editori francesi, per la Magic Press, la Montego, la Bonelli e il cinema. Ha realizzato graphic novel e fumetti seriali di supereroi (e che supereroi: Devil, Iron Man, i Fantastici Quattro e la versione noir di Spider-Man). Ripercorriamo insieme a lui alcune tappe della sua carriera in quest’intervista, frutto dell’iniziativa dello stesso Carmine che si è messo a disposizione dei suoi lettori, di appassionati e di curiosi sulla sua pagina facebook lo scorso 6 febbraio a partire dalle 20.00 (ora italiana). L’intervistatore si trovava – e si trova tuttora – a Londra… magie della tecnologia! Audaci, si parte!

- Ciao Carmine. Partiamo dalle fonti d’ispirazione (so che è difficile rispondere a domande del genere ma te la pongo lo stesso): in che maniera ti hanno influenzato i vari Ditko, Kirby, Romita, Buscema, Byrne...?

Come mi hanno influenzato? Sono i miei papà, senza di loro non mi sarei mai avvicinato al mondo del fumetto. Ma poi dopo di loro è arrivato Frank Miller con i suoi “Ronin” e “The Dark Knight” che mi ha fatto malissimo: grazie a lui ho capito che il fumetto ha potenzialità infinite.


- Riguardo le tue opere…Ti ho conosciuto attraverso la lettura de "La Dottrina", opera secondo me meravigliosa (sotto tutti i punti di vista). Mi piacerebbe sapere che ricordo hai di quell'esperienza e di come ritieni sia cambiato il tuo modo di disegnare nel corso degli anni.

“La Dottrina” è stata una vera e propria esperienza sperimentale, che assieme ad Alessandro (Bilotta, nda) abbiamo affrontato con coraggio e ostinazione, un periodo intenso e splendido, dove abbiamo conosciuto anche persone fantastiche come Pasquale Ruggiero, Alessio Danesi e Andrea Ciccarelli. A parte ciò è stata un'avventura dove ho percepito che l'opera di Alessandro si stesse costruendo da sola, senza forzature, poi, purtroppo, le esigenze di consegne per altri lavori hanno portato ad una realizzazione dilatata nel tempo...ma sono felicissimo che sia stata portata a compimento e che sia piaciuta.
 

- Prevedi di collaborare di nuovo con il signor Bilotta, e nel caso su che progetto?
  
Con Alessandro Bilotta pensiamo di tornare a collaborare assieme e al momento stiamo vagliando alcune cose. Per il futuro vedremo e non vedo l'ora di poter ritornare in Italia o all'estero con il signor Bilotta.


- Parlaci un po' della tua splendida opera “Oudeis”. Che valore ha per te il mito greco?

Che valore ha il mito greco? Il mito greco è il fondamento di tutto il senso dell'uomo sia del passato che del futuro. È inutile girarci troppo intorno: secondo me il mito dell'eroe greco è e resterà immortale. Dove ogni Eroe o Dio greco ha tutte le debolezze e le prove da superare che ogni essere umano nella realtà deve affrontare in ogni secondo della propria vita. Sono sempre rimasto affascinato da questo mondo fantastico, pieno di contraddizioni e morali umane. E Ulisse, con la sua “Odissea”, è stato per me - da fanciullo - il primo viaggio di fantasia narrata. Un Uomo che deve lottare per raggiungere un suo obiettivo, un sogno, come tutti noi del resto. E quindi non puoi non immedesimarti in un personaggio così umano, impotente rispetto alle forze della natura e del divino, e nello stesso tempo così complesso. Pensiamo alla sua affermazione più famosa, quando risponde a Polifemo: alla domanda «Qual è il tuo nome?» Ulisse risponde «Nessuno»... In quel momento Ulisse poteva essere ritenuto furbo, perché aveva già il piano per fuggire, ma riflettendoci sopra quel ‘Nessuno’ ha una forza e una potenza d'impatto molto forte. Avrebbe potuto dire qualsiasi nome, perché proprio ‘Nessuno’... è lì la grandezza, perché la sua risposta oltre a dare confermare la sua furbizia nel poema, rappresenta anche la condizione psicologica del personaggio che vive un dolore terribile, ormai incapace di poter conservare dentro di sé i ricordi di un mondo che gli appartiene. La sua Itaca, la sua Penelope, un figlio che non ha mai potuto veder crescere. Ed è da questa riflessione che è iniziata la composizione del mio “Oudeis”, senza contare il fatto che il periodo in cui ho iniziato a disegnarlo, lo facevo tra l'asciugatura di un'auto e il lavaggio di un'altra... “Oudeis” è nato proprio nel periodo di vita durante il quale ero lontano dal mondo del fumetto, un po’ come Ulisse dalla sua Itaca. E più cercavo di seguire l'idea di questa storia che si basa ovviamente su un poema immortale, più mi rendevo conto di quanto fosse sempre più personale. Quindi il mito greco resta immortale sempre e, se vogliamo, possiamo accostarci anche le trame e le avventure degli eroi classici o di qualsiasi eroe moderno: anche la “Divina Commedia” stessa si rifà ai miti greci. E “Oudeis” nasce da un po’ da tutto questo e anche da Joyce e dal suo “Ulysses”.


- Poi c’è stato il passaggio alla Marvel. Un dubbio: cosa cambia quando si lavora per un editore “grosso” come la Marvel? Credi sia necessario cambiare qualcosa nel proprio stile e nei propri ritmi di lavoro per riuscire a tenere il passo?

Purtroppo si. Devi reinventarti in qualche maniera, non è semplice mantenere ritmi intensissimi. Prendi ad esempio “Magneto Testament”: in quel lavoro ho dovuto inseguire l'uscita, ed è stato un vero incubo e, certamente, il disegno ne ha risentito, è ovvio. Ma si cerca di imparare a controllare il proprio tratto con soluzioni sempre nuove. Non saprei dirti se questa cosa faccia bene al disegno ma di sicuro non va bene per la testa perché sai che se avessi almeno tre giorni in più il risultato sarebbe diverso o almeno cercheresti di arrivare ad un livello che ti possa piacere.
 

- Uno dei tuoi successi con la Marvel è stato “Battlin’ Jack Murdock”, un’opera molto importante di cui sei anche autore dei testi. Ci chiarisci la “storia-Zeb Wells”: che tipo di intervento ha fatto l'autore (sempre ammesso che ci sia stato davvero...)?
 

Copertina inedita
L'intervento di Zeb c' è stato sulla mia sceneggiatura, troppo chiusa per la Marvel, che non dava più spiragli ad altri autori di poter mettere mano alla narrazione delle origini di Devil. Zeb ha rimesso a registro alcune parti, un cambiamento forte voluto dall'editor stesso. Quindi assieme abbiamo rielaborato la trama cercando di non perdere lo spirito con cui era nata la trama. Quindi Zeb ha co-sceneggiato assieme a me l'opera. Ovviamente gli interventi sono stati concordati con me e dall'editor in primis con il quale mi ricordo immense e-mail di domande stile interrogatorio. Quindi il merito di Zeb c'è e inoltre non avendo mai scritto nulla per gli Stati Uniti, la Marvel ha voluto mettere accanto al mio un nome noto per poter restare sicura sulle vendite. È stato un periodo intenso: ho dovuto disegnare e sceneggiare nello stesso tempo. 


- “Battlin’…” ha come sfondo il mondo della boxe. Sei appassionato di boxe?
 

La boxe mi piace e tanto, mi piace vedere soprattutto gli sguardi di questi gladiatori quando sono sul ring e immaginarmi i sacrifici e le loro storie dietro. Ovviamente non la pratico come sport, però è uno sport terribile, dove due uomini devono affrontarsi per poter vivere, come i vecchi gladiatori. E vedere questi uomini che prendono colpi su colpi, pesanti, che distruggono il loro corpo è terribile ma magico nel momento in cui si alzano, perché quando lo fanno vedi che lo fanno per altri e non per loro, vedi una luce diversa e ti fa capire il senso della vita: non raggiungere obiettivi prefissati o chissà quali velleità ma solo resistere e rialzarsi sempre. Come un Supereroe. 



Spider Man Noir

- In seguito ti sei occupato di “Spider-Man Noir” (rilettura delle storie dell’Uomo Ragno in chiave noir). Cosa puoi dirci di un eventuale seguito di questa miniserie disegnato da te?
 

Non saprei che dirti: al momento la Marvel mi tiene impegnato su altri progetti, ma se me lo dovessero proporre mi ci ributterei. Mi è piaciuto tanto disegnare il ragno nero, ma se la Marvel volesse uscire ora con una nuova miniserie, credo che sia molto probabile che sia disegnata da altri autori. Devo dire che lì mi sono divertito molto e che ne conservo un bel ricordo, soprattutto di vita: con Raffaella che aspettava la piccola Elena e poi il parto. Sono legato molto al periodo storico di quel lavoro. 

- Come disegnatore dal tratto spigliatamente poco tradizionale (o almeno non classicista) come te, è stato faticoso doversi immergersi in atmosfere del passato (tipo per “Oudeis” o “Spider-Man Noir”)?
 

Effettivamente mi sento un po’ a disagio, perché mi rendo conto che il mio tratto non è per niente adatto a storie anni Trenta o Quaranta, ma cerco di plasmarlo e di andare incontro alle esigenze richieste, cercando di pensare ad un mondo anni Trenta a colori, ma spesso si predilige un disegno cupo, noir appunto. Mentre per la fotografia cerco di pensare al King Kong di Peter Jackson. Mentre per “Oudeis”, credimi non ho pensato alla ricerca del tratto, ma della narrazione, del montaggio, della struttura della pagina, riuscendoci o meno non saprei, ma mi sono voluto divertire. 

-  Arriviamo a periodi più recenti. Su quale serie ti sei divertito di più a disegnare: “Fantastic Four” o “Iron Man”? Perché?
 

Su entrambe. Fantastic Four #600 è stata una bella responsabilità. Mi sono divertito tantissimo a disegnare un pezzo importante della vita del quartetto. Mentre Iron Man è stato divertentissimo, perché in fondo le storie che mi hanno dato da disegnare non erano scontate. E in questo non posso lamentarmi: mi hanno sempre affidato storie di un certo spessore. Se dovessi scegliere tra i due per forza, posso dirti che Fantastic Four mi ha divertito un pelino di più e mi piacerebbe poterci tornare. E in più mi piacerebbe potermi mettermi alla prova nel creare nuove tecnologie e navi spaziali: mi piacerebbe un casino, lo ammetto! 


- A tal proposito: ti piacerebbe, in un futuro X, lavorare per una serie prettamente fantascientifica italiana come “Nathan Never”? Oppure oramai ti vedi proiettato su un mercato più ampio, internazionalmente parlando?
 

Mi piacerebbe, ma soprattutto mi piacerebbe poter tornare a lavorare per il mio Paese. Ma allo stato attuale delle cose e anche per una mia remora (non per me, ma per la mia piccola), non mi va di avventurarmi in avventure che potrebbero restare fini a se stesse per abbandonare un mercato che mi sta dando soddisfazioni e continuità. Però, ripeto, mi piacerebbe poter tornare a lavorare per l'Italia seriamente. E un Nathan Never credo che mi sarebbe più congeniale come personaggio italiano. 

- Ti piace lavorare per il cinema?
 

Ho avuto esperienze nel cinema, ma è un settore dove si vede un ambiente che realizza cose notevoli e in grande. Ma il tuo lavoro come storyboardista non sempre viene ricambiato come dovrebbe, e a volte accade anche che sul tuo lavoro ci mettano il nome di altri, quindi mi sono detto «Perchè? Perchè doversi prendere delle responsabilità che non ti vengono riconosciute?». Quindi preferisco fare Fumetti, una narrazione completa con il mio nome dove mi prendo io le mie responsabilità. Fortunatamente si tratta di casi rari. Ma personalmente parlando non è un ambiente che mi piace frequentare, se non solo per alcuni personaggi, con i quali ho avuto grandi esperienze e amicizie. Preferisco le paginette dei giornalini! 

-  Cosa pensi del fatto che esista una pagina Wikipedia in inglese a te dedicata e non una in italiano? Che peso dai alla cosa?
 

Nessuna. Penso che a parlare siano le opere e non internet. In rete ovviamente le notizie scorrono in fretta e si dimenticano facilmente, e posso dirti che è anche giusto così. Ma chi gestisce ha il dovere di considerare spesso il lavoro e la fatica che c’è dietro tutto ciò che si legge e di cui si parla. 

- Per te che lavori nel mondo dei fumetti, quanto è importante l'attesa di una nuova uscita di un lavoro di un collega? Per esempio, tu aspetti con ansia, indifferenza, trepidazione, emozione, disinteresse, distacco (chi più ne ha più ne metta) l'uscita di un nuovo albo degli altri autori?
 

Seguo sia le preview americane che quelle italiane. Anche su Facebook guardo i lavori di altri colleghi che stimo e ammiro: come De Vincettis, Caselli, Bianchi, Dell'Otto, Camuncoli, la Pichelli, Vitti e tanti altri ancora. Per me è curiosità e gioia nel vedere altri autori all'opera. Vedere altri come me, con passioni simili, che realizzano i propri sogni…lo trovo meraviglioso!

Qui a Londra è quasi mezzanotte...in Italia quasi l'una!! Ringrazio di cuore Carmine per tutta la passione che trasudava da ogni sua risposta...Sono certo che iniziative come queste siano davvero utili e rappresentino il meglio che la tecnologia e la multimedialità possano offrirci oggigiorno!
Un saluto affettuoso ai nostri lettori da Londra (nella quale non è difficile imbattersi negli albi Marvel firmati ‘Di Giandomenico’: e, ogni volta, mi dico: "Il buon Carmine!" e mi sento meno solo e isolato nella terra straniera che mi sta ospitando al momento).
R O L A N D O V E L O C I
P. S. Un ringraziamento doveroso va all’amico Giuseppe ‘Giuppo’ Lamola, che mi ha ispirato diverse e significative domande…
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